Giuseppe Staffa.
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I personaggi pi malvagi della Chiesa.
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Parte 1.
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2013. Newton Compton Editori, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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LA MALVAGIT, TRA GUERRE, CRIMINI E VIOLENZE DI OGNI TIPO,  SEMPRE STATA PROTAGONISTA DELLA STORIA, FIN DALLA NOTTE DEI TEMPI.
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Anche nelle crude descrizioni contenute nella Bibbia e in altri testi sacri, o nei racconti della storia della Chiesa. Basti pensare agli inizi di questa istituzione: all'indomani della cruenta crocifissione del Nazareno, i cristiani continuarono a spargere sangue sotto la bandiera dell'ortodossia.
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La Chiesa nasce dunque e accresce il suo potere nella violenza, ma presentandosi al mondo come portatrice di pace, speranza e amore. I personaggi pi malvagi della Chiesa, svelando il volto oscuro di uomini e donne appartenenti ai vari ordini religiosi, mette in luce storie macabre nelle quali il fanatismo diventa efferatezza.
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Il clero, nei secoli, ha tracciato infinite vie di perdizione e si  smarrito, troppo spesso, in un dedalo di delitti inconfessabili. Le Crociate, l'espansione coloniale, le gesta di papi colpevoli delle peggiori nefandezze, la Santa Inquisizione, i genocidi... Sono solo alcuni degli argomenti che, tra le pagine di questo libro, mostrano al lettore l'altro volto della Chiesa. Un aspetto sommerso, tenuto nascosto dalle cronache del passato e del presente.
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TRAI PERSONAGGI PI MALVAGI DELLA CHIESA:
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I PADRI: Atanasio, Teofilo, Cirillo.
I PAPI: Giovanni 12esimo, Innocenzo Terzo, Sisto Quarto.
GLI INQUISITORI: Corrado di Marburgo, Nicholas Eymerich, Toms de Torquemada.
GLI EVANGELIZZATORI: Alberto di Livonia, Arnaldo di Citeaux.
I CONQUISTADORES: Vicente de Valverde, Diego de Landa.
I MONACI GUERRIERI: Grard de Ridefort e Hermann Balk.
TRA NAZISMO E GENOCIDI: Josef Roth, Alojzij e Viktor Stepinac, Athanase Seromba.
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L'Autore.
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GIUSEPPE STAFFA  nato a Roma nel 1973. Laureato in Archeologia medievale, ha partecipato a numerose campagne di scavo in Italia e all'estero. E insegnante ed educatore tiflologico (per i non vedenti). Dal 2010 collabora con la trasmissione televisiva di Rai3 Cose dell'altro Geo, come consulente storico e archeologo. Con la Newton Compton ha pubblicato 101 storie sul Medioevo che non ti hanno mai raccontato.
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Indice di questa parte.
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Introduzione.
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I PADRI DELLA CHIESA. IL BUONGIORNO SI VEDE DAL MATTINO.
Atanasio.
Teoflo.
Cirillo
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I PAPI. LA CRUDELT DAL SOGLIO.
Giovanni 12esimo.
Benedetto Nono.
Innocenzo Terzo.
Gregorio Nono.
Sisto Quarto.
Alessandro Sesto.
Paolo Terzo.
Paolo Quarto.
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GLI INQUISITORI. I MASTINI DELLA CHIESA.
Corrado di Marburgo.
Nicholas Eymerich.
Toms de Torquemada.
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FINE Indice.
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INTRODUZIONE.
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Che sia proprio la malvagit la cifra pi autentica attraverso la quale l'essere umano si esprime? Scorrendo gli annali e le cronache delle gesta dell'uomo, inseguendo i sentieri attraverso i quali si dipana la sua storia,  costante il susseguirsi di guerre, lotte, sopraffazioni, violenze per mezzo delle quali egli, da solo o in gruppo, tenti pervicacemente di soggiogare l'altro, riuscendo spesso a coniugare in questa dialettica col diverso da s, solo la grammatica della violenza.
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Certo nella complessit dei rapporti umani tale costante appare sempre bilanciata da momenti in cui la coesione e l'aggregazione, la consapevolezza di appartenere tutti a un destino comune, hanno costituito delle cesure in cui il cammino della Storia si  rigenerato, rielaborando pulsioni e traumi, consolidando strutture e costumi che man mano ne hanno contraddistinto l'incedere.
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Ma  altrettanto vero che ogni volta che questo incedere riprendeva slancio, ci avveniva in virt di un innato istinto di prevaricazione, e che la malvagit abbia agito nel tempo da elemento propellente - sempre se ci affidiamo a una interpretazione venata di ottimismo
latente, in cui lo snodarsi della Storia sia inteso come un tendere verso una meta, una sorta di percorso di formazione che spingerebbe l'essere umano a migliorare costantemente se stesso.
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Se invece abbandoniamo l'ottica teleologica e ci affidiamo a una concezione meccanicistica della Storia, dobbiamo abdicare all'evidenza che la somma dei comportamenti umani, i pi luminosi e i pi tenebrosi, esulano da qualsiasi interpretazione consolatoria e deragliano da qualsiasi rassicurante ancoraggio morale.
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In tal senso la malvagit dell'uomo apparirebbe come una cruda manifestazione del suo essere pi intimo, di cui forse si potrebbe rilevare la costanza della sua reiterazione. Chi intenda raccontare tale presenza, sia essa legata ad aspetti devianti personalistici o utilizzata come categoria fenomenica di realpolitik, non pu sottrarsi all'analisi della storia della Chiesa, un'istituzione che grazie alla sua longevit costituisce un terreno privilegiato di indagine dei comportamenti umani.
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Certo, la tentazione di stilare una sequenza compatta in cui spiccano le nequizie di coloro che si sono avvicendati sul soglio di Pietro  forte, ma ci non terrebbe conto dei multiformi aspetti in cui la Chiesa si  manifestata. Durante i suoi duemila anni di vita, essa ha pi e pi volte espresso esponenti che nella malvagit hanno rivelato il loro lato pi genuino e incontrollabile, quasi a svelare una forza che sin dai suoi primi vagiti appare allignata in seno a quella che diverr
una delle presenze pi indelebili della storia umana.
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Se si considerano gli inizi di questa presenza, appare evidente come all'indomani della crocifissione del Nazareno ribollisca immediatamente un magma informe in cui i cristiani della prima ora ondeggiano a volte uniti contro un nemico comune, altre volte scannandosi vicendevolmente sotto la bandiera della presunta ortodossia.
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L'Ecclesia nasce dunque nella violenza e attraverso di essa ha sempre nutrito la sua crescita, riuscendo per a presentarsi al mondo come testimonianza di pace, amore e speranza, nascondendo la propria natura intrinsecamente e drammaticamente umana dietro una facciata seducente quanto salvifica. Gli eccessi della sua umanit pi fosca, per, non sempre sono stati dissimulabili e sin dai tempi delle origini hanno svelato i loro aspetti pi atroci.
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Tracciarne alcuni profili  lo scopo di questo libro, attraverso il quale il lettore potr seguire una sorta di mappa della malvagit nascosta dietro le pieghe millenarie di questa santa istituzione. Scoprir cos che dietro lo zelo dei Padri fondatori si celano macabre storie, in cui il fanatismo sconfina spesso nell'efferatezza, con la perpetrazione di delitti inconfessabili.
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Quegli stessi delitti che costelleranno l'epopea delle Crociate, siano esse rivolte a est, a nord o nel cuore stesso dell'Europa, in cui cavalieri pi o meno nobili si distinsero in eccessi di cui la malvagit appare il lato meno esecrabile. Senza contare l'orrore generato dall'espansione coloniale nelle Nuove Terre a occidente, in cui l'opera devastatrice dei conquistadores trovava spesso la pronta benedizione della Chiesa: croce e spada a braccetto dunque, all'ombra delle quali i bagliori sinistri della crudelt spesso hanno riflesso il terrore degli uomini.
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N si potevano escludere da questa carrellata gli esempi di papi empi che hanno scandalizzato con le loro nefandezze i contemporanei e i posteri, o gli esponenti di quella lugubre istituzione che fu la Santa Inquisizione, spesso e giustamente considerata tra i momenti pi bassi in cui l'uomo sia sprofondato nella sua follia.
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Sono solo alcuni degli affreschi attraverso i quali la Chiesa nel corso della sua vita millenaria ha espresso il suo volto pi cupo, la sua anima nera, sino a giungere alla soglia dei nostri giorni, in cui non ha mancato di apporre il suo controverso sigillo anche negli orrori del nazismo e dell'Olocausto, o in conflitti tanto lugubri quanto ignorati.
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Forse credere nella malvagit  un'attivit impropria,  inseguire una categoria fittizia nella quale relegare comportamenti umani che consideriamo devianti, in una sorta di esorcismo con cui scongiurare la violenza insita nella nostra natura. Forse la malvagit  solo un'invenzione dell'uomo, uno dei possibili modi in cui egli ha tentato di interpretare la manifestazione storica del potere.
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Sar il lettore a trarre le sue conclusioni: noi tenteremo di essere cronisti fedeli.
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PARTE PRIMA.
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I PADRI DELLA CHIESA. IL BUONGIORNO SI VEDE DAL MATTINO.
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Capitolo 1.
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Atanasio.
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Sar stato a causa della sua infima statura, un elemento di rilievo di cui le fonti ci premurano di informarci con malcelato compiacimento; sar che a vedere il mondo da una prospettiva bassa si diventa inevitabilmente cattivi - soprattutto se posti in relazione a un'epoca in cui la statura media lasciava intuire un orizzonte di lillipuziani -, ugualmente la vita di Atanasio, il vescovo di Alessandria che incendi le dispute religiose sullo scorcio del quarto secolo dell'era cristiana, si iscrive ad ampio titolo nel paragrafo della crudelt: almeno secondo i motivi eloquentemente esposti dall'illuminante testo del poeta in cui si tratteggia l'oscura parabola di un nano.
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Probabilmente, proprio per compensare questa sfortunata dfaillance anatomica, il nostro eroe molto si  prodigato nel corso della sua esistenza, tanto da essere ricordato come il pi grande nella storia della Chiesa, secondo quanto riportato da una pletora sconfinata di entusiastici estimatori che riconobbero nell'opera di Atanasio tali e tante virt da annoverarlo tra i Padri della Chiesa, quei personaggi talmente sommi da essere considerati vere e proprie pietre di fondazione.
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Per comprendere appieno fatti e misfatti di tale personaggio bisogna calarsi nell'atmosfera del tempo, analizzarne le istanze profonde che la innervavano, coglierne il respiro affannoso che l'agitava. Nel far ci bisogna partire da Alessandria, il palco che vide muovere i primi passi della furibonda danza di Atanasio.
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La citt, fondata nel 332 a.C. da Alessandro Magno, nel corso della sua storia centenaria aveva gi dato prova di eccellenza: tra le sue mura si erano sviluppati il gusto calligrafico del poeta Callimaco, la sagacia descrittiva del geografo Eratostene, la minuzia analitica dei grammatici Aristarco di Samotracia e Aristofane di Bisanzio, per tacere delle inebrianti speculazioni del filosofo Piotino e di Ipazia, la cui vicenda merita una trattazione a parte.
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All'epoca dei fatti Alessandria rappresentava la pi grande metropoli del mondo orientale: tra le sue vie brulicava circa un milione di abitanti affaccendato nei traffici e nella pesca, nell'industria e nel commercio del papiro, che la rendevano florida e opulenta tanto da rivaleggiare con la stessa Roma. Se a ci si aggiunge che la citt era sede della pi grande biblioteca dell'antichit si coglie a pieno il senso della grandezza di questo luogo.
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Qui era stata realizzata la prima traduzione in greco dell'Antico Testamento, la famosa Bibbia dei 70 conosciuta come Septuaginta, dal numero dei traduttori ebrei ellenizzati, molto pi avvezzi alla lingua di Omero che al loro idioma d'origine, che si cimentarono nell'opera al tempo della dinastia tolemaica, 250 anni prima della nascita di Cristo. Qui sorgeva il patriarcato pi importante e potente tanto nell'ambito della Chiesa Occidentale, quanto in quella Orientale, la cui fondazione era attribuita dalla tradizione nientemeno che all'evangelista Marco.
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Dalla sede episcopale alessandrina dipendevano l'Alto e il Basso Egitto, la Tebaide, la Pentapoli e la Libia, come a dire la quasi totalit del versante meridionale del mar Mediterraneo. Non per nulla i vescovi alessandrini erano identificati con il termine di papa, mutuando la parola pappas dal lessico greco, in cui veniva usata familiarmente per indicare il padre: una consuetudine inaugurata al tempo dell'episcopato di Eraclio intorno al 231 dopo Cristo e mantenuta pervicacemente sino al Nono - Decimo secolo, in cui diverr appannaggio del vescovo di Roma, trasformandosi in un acronimo dalle profonde implicazioni simboliche, sintetizzate nella formula Petri Apostoli Potestam Accipiens, dell'apostolo Pietro prendo il potere.
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Qui infine le tante fazioni religiose, sorte in seno alla comunit cristiana alla morte del Nazareno, inseguivano, azzannandosi ferocemente ancora a distanza di trecento anni, la fiaccola della Verit, probabilmente preclusa a questa terra da quel Cristo che la port con s nell'attimo stesso della sua resurrezione.
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Fu dunque in questo scenario che Atanasio venne alla luce, presumibilmente intorno al 295 dopo Cristo Il condizionale  d'obbligo dal momento che tutto nella vita di quest'uomo appare controverso, a partire dalle notizie relative alla sua biografia, di cui si discute ancora tenacemente.
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Stando comunque alla tradizione ufficiale, sembra che l'indomito difensore dell'ortodossia abbia preso i natali da genitori cristiani e che da questi abbia ricevuto un'educazione classica. Fu forse da questo retaggio che trasse linfa la morbosa verbosit che contraddistinguer la pressoch sterminata produzione letteraria di cui il nostro eroe sar ostinato autore: una ipertrofia che, come sottolineato,  servita da contraltare a un'infelice costituzione fisica.
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Atanasio era infatti piccolo e malaticcio, con un aspetto talmente sgraziato da meritarsi l'appellativo di homunculus affibbiatogli dall'imperatore Giuliano, che incalzava definendolo uno gnomo che fa la voce grossa. Certo, i pi maliziosi potranno obiettare che tale giudizio sia stato viziato dall'acrimonia che avvelenava
i rapporti tra il vescovo e l'imperatore, che in virt di tale scontro ebbe l'onore di passare alla storia come l'Apostata per antonomasia; ma l'ostinazione con cui la tradizione cristiana si  affannata a celebrare la grandiosit di Atanasio denuncia un'ansia sospetto nel mascherare ci che sembra un malcelato peccato
originario.
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Senza contare quanto ghiotta debba essere stata la tentazione degli agiografi di poter sopravanzare la minutezza della fisicit del loro paladino con la maestosit eroica delle sue azioni, almeno nella loro personalissima interpretazione. Poich di eroico, nella condotta di Atanasio, ci fu solo lo sforzo di emendare la sua memoria, dal momento che la sua manifestazione terrena si dipan secondo ben altre prospettive.
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Della sua fanciullezza sappiamo poco o niente, se non che fu discepolo di Antonio, il capostipite dell'istituzione anacoreta, al quale il facondo fanciullo dedic una celebre agiografia. Ci che appare chiaro  che in questi anni di formazione apprese quelle doti che gli furono in seguito universalmente riconosciute: fu un trascinatore di folle, una personalit magnetica capace di affascinare con il proprio carisma, dotato di una ferrea volont nel perseguimento dei suoi scopi. Ma fu anche un personaggio senza scrupoli, che si contraddistinse per la brutale violenza contro gli avversari, maltrattamenti, pestaggi, incendi di chiese e assassinii, secondo quanto denunciato dalla chiacchieratissima quanto documentata Storia criminale del Cristianesimo dello storico Karlheinz Deschner.
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I contemporanei lo descrivono come un uomo che non si tirava indietro nell'eliminare fisicamente i propri avversari, ma questa deve essere stata una pratica abbastanza diffusa, se  vero che all'epoca le strade della citt venivano lastricate di sangue al sorgere di ogni nuova setta, un episodio che avveniva con la stessa metodicit e con la stessa naturalezza con la quale sorge il sole alla mattina.
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Alla lunga lista delle virt da associare al sant'uomo, non mancano la corruzione e la falsificazione, un'arte nella quale il nostro era particolarmente versato, come avremo modo di analizzare. Evidentemente tutte queste abilit devono essere sembrate pi che sufficienti da permettere al giovane Atanasio di essere ammesso nel consesso che cambier definitivamente la sua vita e il corso dei successivi diciassette secoli di storia cristiana.
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Il 20 maggio del 325 infatti, appena trentenne, il prode Atanasio accompagnava in qualit di diacono il proprio vescovo Alessandro in quello che diverr il punto di svolta nella strada dell'acquisizione del potere del cattolicesimo: il Concilio di Nicea.
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Ci che  passato alla storia come il fulcro nodale dell'affermazione dell'ortodossia cristiana fu in realt il momento in cui le istanze rivoluzionarie della Chiesa delle origini naufragarono miseramente, abdicando nel soffocamento della propria vitalit, per quanto convulsa e nebulosa, alle spire ferree ed esiziali del potere temporale.
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Detto in altri termini, i cristiani calarono vergognosamente le braghe al cospetto di Costantino, vera mente e braccio del Concilio.
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Tutti i cristiani? Naturalmente no, visto che il concilio era stato convocato proprio per dirimere una controversia sorta in seno all'Ecclesia a proposito della natura consustanziale di Dio, ma sicuramente il partito che risult vincente e che riscriver la Storia proprio in virt di questa vittoria. Un trionfo pagato caro, come abbiamo affermato, e di cui il massimo artefice fu, manco a dirlo, proprio Atanasio.
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Sul finire del Quarto secolo le dispute religiose erano qualcosa di naturale quanto respirare o bere. Gregorio di Nissa, vergando in quegli anni il suo De Dettate Filii et Spiriti Santi cos commentava ironicamente: Questa citt  piena di artigiani e schiavi che hanno l'aria di consumati teologi e intavolano sermoni nei negozi e nelle strade. Se chiedi a un uomo di cambiarti una moneta, questi prima ti spiegher in cosa consiste la differenza tra Dio-Padre e Dio-Figlio; se chiedi il prezzo di una pagnotta, ti verr risposto che il Figlio  subordinato al Padre; se poi vuoi sapere se il tuo bagno  pronto, ti dir che il Figlio  stato creato dal nulla....
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Per la verit la citt cui fa riferimento il nostro sarcastico testimone  Costantinopoli, ma possiamo tranquillamente immaginare una simile condotta in ogni angolo dell'impero e pi che mai in Oriente e Africa: le masse popolari metropolitane, che a frotte accorrevano nella Chiesa di Stato costruita pazientemente da Costantino a partire dal fortunato sogno del ponte Milvio, erano profondamente coinvolte e affascinate dalle questioni di fede.
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Questa della natura della sostanza di Dio era la moda del momento: e pensare che non se ne trova traccia in nessun riferimento diretto alla parola di Cristo, in nessun evangelista canonico, praticamente in nulla se non in un laconico versetto di Matteo che sul limitare del suo Vangelo fa dire al Cristo resuscitato, al cospetto dei discepoli, di andare e battezzare tutti in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, inventando di sana pianta, a non meno di cinquantanni dalla morte di Ges, una Trinit mai prima contemplata.
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Da allora quattro secoli di botte da orbi per stabilire quale fosse la reale natura del rapporto intercorrente tra le tre distinte persone e addirittura se bisognava considerarle tali o come triplice emanazione di un unico Ente. Per la verit, ci si concentrava sulla correlazione esistente tra Padre e Figlio, quasi che lo Spirito Santo, dotato di una sostanza particolarmente aerea, si fosse nel frattempo volatilizzato nel vortice delle parole e delle mazzate.
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Il nocciolo della questione consisteva proprio nello stabilire se il Figlio, generato dal Padre, doveva essere considerato della stessa sostanza (consustanziale - omoousios) oppure solamente simile (moios) e in qualche modo subordinato a esso. Si giunse cos a quel fatidico giorno del 318 quando un prete alessandrino di nome Ario consegn al proprio vescovo la sua personale interpretazione della disputa.
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Questi, partendo dall'idea dell'unit e della semplicit di Dio sosteneva che, se il Figlio  generato dal Padre, non poteva essere esistito ab aeterno n essere Dio alla pari del Padre; al massimo era da ritenersi alla stregua di un dio minore, una sorta di demiurgo in s imperfetto. Cosa che per la verit era gi stata sancita
dallo stesso Ges che nel Vangelo di Giovanni presentava se stesso come inferiore al Padre.
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Alessandro, il vescovo in questione, convinto assertore della consustanzialit, la prese malissimo: tacci le tesi di Ario come eretiche, inizi a sparare a zero contro di lui e ad alzare un polverone indicibile, tra le torme del quale si scagliarono come strali infuocati le parole e molto pi le gesta del suo diacono Atanasio che dello scontro con Ario, vera e propria nemesi, far il cavallo di battaglia della sua lotta e affermazione non puramente religiosa.
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Sar che Ario era titolare della chiesa di Bacalis, una delle pi frequentate di Alessandria, il controllo della quale poteva determinare sensibilmente l'influenza su tutta la citt, sar che controllare Alessandria significava, come abbiamo visto, estendere il proprio potere su tutte le diocesi africane, lo scontro assunse
presto proporzioni colossali.
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Si indissero un paio di sinodi, all'interno dei quali le teorie ariane vennero calpestate come eretiche; lo stesso Ario fu scomunicato ed esiliato, riparando verso l'influente vescovo di Nicomedia Eusebio; intorno ai suoi seguaci si fece terra bruciata. Pi che una disputa teologica si tratt di una sorta di notte di lunghi coltelli in cui il seggio episcopale di Alessandria cercava di regolare i propri conti con il clero locale, circoscrivendone i privilegi.
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Una limitazione che sconfin spesso e volentieri nell'eliminazione fisica, la cui furia fu ampiamente istigata dal pio Atanasio. Nei suoi pamphlet, in particolare nell'astiosa Apologia contra Arianos, questi ebbe modo di distinguersi per grazia e pacatezza dei modi, considerando i suoi avversari come gentaglia stolta e
sconsiderata, sprofondata nell'abisso dell'ignoranza e dell'empiet, feccia degli eretici la cui dottrina fa vomitare; essi la portano in giro come spazzatura nelle loro borse e poi la cospargono come il serpente fa con il suo veleno.
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La sua foga non si plac e anzi, rincarando la dose, giunse a paragonare gli ariani agli ebrei che aggirandosi come insetti, cercano pretesti per commettere misfatti. Accusa peggiore non si sarebbe potuta formulare che essere paragonati agli inchiodatori di Cristo. Questa la dolcezza e l'arguzia di chi passer alla storia come colui che ha giustificato il cristianesimo nella maniera pi profonda e pi riuscita.
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Per quanto minuziosa e zelante, l'opera di Atanasio non seppe arginare l'estensione del fenomeno ariano, che anzi rinfocolava ogni giorno di pi la propria veemenza nella lotta per l'affermazione. Costantino, che di questioni teologiche se ne infischiava altamente, ma che non poteva permettersi disordini che minassero l'identit politica e sociale dello Stato, indisse dunque il concilio per chiudere definitivamente la diatriba.
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L'esito  arcinoto: le tesi ariane vennero considerate carta straccia, il suo autore condannato e spedito in Gallia, i suoi libri bruciati, mentre di contro si affermava il Credo incentrato sulla formula della consustanzialit di Dio. Ci che  meno noto  che di fatto la risoluzione di Nicea fu un vero e proprio colpo di mano dell'imperatore che impose il suo Credo, quello pi congeniale a un'idea del potere di origine autocratica, potendo rivendicare come modello un dio incontrastato e assoluto: tutto con la connivenza di quella parte di clero che pieg la testa al volere di Costantino, pur di veder spazzata via la controparte nemica.
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Cos i campioni dell'ortodossia, Alessandro e Atanasio, furono in realt i campioni del calcolo politico, sacrificando l'alta causa della disputa cristologica ai bassi orizzonti del proprio tornaconto personale. D'altronde, quanto poco fosse convinta la scelta di Atanasio lo dimostr il fatto che, negli scritti immediatamente successivi ai fatti conciliari, non utilizz mai la formula nicena a fondamento della propria teologia e che anzi ci vollero ben venticinque anni affinch riuscisse ad accettarla, senza mai preoccuparsi di giustificare con chiarezza la propria scelta religiosa.
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Comunque, dopo aver intascato una vittoria dottrinale e soprattutto dopo aver ottenuto la stima e l'appoggio di Costantino, Atanasio torn ad Alessandria dove tre anni dopo, a Dio piacendo, si apriranno le porte dell'episcopato, complice la dipartita di Alessandro.
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Peccato che anche sulla sua elezione, spacciata come voluta a furor di popolo e sul cui esito nessuno avrebbe potuto porre obiezioni, visto i trascorsi dell'intraprendente diacono, ci siano pi ombre che luci. A dispetto dell'immagine di virgineo pudore con la quale Atanasio si sarebbe accostato al soglio, tanto da indurre il suo predecessore ad apostrofarlo in punto di morte con la seguente formula: Atanasio, tu credi di poter scampare ma non fuggirai secondo la poetica testimonianza che ci fornisce Sozomeno nella sua Historia ecclesiastica, le cose sembrano essere andate assai diversamente.
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L'imperitura colonna dell'ortodossia avrebbe cos pervicacemente voluto il posto che considerava suo di diritto, da accaparrarselo grazie a vergognosi brogli elettorali: su 54 vescovi egli ottenne il voto solo di sette, per giunta spergiuri, dettaglio che il nostro eroe si premur sempre di tacere. Il tutto mentre sulle piazze e per le vie della citt imperversavano disordini e violenze: evidentemente gli alessandrini sapevano di che pasta era fatta il futuro vescovo e accompagnavano la sua irregolare elezione con il commento che essa meritava.
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Anzi, l'entusiasmo fu tale che si pens bene di ricorrere all'elezione di un antivescovo, con inevitabile codazzo di scontri tanto violenti da indurre l'imperatore Costantino, probabilmente gi pentito di come erano andate le cose a Nicea, a richiamare con una lettera datata 332 il probo patriarca di Alessandria a pi miti consigli. Questi per tutta risposta prosegu nella sua peculiare condotta politica fatta di pestaggi, incarcerazioni, espulsioni: un suo emissario, il presbitero Macario, fece a pezzi la cattedra vescovile della Chiesa di Marea, appartenente alla fazione rivale; ne rovesci gli altari e distrusse il calice contenente le ostie.
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Si giunse addirittura ad accusare Atanasio di aver legato a una colonna e bruciato vivo il vescovo Arsenio, esponente di spicco della comunit avversa. La notizia si riveler falsa, ma la furia con la quale l'accusato si precipit al sinodo di Tiro nell'estate del 335 per difendersi  sintomatica di come la sua coscienza non dovette essere troppo pulita in materia di omicidi.
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Qui fu comunque ritenuto colpevole di numerosi altri delitti, tra cui lo sfruttamento indiscriminato delle ricchezze della sua immensa diocesi, tanto da convincersi ad abbandonare segretamente la citt per evitare rappresaglie. Ci non evit la condanna all'esilio dell'esimio vescovo, inaugurando una pratica che in diciassette anni e mezzo di patriarcato si ripeter per ben cinque volte, a riprova di quanto fosse benvoluto e amato il grande Atanasio.
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Cos, il 17 febbraio di quello stesso anno, questi venne relegato nella citt di Treviri, luogo posto all'altro capo dell'impero e divenuto refugium peccatorum del clero dissidente. La lettera indirizzata da Costantino al sinodo di Tiro, con la quale si disponeva la sua deposizione, fu successivamente vergognosamente manipolata da Atanasio in due differenti versioni, nel bieco tentativo di emendare una condanna che al suo ego dovette apparire come una macchia insostenibile.
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La sua condotta, dunque, riusc a esasperare anche l'imperatore che all'epoca di Nicea si rivolgeva a lui chiamandolo padre venerabile, la cui presenza arrecava una gioia indescrivibile tanto da concedergli sontuose prebende e una lista cospicua di privilegi.
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L'allontanamento del santissimo patriarca comport un'alzata di testa della fazione ariana che dispose della ricchezza di Alessandria e della sua diocesi a suo piacimento. Non sappiamo quanti versamenti di bile debba aver comportato tale situazione nel venerabile fegato dell'incorruttibile Dottore della Chiesa.
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Di certo egli adott tutta la sua arguzia nel tentativo di screditare a distanza i suoi mortali nemici, giungendo persino a manipolare il giudizio espresso su questi da Costantino, falsificando la mirabile lettera nota come Epistola di Costantino ad Ario e agli Ariani, in cui l'imperatore sembrava scagliarsi contro l'eresiarca
in un diluvio delirante di invettive. Salvo poi alternare questa perizia grafica con un'untuosa quanto infruttuosa corrispondenza che spingesse l'augusto a rimuoverlo dalla forzata vacanza.
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In effetti, Atanasio dovette attendere la morte di Costantino, che, detto per inciso, si battezz in punto di morte grazie alla benedicente mano di un ariano (sic!), per poter finalmente tornare ad Alessandria, il 23 novembre del 337.
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Il patriarca non fece neppure in tempo a mettere il naso in citt che gi tramava per annientare gli avversari: imped ai sostenitori di Ario la distribuzione di grano destinate ai poveri, preoccupandosi di riservare solo a se stesso la gratitudine del popolino; non pago, richiam dal deserto - dove si trastullava in compagnia di locuste e visioni celestiali - l'inarrivabile Antonio, per fargli compiere mirabilia e miracoli atti a impressionare gli alessandrini e conquistarli alla causa dell'ortodossia.
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Gli ariani non stettero a guardare e deposto il loro leader, il vescovo Pistos - a loro dire troppo morbido -, chiamarono Gregorio, uomo di ben altra levatura, la cui cultura impressioner anche un intenditore come Giuliano l'Apostata. Oltre che dedicarsi alla contemplazione, Gregorio si riveler come un personaggio estremamente volitivo, tanto che il suo ingresso armato trasformer la citt in un vero e proprio campo di battaglia, con tanto di devastazione di chiese cattoliche, sconquasso di fonti battesimali, morti ammazzati.
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Manco a dirlo, il pio Atanasio non perder occasione di rinfocolare l'animo dei suoi accoliti con roboanti parole di tuono, pensando bene di abbandonarli nel bel mezzo dello scontro, mentre lui se la svignava alla chetichella alla volta di Roma, occasione in cui, per la prima volta, ebbe il pudore di non abusare del servizio
postale imperiale.
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Qui, forte dell'appoggio del vescovo Giulio Primo, sostenitore del Credo Nicetano come la quasi totalit dell'Occidente, tanto tram da riuscire in un'impresa paradossale: per promuovere la propria causa, infatti, costui trasform la lotta sorta intorno al seggio episcopale di Alessandria in uno scontro di supremazia tra le due partes imperii, ponendo l'Oriente e l'Occidente l'un contro l'altro armati.
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Morto Ario l'anno precedente in circostanze misteriose, soddisfacendo pienamente le benedizioni di Atanasio che gli augurava una morte per scissione di intestino, fegato e cuore, trasformazione in liquame e sparizione del liquame stesso in una fogna, l'implacabile furia del patriarca aveva bisogno di nuovi bersagli che seppe
scovare nel clero orientale: contro di essi si scagli con tale e tanta veemenza da gettare le basi da cui scaturir lo scisma del 1054.
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I suoi maneggi risultarono efficaci, tanto che dopo sette anni e mezzo, il 21 ottobre del 346, la citt di Alessandria ebbe l'onore di essere funestata per la terza volta dalla sua ingombrante presenza. Se credete infatti che questo ritorno abbia acquietato l'anima di Atanasio vi sbagliate di grosso.
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Il patriarca non aveva neppure fatto in tempo a benedire Costante Secondo, l'imperatore che si era prodigato per la sua riammissione in carica intercedendo presso il fratello Costanzo, che gi brigava con il suo assassino, il carismatico capo militare nonch usurpatore del potere imperiale Magnenzio, al quale inviava lettere
untuose nella speranza di blandirlo e circuirlo. Salvo poi smentire categoricamente l'esistenza di queste missive nel momento in cui la meteora di Magnenzio scomparve defnitivamente quanto precocemente dal firmamento delle lotte che si affastellavano intorno al soglio imperiale.
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Ma ormai i tempi erano maturi per la terza fuga di Atanasio, un vero e proprio campione nella nobile arte del defilarsi di fronte al pericolo.
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Nella notte tra l'8 e il 9 febbraio del 356, cinquemila soldati armati circondarono la cattedrale del patriarca. A guidarli era Sileno, generale di Costanzo, che finalmente poteva ovviare alla mai digerita riammissione di Atanasio, non dovendo pi tenere conto delle ingerenze del defunto fratello maggiore Costante.
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Costanzo, ariano convinto, rimasto unico arbitro del potere, con soddisfazione pot finalmente riservare al paladino della fazione avversa il trattamento che meritava. Ma Atanasio, anche in tale frangente, seppe brillare per ardimento: mentre i suoi venivano trucidati dalle truppe di Sileno, riusc a guadagnare le porte della citt e trovare riparo presso i monaci del deserto.
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E qui si apre una delle pagine pi grottesche della sfolgorante carriera del nostro eroe: mentre infatti intorno a lui divampavano le fiamme della collera imperiale, con strage di morti ammazzati per la nobile causa dell'ortodossia, il nostro se ne stava bel bello accucciato tra le braccia di una bellissima vergine.
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Non si creda che tale notizia sia frutto della diffamazione della propaganda avversa: a fornircene genuina testimonianza  stato infatti Palladio, monaco e vescovo di Elenopoli in Bitinia, autore nel Quinto secolo di una Historia lausiaca che ha costituito per anni il riferimento fondamentale per la ricostruzione della storia del monachesimo delle origini, una fonte per altro risultata il pi delle volte veritiera.
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Stando a quanto qui citato, l'ottimo Atanasio trov riparo presso una ventenne dotata di una bellezza cos straordinaria che tutto il clero dell'epoca evitava di entrarne in contatto per rifuggire qualsiasi occasione di biasimo, per non dire scandalo. Tutti tranne Atanasio, la cui virt dovette essere talmente forte da contrastare le tentazioni che la fatale virago poteva suscitare.
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D'altronde non era egli colui che, secondo pi di una fonte agiografica, sapeva resistere alle profferte di lascive sirene che i suoi detrattori avevano la costanza di infilargli ogni notte nel letto per attentare alla sua onest? E non era forse lui che seppe trattare con questi strumenti demoniaci scacciandoli con misericordiosa clemenza a suon di randello dal proprio giaciglio?
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Forte di questa temperanza,  sicuro che il soggiorno di Atanasio presso l'avvenente fanciulla si sia svolto secondo le stesse caste modalit su menzionate, perpetuando una tradizione molto in voga tra Terzo e Quarto secolo, secondo la quale la convivenza tra un chierico e una vergine consacrata a Dio, oltre a essere ben vista, era addirittura lodata, tanto pi se coronata dalla condivisione dello stesso letto.
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Cos Atanasio non solo non fu criticato per aver frequentato la bellezza in questione, ma ne usc rafforzato nell'immagine, come avr modo di vantarsi in seguito, affermando che il suo comportamento l'aveva condotto alla salvezza della propria anima, oltre che alla salvaguardia della propria reputazione. D'altronde, si sa, la santit  molto simile al tocco di Mida, e ha sempre testimoniato la sovrumana capacit di beatificare tutto ci con cui venisse in contatto.
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Ma, sebbene l'anima di Atanasio si glorificasse al contatto salvifico della vergine immacolata, il partito dei suoi sostenitori perdeva drammaticamente terreno, nonostante i loro - davvero sovrumani - sforzi di spostare il livello della disputa su un piano squisitamente teologico, in modo da far passare in secondo piano le bassezze del loro leader.
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Sei anni dur il rifugio dorato dell'indefesso difensore della fede, un periodo durante il quale ariani e ortodossi se le diedero di santa ragione in ogni angolo dell'impero: inseguire le vicende e le sorti che arrisero ora all'una, ora all'altra fazione comporterebbe una trattazione specifica e una volont di immersione nella pochezza delle cose umane davvero fuori dal comune.
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Basti ricordare qui che il soglio di Atanasio divenne appannaggio di Giorgio di Cappadocia, un ariano intransigente che seppe perfettamente coniugare il proprio ufficio spirituale con uno straordinario fiuto per gli affari. I suoi metodi furono cos efferati da fargli guadagnare l'epiteto di lupo, giungendo addirittura a far rimpiangere quelli non certo teneri del buon vecchio Atanasio. Fu cos che, complice la dipartita del suo avversario di turno, il nostro inossidabile eroe riusc a fare ritorno nella martoriata Alessandria il 21 febbraio del 362.
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Evidentemente scottato dalla passata esperienza, questa volta il pio patriarca convoc immantinente un sinodo di pace, sulle cui buone intenzioni ovviamente non nutriamo alcun dubbio. Certo, i pi scettici potranno supporre che il tendere la mano ai vescovi ariani e la promessa di mantenere i propri scranni in virt dell'abiura delle loro idee possa apparire come una manifesta denuncia di inferiorit del partito ortodosso, ormai incapace di debellare gli avversari con metodi pi spicci.
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E bisogna ammettere che costoro non sarebbero troppo lontani dalla realt, se si analizzano le vicende che costellano l'ultima fase della vita del nostro immacolato protagonista.
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Nello stesso anno in cui fece ritorno, fu immediatamente allontanato per grazia di Giuliano, il nuovo imperatore che, innamorato della cultura classica (e nutrito altres da ottimi maestri e buone letture) non volle saperne di prestare il fianco a influenze cristiane, soprattutto se cos perniciose - come nel caso di Atanasio.
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Anzi, contraddicendo l'esempio dei predecessori, Giuliano ebbe l'ardire di effettuare una virata sorprendente per approdare di nuovo a lidi pagani, ottenendo quel marchio di Apostata con il quale fu consegnato ai posteri, perlomeno a quelli di ispirazione cattolica.
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Atanasio non fece in tempo a meditare vendetta che gi l'anno successivo l'imperatore filosofo passava a miglior vita. Ci favor, va da s, l'ennesimo ritorno in patria del prode vescovo, richiamato dall'imperatore cattolico Gioviano, sedotto dalle parole e dalla virt di questo immarcescibile baluardo della fede.
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Sembrerebbe scritta la parola fine, eppure il quasi settuagenario vescovo dovette subire l'affronto di un ulteriore esilio, determinato dalla presa del potere di un imperatore ariano, Valente. Ormai eretto a simbolo del potere del partito ortodosso, bastava osservare se Atanasio sedesse o meno sul soglio alessandrino per
capire da che parte il vento della vittoria avesse girato.
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Finalmente, dopo essere stato riammesso per la quinta volta, anche lo spirito indomito di questo inarrivabile uomo trov la pace il 2 maggio del 373.
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Con lui scomparve uno dei protagonisti assoluti dei primi secoli della Cristianit, vera metafora di come la religione del Nazareno si sarebbe manifestata in terra.
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La sua condotta fu una vera e propria dichiarazione di intenti rispetto a come il nuovo credo intendesse percorrere le strade della Storia nella sua lenta ma inesorabile acquisizione del potere. La crudelt fu una sorta di passaggio obbligato di questa avanzata e verrebbe da chiedersi quanto questa fosse insita nell'uomo
Atanasio o quanto egli fu solo interprete perfetto di questa dinamica.
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Probabilmente, in tale analisi pu soccorrerci l'opinione che di lui ebbe l'imperatore Costanzo che nel 355 non esit a definirlo un sanguinario che ride in faccia al mondo con ghigno malizioso, o anche, e forse pi, l'ammissione dei suoi stessi ammiratori che cedettero nel bollarlo come reo di alto tradimento, avvezzo all'uso
della diffamazione e di ogni strumento lecito o illecito che fosse.
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Ma forse, la sintesi perfetta di questa controversa vicenda umana  da ricercare nell'epitaffio che in molti giurano fosse scolpito sulla tomba di quest'uomo venerabile, il quale recitava letteralmente cos: Athanasium contro mundum, Atanasio contro il mondo.
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Capitolo 2.
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Teofilo.
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Forse la distruzione di uno dei pi importanti templi pagani
dell'antichit non costituisce agli occhi dei pi un motivo sufficiente
da concedere al suo autore l'ammissione tra le fila di questa
pittoresca lista.
Come se la furia e lo zelo persecutorio e la chirurgica ostinazione
nell'annientamento di una cultura considerata aliena non sia un
crimine sufficientemente efferato da essere considerato crudele.
In tal senso la vicenda di Teofilo appare paradigmatica, tanto
pi se la famigerata distruzione del Serapeo di Alessandria da
molti e per troppo tempo  stata annunciata come l'atto trionfante
del Cristianesimo in contrapposizione alla superstizione della
cultura precristiana.
Parimenti gli estimatori di spettacoli crudi stiano tranquilli, ch
il nostro buon patriarca non si  tirato indietro quando c'era da
sporcarsi le mani, dimostrando che l'insegnamento di Atanasio
non era rimasta lettera morta n tantomeno braccio inerte.
Sui natali di questo alfiere della fede le fonti sono avare. Sappiamo
di contro per certo che Teofilo irruppe sulla scena politica
e religiosa nel 384, anno in cui occup la sede vescovile di Alessandria.
Di che pasta fosse fatto risult subito evidente: perpetuando
una tradizione inaugurata dai predecessori anch'egli si dot di
un esercito personale, costituito principalmente da bande armate
di marinai e monaci con i quali svolgeva le pie mansioni del suo
alto mandato, incluso l'assalto dei templi e delle sinagoghe, il
saccheggio e la caccia agli ebrei e, in buona sostanza, la persecuzione
di tutti coloro che non gli andavano a genio.
N deve stupire la presenza dei monaci in questo apparato paramilitare.
Nel Quarto secolo tutto l'Oriente e in particolare l'Egitto era
popolato da migliaia di questi ferventi servi del Signore. A frotte,
provenienti dai deserti del Sinai, della Palestina, della Siria, ma
anche da desolate plaghe-delle lande occidentali, affollavano i
deserti intorno alle floride vallate del Nilo, desiderosi di imitare
le gesta di Antonio, l'eremita ante litteram.
Quanto i loro sforzi tendessero all'elevazione dell'anima attraverso
la mortificazione della carne e l'allontanamento dalle cose
del mondo  tutto da dimostrare, se  vero che l'imperatore Valente
nel 370 fu costretto a emanare un decreto contro gli amanti
della pigrizia delle comunit monastiche, ordinando che venissero
stanati dal loro nascondiglio e riportati nelle citt d'origine a
svolgere i propri compiti.
Sembrava dunque delinearsi il profilo di una massa di perdigiorno
che funestavano le contrade con il loro vagabondare,
come ebbe a lamentarsi Teodosio i qualche anno pi tardi, imponendo
un divieto che arginasse il loro pericoloso errare soprattutto
all'interno delle citt.
Un'ingiunzione vana dal momento che, nella sola area di
Ekhnaton ad Alessandria, si contavano pi di seicento conventi di monaci
e suore pieni sino all'inverosimile. Spesso, troppo, queste comunit
si riversavano per le strade creando disordini e immischiandosi
nelle dispute dogmatiche o nella politica interna della Chiesa, giungendo
non di rado a rivoltarsi contro i propri abati.
Una situazione sofferta in molte aree metropolitane, stando ai
commenti di autorevoli prelati del calibro di Paolo di Tarso o
Gregorio Nazianzeno; una vera e propria piaga che spinse Giovanni
Crisostomo ad affermare beffardamente che se nella citt
non ci fossero i conventi, regnerebbe una tale pace che nessuno
sarebbe pi costretto a rifugiarsi nel deserto.
 pur vero che questi lottatori di Cristo erano ammirati per la
loro eccentricit e venerati superstiziosamente quasi come esseri soprannaturali,
una condizione che unita al loro ragguardevole numero
rendeva i monaci capaci di esercitare una notevole influenza sulla
societ, sulla popolazione e sul ceto dominante: colui che riusciva a
garantirsi il loro appoggio, godeva di un potere considerevole.
Un particolare che non sfugg allo scaltro Teofilo, conscio di
quanto la sua sete di potere necessitasse di queste figure carismatiche.
Cos il suo occhio cupido si volse alle distese pietrose
della Nitria, dove allignavano, infliggendosi punizioni subumane,
i candidati perfetti ai suoi scopi: era qui infatti che risiedevano i
Quattro Lunghi Fratelli, cos chiamati per via della loro altezza
ma la cui formula non sfigurerebbe in nessun gangster movie.
Costoro, al secolo Ammone, Dioscoro, Eusebio ed Entimio
conducevano un'esistenza ascetica seguendo gli insegnamenti
di Origene, il filosofo cristiano del Secondo secolo la cui influenza fu
enorme, fino a che le sue dottrine non furono considerate eretiche
nel sinodo voluto da Giustiniano nel 543 e riconfermate tali nel Secondo
Concilio ecumenico di Costantinopoli dieci anni pi tardi.
Seguire le infinite diramazioni del pensiero origeniano meriterebbe
una trattazione a parte: basti ricordare che le sue speculazioni
sul Logos, sull'eternit della Creazione, sulla preesistenza
delle anime o sull'apocatastasi, il ritorno allo stato originario,
furono oggetto di dispute violente, in special modo in questo
scorcio di Quarto secolo.
I Macriadelfi, i Lunghi Fratelli, erano i leader indiscussi del
partito origenista, la cui fama di santit e di immensa cultura attirava
frotte indicibili di adepti.
Teofilo li bland, si insinu nelle loro preghiere, riuscendo con
la sua insistenza a ottenerne l'appoggio, di tutti tranne dell'integerrimo
Ammone, le cui autopunizioni a furia di ferri roventi devono
aver costituito un formidabile antidoto contro le tentazioni
dell'ammaliante Teofilo.
Cos, accresciuto il proprio potere e il proprio prestigio, il baldanzoso
vescovo si apprestava a compiere un ulteriore balzo sulla
via del successo, che si risolver invece in un tonfo clamoroso
come dimostrato dai fatti occorsi nel 397.
In quell'anno venne meno il vescovo di Costantinopoli
Nettario. Non avevano ancora fatto in tempo a inumarlo che gi intorno
al suo catafalco si avvent come uno sciame di locuste un'accozzaglia
di prelati bramosi di accedere al soglio della Nuova
Roma. O almeno, questo fu il giudizio lusinghiero che di loro
tracci lo storico Palladio, che nel suo Dialogo sulla vita di Giovanni
Crisostomo redatto nel V secolo, li definiva uomini che
non erano uomini; presbiteri per la loro dignit ma del tutto indegni
del sacerdozio, rincarando la dose sottolineando come di
essi alcuni erano intenti a far risuonare le porte del pretorio; altri
ad allungare doni per corrompere; altri ancora a porsi perfino in
ginocchio a supplicare la gente.
A una siffatta compagnia non poteva non associarsi Teofilo, non
tanto e non solo perch si riconosceva simile tra i simili, ma soprattutto
perch, intuendo che la nuova capitale dell'impero stava
progressivamente acquistando importanza, era ben conscio di
come allungando la sua influenza su quella chiesa, in aggiunta a
quella di Alessandria, avrebbe goduto di un potere straordinario
in qualit di primate di tutto l'Oriente.
Eccolo dunque a brigare affinch fosse posto sul seggio di Costantinopoli
un vescovo a lui gradito, Isidoro, in previsione di un
progetto molto pi ambizioso e a lunga scadenza che mirava a
consacrare su quello scranno le promettenti terga del suo pupillo
e incidentalmente nipote Cirillo.
Un sogno che il padreterno non gli concesse di realizzare: tutte
le sue manovre andarono in fumo e anzi, fu costretto ad accettare
la nomina al seggio agognato di Giovanni Crisostomo, una sorta
di precursore del Savonarola fortemente sponsorizzato da Eutropio,
eunuco di corte nonch plenipotenziario ministro.
Fu questi infatti a solleticare le regali orecchie dell'imperatore
Arcadio sussurrandogli il nome del sant'uomo originario di Antiochia,
le cui virt oratorie non solo gli valsero il soprannome
(Crisostomo in greco significa Bocca d'oro) ma evidentemente
avevano blandito quella misera porzione del suo animo non ancora
corrotta da un lungo esercizio del potere. Arcadio si pronunci
e a Teofilo non rest che far buon viso a cattiva sorte dimostrando
che, dopo Costantino, l'ingerenza degli imperatori nei fatti clericali
rispecchiava una nuova interpretazione della famosa formula
di Cristo sull'attribuzione delle prerogative del potere, che suonava
ormai come date a Cesare quel che  di Dio.
Quanto sia risultato umiliante vedersi sfilare da sotto il naso una
preda per la quale si era prodigato tanto e che ormai considerava
sua, lo dimostr l'odio inveterato che il buon Teofilo nutrir per
gran parte della sua esistenza nei confronti di Crisostomo, contro
il quale condurr una lotta spietata che non avr pace sino a quando
non vedr annientato il suo avversario.
Ma i tempi non erano ancora maturi: Teofilo, una volta rientrato
in patria, doveva riprendersi dallo smacco subito e riaffilare le
sue armi.
Nel frattempo, la sua indole crudele non fatic a trovare un bersaglio
sul quale scaricare la frustrazione, identificando nelle comunit
monastiche asserragliate nei dintorni di Alessandria una
perfetta vittima da sacrificare sull'altare della propria ira. Non
si trattava d'altro che di coloro verso i quali si era inizialmente
rivolto per accrescere il potere in citt, rivelando dunque non solo
una bramosia illimitata, ma una doppiezza che fu cifra indelebile
della sua subdola natura.
Alla base del clamoroso voltafaccia ci fu una questione legata,
manco a dirlo, al vile denaro: ma ci che rese ancor pi grottesca
la vicenda fu che uno degli sventurati protagonisti era quello stesso
Isidoro che solo pochi anni prima fu insistentemente caldeggiato
dal patriarca per occupare la sede costantinopolitana.
Questi infatti, preposto alla Casa dell'Ospitalit, una sorta di
ricovero per chiunque si agitasse in acque infide, dovette godere
nonostante le cattive compagnie di una buona stima, tanto da
vedersi affidata da una ricca vedova, mossa da un afflato di sorellanza
protofemminista, una cospicua somma da destinare alle
donne povere della citt.
Teofilo, informato dell'accaduto, volle mettere le mani sul malloppo,
giudicando se stesso un beneficiario molto pi degno che
non una torma di straccione bisognose.
Le sue pressioni furono cos cogenti da costringere il povero
Isidoro, al quale ripugnava cedere alla rapacit del patriarca, ad
abbandonare Alessandria e trovare ricovero presso i venerabili
padri del deserto. Un gesto destinato a scatenare l'animosit di
Teofilo che sconfiner ben presto nella vendetta e persecuzione.
Che poi tale reazione sia derivata effettivamente da una sorta
di regolamento di conti tra opposte fazioni monastiche, non fa
che accrescere la perplessit sulle presunte pie intenzioni di tutti
coloro che scelsero la via dello spirito.
La violenta reazione di Teofilo  infatti da attribuire, oltre che
alla bramosia di denaro, anche e soprattutto all'aver fiutato che
il vento stava cambiando: gli origenisti stavano repentinamente
passando di moda, al loro posto si affacciava esuberante un'altra
frangia animosa di chierici, la cui interpretazione letterale dei
passi biblici, in cui si indugiava sulle fattezze umane di Dio, valse
loro il soprannome di Antropomorfiti.
Ancora nel 399 Teofilo, da origenista convinto si scagliava contro
di loro nella consueta Lettera Pasquale, definendoli sprezzantemente
degli zotici eretici; salvo ravvedersi al volo nel momento in
cui questi, stanchi delle roventi invettive, si riversarono come furie
dai propri ripari nel deserto scitico, giungendo in citt, dove crearono
disordini e riuscirono a minacciare di morte lo stesso patriarca.
Da quel momento Teofilo si riscopr antropomorfista, tanto da
blandire con lusinghe al miele, dopo aver dato prova di tanta
ferocia, i nuovi accoliti nelle cui fattezze giurava di riconoscere il
volto di Cristo.
Non sappiamo infatti se in Teofilo fosse pi forte la sete di denaro
o la paura per la propria incolumit: sappiamo solo che assecondando
la sua nuova natura fideistica, si scagli contro i vecchi
alleati con una furia tale da scatenare un'epurazione che a tratti
assunse i connotati di una vera e propria crociata.
Gi nel 400 tuon contro i Lunghi Fratelli, scomunicandoli per
la follia delle loro bestemmie nella perpetuazione dell'errore criminale
di Origene.
Poi egli stesso si pose alla testa di una soldataglia crudele, il cui
unico fine era la violenza e la razzia, e si avventur nel deserto nitrico
per compiere la sua sacra missione di sradicamento dell'eresia.
Non si contano gli episodi di violenza di cui Teofilo fu protagonista:
giunto al cospetto di Ammone minacci di strangolarlo
col proprio mantello e lo percosse fino a farlo sanguinare:  vero
che rispetto alle punizioni che il vecchio si infliggeva, queste gli
devono essere sembrate carezze, ma fa un certo effetto immaginare
un patriarca aizzato contro il corpo venerato di un asceta
consacrato a Dio.
Colp duramente Isidoro nel tentativo di fargli giurare il falso
a proposito di quella maledetta somma di denaro: non ottenuta
soddisfazione lo scacci violentemente dal proprio riparo, non
tralasciando di diffamarlo pubblicamente a proposito di una relazione
omosessuale che il vecchio presbitero avrebbe intrecciato
vent'anni prima con un giovane mozzo.
Una notte, in preda ai fumi dell'alcol e con la complicit di un
drappello costituito prevalentemente da schiavi etiopi, si avvent
contro un convento, lo saccheggi depredandone i misteri e
non pago diede fuoco alla biblioteca inaugurando quell'attitudine
di cui dar ben pi alta prova in altre circostanze, limitandosi
in quel frangente all'uccisione del giovane chierico benedettino
perito tra le fiamme.
Una delicatezza di cui i suoi scherani furono sprovvisti, visto
che le loro incursioni nel deserto provocarono tra morti ammazzati
e violenze un esodo straordinario, con centinaia di origenisti
costretti a scappare da un triste destino per riparare, guarda caso,
a Costantinopoli, proprio dove risiedeva in qualit di vescovo
Giovanni Crisostomo, nemico giurato di Teoflo.
Un personaggio che dal canto suo, pur essendo dipinto nelle
cronache come uomo santissimo di provata e specchiata virt,
aveva nel suo armadio molto pi di qualche scheletro, se si sommano
gli ebrei ammazzati dalla sua campagna antisemita e soprattutto
le migliaia di uomini appartenenti alla minoranza gota
di Costantinopoli, trucidati nella notte del 12 luglio del 400 dalla
folla inferocita, insofferente verso questi eretici ariani che ebbero
l'ardire di rivendicare un luogo di culto nella capitale: nell'occasione
al patriarca bast incendiare con parole di fuoco le micce
gi innescate di istinti xenofobi e razzisti del popolino
costantinopolitano per scatenare una strage, compiuta,  bene ricordarlo,
sempre a maggior gloria del Signore.
Teoflo, che pur aveva incassato il plauso di un pezzo da novanta
del calibro di san Girolamo, che addirittura esultava per
la trionfante mietitura con cui l'alessandrino aveva sradicato i
germogli malati dell'eresia origenista, ebbe quasi uno sbocco di
bile di fronte alla sfrontatezza di Giovanni nell'accogliere coloro
che lui si era dato la pena di perseguitare: un gesto interpretato
come un tentativo di mettere in discussione la sua autorit, perpetrato
da colui che gi una volta aveva avuto l'ardire di sfilargli
l'agognato seggio di Costantinopoli.
Il Crisostomo, dal canto suo, deve aver maledetto quella folla
cenciosa al seguito dei Macriadelfi scampati alla persecuzione,
ben conscio della iattura che avrebbe comportato uno scontro con
il pericoloso Teofilo.
Per questo motivo Giovanni si pose dapprima come mediatore,
tentando una via diplomatica che lo mettesse al riparo dalla
tempesta. Inutile sottolineare quanto Teofilo, nella sua magnanimit,
abbia disdegnato qualsiasi approccio pacifico, inviando una lettera
nella quale invitava Giovanni a impicciarsi letteralmente degli
affari propri.
Nel frattempo i monaci scacciati, forse non confidando totalmente
nell'aiuto del patriarca costantinopolitano, indirizzarono
una missiva accorata all'imperatrice Eudossia, elencando i soprusi
che erano stati costretti a patire e ottenendo che Teofilo comparisse
a corte per essere giudicato dei torti commessi.
L'alessandrino, da vecchia volpe, traccheggi, colpito dall'illuminazione
che forse l'intera vicenda poteva risolversi con un
capovolgimento, il che avrebbe inferto un colpo micidiale all'odiato
Giovanni.
Egli sapeva che invidia e rabbia sono armi potenti, e il Crisostomo
ne attirava in abbondanza vista la sua posizione e soprattutto
i suoi sermoni moraleggianti, mal tollerati dagli ambienti dei vip
della corte, cui le esortazioni continue alla rinuncia cominciavano
a diventare a dir poco seccanti: bastava mettere in moto gli ingranaggi
della corruzione, attivit nella quale Teofilo non aveva rivali.
Il viaggio che lo condusse a Costantinopoli si risolse cos in
una campagna denigratoria contro il Crisostomo, al termine della
quale la stessa Eudossia appariva apertamente schierata in appoggio
a Teofilo. Quest'ultima infatti non dovette gradire molto le
insinuazioni che Teofilo ebbe cura di far circolare, secondo cui le
prediche di Giovanni sarebbero state infarcite di frecciate contro
la sua condotta di vita non sufficientemente morigerata.
Nelle tre settimane seguenti Teofilo, armato di molto denaro e
grazie a una sapiente distribuzione di opulenti regali a corte, oper
una serie di macchinazioni, prodig unzioni non propriamente
sacre, si rese depositario della sete di vendetta di tutti coloro che
il patriarca di Costantinopoli aveva a vario titolo intralciato, riuscendo
infine a montare un vero scandalo pubblico in virt del
quale da accusato divenne magicamente accusatore.
Tutto fu allora pronto per inscenare quella farsa passata alla
storia col titolo di Sinodo della Quercia, dal nome del palazzo
imperiale in Calcedonia presso il quale si svolse.
Era l'estate del 403 e per il povero Crisostomo dovette risultare
talmente torrida da preferire non presentarsi neppure di fronte a
ci che si era trasformato in un processo pubblico a suo danno:
una scelta lungimirante visto che i vescovi inviati in sua vece
furono picchiati a sangue.
Peccato che tale risoluzione fu colta dai suoi detrattori come
manifesta prova di colpevolezza, incentrando tutto l'impianto accusatorio,
basato sino a quel momento su imputazioni vaghe e
lacunose, attorno a questa negligenza.
Bastarono cos tredici sedute affinch la combriccola decidesse
all'unanimit per la sollevazione di Giovanni dall'incarico: la
notte stessa in cui fu emessa la sentenza, Giovanni fu prelevato
di forza e caricato su un battello destinato alla Bitinia, in cui
avrebbe finito i propri giorni nella sperduta localit di Preneto.
Ma Teofilo non fece in tempo a gongolare che subito due
eventi, che neppure la sua fredda astuzia calcolatrice avrebbe
potuto prevedere, ribaltarono repentinamente la situazione: il
primo fu la collera popolare per la quale l'allontanamento del
proprio vescovo a opera dell'alessandrino dovette apparire insopportabile;
il secondo, ben pi inquietante, colp l'imperatrice
Eudossia con un aborto, che fu letto da tutti come un segno
della punizione divina - a dimostrare che forse le trame di Teofilo
non fossero gradite neppure al Signore.
Giovanni venne dunque liberato, mentre Teofilo fu addirittura
costretto a riparare in patria, rischiando il linciaggio dalla folla
inferocita.
Decisamente Costantinopoli non gli portava bene, o forse molto
pi probabilmente gli era preclusa ogni azione negativa nei
confronti di Giovanni, il cui esito si risolveva ineluttabilmente in
una pesante iattura: anche per il bellicoso vescovo di Alessandria
valeva pi che mai l'antico adagio scherza con i fanti ma lascia
stare i santi.
Molto pi brillante risult il suo impegno nei confronti di ci
che era rimasto dell'antico fulgore pagano, inanellando una serie
di successi il cui apice fu toccato con l'altissimo gesto al quale
abbiamo accennato in apertura di paragrafo - la distruzione del
Serapeo di Alessandria -, non fosse altro per giustificare il ruolo
di vescovo della citt, tra i cui mandati vi era ormai una lotta
senza quartiere ai nemici della vera fede (perlomeno da quando
l'imperatore Teodosio aveva promulgato il famoso editto del 380
in cui dichiarava il Cristianesimo unica religione di Stato e soprattutto
in virt dei successivi decreti emanati tra il 391 e il 392
con i quali, complice la supervisione del magnanimo sant'Ambrogio,
si realizzava un drammatico quanto esiziale giro di vite ai
danni dei culti pagani).
Forte dell'appoggio imperiale, Teofilo si rese interprete letterale
di questi pronunciamenti: dapprima in maniera blanda, accontentandosi
di purificare un mitreo, secondo quanto riportato
da Socrate Scolastico nella sua Historia Ecclesiastica, redatta
nel V secolo. Poi, reso sempre pi baldanzoso nell'esercizio del
potere e aggrappandosi a quella milizia armata reclutata tra le
file del monachesimo secondo i meccanismi gi illustrati, avvi
una vera e propria campagna di occupazione dei templi mirante
al saccheggio e allo sfruttamento delle prebende. Un'azione che
culminer con la trasformazione del tempio di Dioniso in chiesa,
e conseguente messa alla berlina dei phalli in essa custoditi e
parodia di tutti gli altri oggetti sacri rinvenuti tra gli angoli pi
sacri del santuario.
Fu tale gesto a scatenare l'indignazione degli animi pagani gi
esacerbati da un clima di intolleranza e di restrizioni sempre pi
coercitive: essi si ribellarono e si asserragliarono nel Serapeo, il
tempio che all'epoca era, dopo il Campidoglio di Roma, l'edificio
pi vasto, imponente, solenne e ricco del mondo, almeno
secondo la testimonianza di Ammiano Marcellino, lo storico romano
erede del grande Tacito.
A Teofilo non parve vero: adducendo come pretesto le violenze
scatenate dai pagani, sferr contro questi un violento attacco,
mirante al loro definitivo annientamento: un plumbeo giorno del
391 guid dunque una truppa d'assalto in cui si confondevano le
insegne militari e clericali. Giunto nel quartiere Rachotis, dove
il tempio si ergeva su una piccola collina, Teofilo sconfisse rapidamente
i pagani l assiepati, i quali tra uccisioni, bandi e persecuzioni
furono costretti a intraprendere la via dell'esilio verso
luoghi sempre pi raramente tolleranti.
Il santuario fu raso al suolo, a iniziare dalla meravigliosa statua
di Serapide posta a ponente, sbeffeggiando la leggenda secondo
la quale la sua distruzione avrebbe scatenato una catastrofe cosmica.
Teofilo fu anzi esaltato come colui che sconfiggeva le tenebre
della superstizione pagana, i cui culti si alimentavano di trucchi e
diavolerie buone per abbindolare il volgo.
Queste furono le parole con le quali gli autori cristiani si congratularono
dell'evento, condensate nella penna di Eunapio di
Sardi che scrisse: Senza una ragione plausibile, senza il minimo
rumore di guerra, venne distrutto il tempio di Serapide. Furono
rapite le statue e le offerte votive; il solo pavimento del tempio
non venne asportato, perch le pietre erano troppo pesanti. E ci
nonostante si vantavano di aver vinto gli di.
Quel giorno l'unica vittoria riportata fu quella della barbarie
e del fanatismo, e forse l'antica leggenda aveva un fondamento
sensato: la catastrofe cosmica si era davvero consumata.

Capitolo 3.
Cirillo.

A ripercorrere le gesta di Cirillo, il campione dell'ortodossia
che occup lo scranno di Alessandria dal 412 al 444, verrebbe
quasi da pensare che la crudelt sia una sorta di malattia ereditaria
che si trasmette di generazione in generazione: eh s, perch
questo fulgido alfiere della fede, le cui gesta ricalcarono fedelmente
quelle dei predecessori nell'alto mandato affidatogli, era
il nipote di Teofilo, al quale evidentemente lo legava un'affinit
che non si limitava al retaggio di sangue.
La frequentazione parentale deve infatti aver esercitato sul
giovane Cirillo un'influenza destinata a contraddistinguere tutto
il resto della sua esistenza, vissuta all'insegna dell'intolleranza,
del fanatismo, dell'intransigenza e della malvagit, tanto da fargli
meritare un posto d'onore tra le anime pi cupe che agirono
in seno a Santa Madre Chiesa.
Non a caso, colui che  ricordato come il faraone cristiano,
in virt di una spasmodica sete di potere, viene indicato tradizionalmente
come il mandante dell'omicidio di Ipazia, uno dei
crimini pi efferati dell'antichit. E non tanto per le modalit
con le quali fu perpetrato, i cui macabri particolari saranno svelati
pi avanti, quanto per le implicazioni simboliche: Ipazia,
donna, icona del libero pensiero, epigono della sapienza antica,
massacrata da un potere misogino, oscurantista e violento, la cui
affermazione si cibava della costante necessit di annientare barbaramente
tutti gli ostacoli che si frapponevano tra esso e la sua
spietata scalata.
Al confronto il conflitto tra Crono e Zeus sembra una scaramuccia
tra scolaretti.
Ma procediamo con ordine, ch l'infame assassinio non fu che
l'atto pi eclatante di una serie impressionante di misfatti di cui
il nostro fu protagonista assoluto. Perlomeno secondo una nutrita
cerchia di accusatori.
Il futuro Dottore della Chiesa prese il potere il 15 ottobre
dell'anno 412, con modalit drammaticamente simili a quelle
dei predecessori: tumulti e violenze ne accompagnarono la consacrazione,
o, molto pi verosimilmente, fu attraverso queste
che Cirillo ebbe ragione del suo antagonista Timoteo.
D'altronde, se si considera che al soldo di ognuno di questi
alti prelati vi era uno stuolo di bravacci costipati in un saio, non
sorprende troppo constatare con quanta facilit si potesse venire
alle mani, n quanto fosse propizio praticare questa nobile arte in
occasione di un'elezione in cui il proprio patrocinatore era uno
dei contendenti.
C' anche chi ha insinuato, nella fattispecie, che tali manifestazioni
di giubilo siano state il frutto di una sconsiderata moltitudine
che, riconoscendo in Cirillo una spiccata propensione alla
violenza e all'autoritarismo, abbia tentato di impedire ab origine
che l'erede di Teofilo magnificasse la memoria dello zio con una
condotta che addirittura ne superasse le gesta. Ma sono da considerare
voci malevole, messe in giro da detrattori cui l'operato
del sant'uomo nocque tanto da essere ascritti nella rubrica della
presunzione ideologica.
O almeno cos la pensano gli sterminati estimatori che in ala
cattolica ancora osannano le battaglie dottrinali condotte dall'inflessibile
Cirillo, la cui straordinaria sete di verit lo port ben
presto a scontrarsi col suo omologo costantinopolitano Nestorio.
Vi ricorda qualcuno?
Gi, non  che brillassero di originalit questi benedetti patriarchi
alessandrini, ma bisogna pure comprendere che si trovarono
ad affrontare gli stessi problemi: l'ascesa della cattedra di Costantinopoli
e la conseguente minaccia al loro primato.
Anche Cirillo come il beneamato zio affront la questione spostando
sul piano teologico una disputa che aveva un sapore del
tutto politico, per non dire biecamente personale: ma a differenza
di chi lo precedette seppe imprimere una marcia in pi, anzi
ebbe la sfacciataggine di piegare ai propri fini l'essenza stessa
del tessuto religioso, inventando addirittura un dogma, quello
della maternit divina della Madonna.
Per analizzare in che modo ci avvenne  necessaria una totale
immersione nelle controversie religiose che animavano la quotidianit
di questo scorcio del V secolo, al pari di quanto oggi potrebbe
infiammare una discussione sull'esito di un match calcistico.
Archiviato il dilemma della natura divina delle tre persone,
l'oggetto del contendere era ora trasmigrato nella sola figura di
Cristo, dando la stura a una serie di contrapposizioni che passeranno
alla storia come questione cristologica.
Ci si interrogava sostanzialmente in che modo coabitassero in
Cristo le due nature umana e divina, e quale avesse preminenza.
Come due opposte fazioni di club, le due cattedre di Alessandria
e Costantinopoli avevano un diverso modo di intendere
l'argomento: la prima, rifacendosi all'interpretazione platonica,
dava assoluta precedenza alla natura divina di Cristo, affermando
che il Logos fosse l'unico vero centro d'azione da cui emanava
l'umanit del Cristo incarnato.
La seconda, di chiara ispirazione aristotelica, filtrata attraverso
l'insegnamento propugnato ad Antiochia, propendeva per un'interpretazione
che ponesse in risalto l'umanit del Figlio di Dio
con la conseguente coesistenza delle due nature, che rimanevano
cos integre all'interno della stessa persona.
Possono apparire dibattiti cervellotici, grovigli nei quali il gusto
di impigliarsi sia appannaggio di una schiatta di perdigiorno
nullafacenti, fantasie pretesche senza nessun esito sostanziale.
Tutto vero.
Come  altrettanto drammaticamente vero che in virt di questi
lambiccamenti si sia agito danneggiando societ e Stati come
neppure un'invasione barbarica avrebbe potuto.
E infatti, partendo da questa contrapposizione, il buon Cirillo
intrecci le sue trame per disfarsi di un pericoloso concorrente,
dimostrando quanto la speculazione teologica costituisse il sottile
velo che copriva le pudenda di un'azione incontrovertibilmente
pi prosaica, per non dire vilmente utilitaristica.
Nestorio, la cui zelante intraprendenza contro l'eresia aveva
fatto sfracelli di ebrei, cristiani dissidenti, scismatici, novaziani,
apollinaristi e di ogni setta che ebbe la sventura di manifestarsi in
quelle plaghe, otteneva il plauso sempre pi ammirato dell'imperatore
Teodosio Secondo, il cui fervore religioso faceva impallidire
quello dello stesso Costantino.
Egli costituiva ormai una spina sempre pi dolorosa nel fianco
di chi ambiva a essere riconosciuto come primate della Chiesa
d'Oriente: il patriarca di Costantinopoli andava abbattuto.
Quale strategia pi sublime se non trasformare il flagello
dell'eresia in eretico egli stesso?
Ecco dunque entrare in scena la Madonna, o meglio il ruolo di
madre che la tradizione cristiana aveva da sempre attribuito a Maria.
Nestorio, coerente con la sua interpretazione dell'umanit di
Cristo, non poteva considerare Maria come madre di Dio,
Theotokos, ma al massimo madre del Cristo, Christotokos.
E non solamente per un vezzo teologico, ma anche e soprattutto
per evitare una pericolosa deriva paganeggiante:Se Dio
avesse una madre egli argomentava allora anche il pagano che
parla delle madri degli di non merita alcun appunto. N si pu
biasimare un'attenzione cos puntigliosa in una terra in cui il
culto delle dee madri, a partire dalla frigia Cibele, aveva radici
ancora molto solide.
Quanto Cirillo fosse poco interessato alle controversie
dogmatiche lo dimostra il fatto che, minimizzando sugli scrupoli ontologici
del suo avversario, si perit piuttosto di far passare il suo
pensiero come l'enunciazione di una nuova eresia, con l'unico
scopo di toglierlo dai piedi.
E lo dimostra molto pi il fatto che la sua concezione cristologica
si risolveva nella formula mia physis tou Theou logon
sesarkomenee, un'unica natura del Dio Logos incarnata, che
egli attribuiva erroneamente ad Atanasio ma che in realt apparteneva
ad Apollinare, il vescovo di Laodicea le cui dottrine
furono bollate come eretiche nel corso del Concilio di Costantinopoli
del 381.
Ma cosa importava? Ci che contava era far passare come verit
di fede il concetto di Madre di Dio: dal momento che la
Vergine aveva generato secondo la carne Dio unito alla carne, ne
conseguiva che essa fosse la genitrice di Dio.
Detto in altri termini, tutto ci poteva suonare come la riproposizione
dell'eterno dilemma sulla preesistenza tra l'uovo e la
gallina ma, data l'entit dei soggetti, una rappresentazione cos
cruda andava paludata per non rischiare di apparire pericolosamente
blasfema.
Cirillo apparecchi dunque lo scontro: produsse una quantit
impressionante di libelli contro il suo avversario; riusc a trascinare
per una manica l'allora vescovo di Roma Celestino Primo e ancor
pi, memore degli insegnamenti di Teofilo, inond letteralmente
d'oro tutti coloro che potevano essergli d'aiuto nella causa: non
vi fu alto funzionario statale n principessa che non fosse allettato
con ingenti somme di denaro o con ogni sorta di regalo, tra
cui spiccarono piume di struzzo, stoffe pregiate, tappeti e mobili
d'avorio; n mogli di prefetti, eunuchi influenti o cameriere di
palazzo rimasero a becco asciutto. La sede alessandrina fu prosciugata,
contraendo un debito di 100.000 pezzi d'oro, pari a
circa 750 chilogrammi del nobile metallo: tutto a maggior gloria
di Dio, pardon di Cirillo.
Ora mancava solo l'atto finale, il mezzo attraverso il quale ufficializzare
la dipartita politica e religiosa di Nestorio: serviva
un concilio.
Cirillo naturalmente lo ottenne, in virt della convocazione
per la verit non troppo convinta di Teodosio, che anzi fino a
poco tempo prima accusava l'alessandrino di essere assetato di
discordia e fomentatore di disordine, ammonendolo riguardo
al fatto che nessuna frattura tra chiese e Stato sarebbe stata
tollerata.
Sar stato in virt dell'intercessione di Pulcheria, l'intrigante
sorella maggiore cui i doni di Cirillo debbono essere risultati
estremamente graditi, l'imperatore stabil alfine che il concilio ci
sarebbe stato e che si sarebbe tenuto in quel di Efeso, decretando
come data il 7 giugno del 431, giorno di Pentecoste.
Ci che avvenne successivamente fu la dimostrazione lampante
delle reali intenzioni di Cirillo.
Innanzitutto non ci fu nessuna discussione n confutazione e il
nome di Maria comparve solo nell'iscrizione della chiesa a lei
consacrata, scelta come luogo per la riunione.
Per il resto fu solo Cirillo: nel ruolo di accusatore, giudice,
delegato. Per certi versi fu come se egli stesso rappresentasse
ecumenicamente la totalit del concilio, come ebbe a commentare
amaramente lo stesso Nestorio.
Questo anche e soprattutto grazie alla protervia con cui egli
si present nel luogo convenuto: contraddicendo ogni norma di
etichetta imperiale, Cirillo giunse a Efeso seguito da una torma
minacciosa di famigerati parabolani, coloro che ufficialmente
svolgevano funzione da infermieri dei poveri negli ospizi ecclesiastici,
ma che di fatto costituivano la guardia personale del vescovo
alessandrino, esercitando una minaccia costante contro i
suoi oppositori e molto spesso spingendosi ben oltre, come ebbe
a sperimentare la sventurata Ipazia.
Per giunta, dal momento che la data fissata era slittata a
causa dei ritardi dei vescovi orientali e dei delegati romani, Cirillo,
incurante di queste assenze e bramando di risolvere in fretta
la questione, il 22 giugno diede l'avvio alle danze. Gli bast la
sessione di una giornata per avere ragione del suo avversario
che nonostante avesse fiutato l'aria ebbe tuttavia l'ardire di presentarsi.
Con l'avallo della totalit del consiglio, quanto indipendente
lascio a voi immaginare, le tesi di Nestorio vennero
dichiarate eretiche, mentre da quel giorno Maria poteva essere
consegnata alla tradizione come l'immacolata concepitrice della
divinit, quasi senza travaglio: il resto delle sedute fu una semplice
formalit.
Quanto alla sorte del povero Nestorio, costretto ad abbandonare
la sede episcopale e a scontare gli anni che gli rimanevano in
uno sperduto buco del deserto egiziano, dove mor di stenti nel
451, fu ed  materia per storici pedanti.
Come anche il fatto che la scoperta all'inizio del secolo scorso
della sua opera, il Li ber Heraclidis, e nuovi studi intrapresi sul
conflitto che lo oppose al vescovo Cirillo d'Alessandria, abbiano
portato a riconoscere la condanna nei suoi confronti come
ingiusta e a considerare la sua teoria cristologica conforme alla
dottrina ortodossa stabilita nel successivo Concilio di
Calcedonia del 451, per la quale nell'unica persona di Cristo sussistono
due nature.
Cirillo aveva trionfato e la sua gloria era e doveva rimanere
immacolata, come quella dottrina della Concezione per la quale
egli si era cos valorosamente battuto.
Tutto questo avveniva quando il nostro eroe aveva gi abbondantemente
dimostrato quanto la sua anima fosse circonfusa di
luce.
In lui, la lotta per la fede assunse caratteri talmente epici da risultare
quantomeno sospetti. I maligni potrebbero insinuare che il
suo zelo servisse a mascherare la mostruosa sete di potere, mentre
per altri si tratt semplicemente di fermezza di convinzione e
limpida intransigenza: ci che appare lampante  che le sue azioni
debordarono spesso e volentieri in lucidi atti di ferocia.
Partendo da un'ossessione che vedeva la Chiesa di Dio minacciata
in ogni dove da dottrine immonde e sacrileghe, egli immagin
se stesso come lo strumento chirurgico atto a debellare
il male. Tra i primi a godere degli effetti di questa cura furono
ovviamente gli ebrei, esseri esecrabili in quanto assassini di Domineddio.
Il primo atto contro costoro si realizz nel 414, quando l'indomito
Cirillo si impadron di tutte le sinagoghe egiziane e le trasform
in chiese cristiane, un sopruso che ebbe vasta eco anche
in Palestina dove orde di monaci invasati distrussero i templi del
popolo eletto.
Nella stessa Alessandria, adducendo a pretesto la macabra favola
che vedeva gli ebrei autori di atti ignominiosi e di crimini
inenarrabili, tante volte vergognosamente reiterata nel corso della
storia occidentale, convoc tutti i loro rappresentanti affinch
rendessero conto delle presunte colpe. Non ottenendo soddisfazione
(e come avrebbero potuto i giudei discolparsi di un crimine
non commesso?) Cirillo scaten una folla enorme di fanatici,
che devastarono le sinagoghe della citt e indussero, per usare
un eufemismo, l'intera comunit ebraica a sloggiare. C' chi
parla addirittura di una cifra oscillante tra le centomila e le duecentomila
anime, depredate dei loro beni e costrette a fuggire:
indipendentemente dalla reale stima resta il fatto che una delle
pi antiche comunit ebraiche dai tempi della diaspora, sub per
la prima volta da settecento anni gli effetti di ci che pu essere
considerato un pogrom ante litteram.
Ma neppure i cristiani sfuggirono alla furia di Cirillo - o perlomeno
tutti quelli che a vario titolo non la pensassero strettamente
come lui.
All'indomani della sua elezione a vescovo, il neo patriarca si
scagli con decisione contro gli ortodossi novaziani. Il
rinnovamento spirituale e il rigorismo dottrinale che questi mutuavano
dal loro iniziatore, il presbitero romano Novaziano appunto,
che intorno al 250 si oppose fermamente affinch i lapsi - quei
cristiani che all'epoca delle persecuzioni dell'imperatore Decio
avevano abiurato la fede - venissero reintegrati in seno alla comunit
senza neppure scontare un Pater noster, dovevano risultare
palesemente scomodi a colui che di quella schiatta di codardi
era erede di sangue e convinzione.
Anche qui botte da orbi, chiusura delle loro chiese e guarda
caso confisca dei loro beni, in special modo quelli, ingenti, del
vescovo Teopempto, che convolarono a impinguare le casse
dell'ardente Cirillo.
Costui dovette trovare disdicevoli anche i comportamenti dei
messalliani, la cui unica colpa era pregare, come lasciava intuire il
loro nome (dal siriano msallyn, coloro che pregano): quest'innocua
setta di asceti penitenti dai lunghi capelli, che rifiutava ogni
forma di lavoro e accettava di vivere in estrema povert per meglio
sperimentare l'esempio di Cristo, fu infatti bollata come torma
di parassiti e dunque debellata con le opportune maniere.
Se di parassiti si tratt dovettero appartenere a una razza particolarmente
resistente, visto che si riaffacciarono durante il
Medioevo, andando a ingrossare le fila altrettanto eretiche dei
bogomili.
Neppure appartenere alle alte sfere del potere costituiva un baluardo
contro la rabbia di Cirillo, come ebbe a sperimentare il
governatore imperiale Oreste.
Questi, indignato per il trattamento riservato agli ebrei alessandrini,
entr in aperto e veemente contrasto col vescovo metropolitano:
per tutta risposta ottenne che uno sciame furente di parabolani si
riversasse come locuste in citt provocando tumulti e sommosse. Fu
solo l'intervento della cittadinanza a far s che il sasso indirizzato a
Oreste, nel corso dei tafferugli generati in quell'occasione, si limitasse
a ferirlo e non a decretarne la dipartita.
Indicativo fu il comportamento di Cirillo che riserv all'attentatore
suppliziato e morente, un certo Ammone, tributi da martire,
tramutandogli addirittura il nome in Thaumasios, ammirevole.
Fu proprio in relazione a questo scontro che molto probabilmente
matur la pagina pi tragica delle azioni nefande di Cirillo,
culminata con l'omicidio della filosofa Ipazia.
Costei, figlia di Teone, matematico e filosofo egli stesso, era un
fulgido rappresentante della scuola neoplatonica, ultima espressione
di un paganesimo agonizzante sotto i colpi dell'intolleranza
cristiana.
Stabilirne l'effettiva portata risulta abbastanza problematico,
visto che non  rimasta traccia dei suoi scritti, ma il suo influsso
deve essere stato notevole, stando alle testimonianze indirette e
all'entusiasmo che sappiamo riscuotesse ogni sua lezione.
Una colpa che unita al legame di non meglio specificata natura
che univa la donna a Oreste dovette risultare imperdonabile
agli occhi di Cirillo: sembra infatti, ed  molto pi che un sospetto,
che fu proprio lui il mandante del barbaro omicidio attraverso il
quale i famigerati parabolani fecero scempio del corpo di Ipazia:
nel mese di marzo del 415, un gruppo di questi, capeggiati dal
lettore Pietro, tese un agguato alla donna mentre rientrava a casa;
tiratala gi dal carro, la trascinarono fino alla chiesa che prendeva
il nome da Cesario dove strappatale la veste, la uccisero
lentamente lacerandone le membra con dei cocci affilati.
Dopo che l'ebbero fatta a pezzi membro a membro, trasportati
i brandelli del suo corpo nel cosiddetto Cinerone, cancellarono
ogni traccia bruciandoli.
I dubbi sulla responsabilit di Cirillo sono il frutto di un insabbiamento
in cui si aren l'inchiesta fortemente voluta da Oreste
in seguito all'assassinio, un esito cui contribu prepotentemente
l'intromissione della potentissima sorella di Teodosio Secondo, Elia
Pulcheria, da sempre sostenitrice e confidente del vescovo alessandrino.
Si comprende come dopo un intervento del genere anche la
penna di uno storico di solito attento come Socrate Scolastico
tentenni sull'accaduto, per cui bisogner aspettare circa cent'anni
dalla morte di Ipazia affinch un filosofo pagano, Damascio,
tenti nella sua Vita di Isidoro di lacerare il velo di omert che
copriva le responsabilit presunte del crudele patriarca.
Nonostante tutto Ipazia da quel fatidico giorno  assurta a simbolo
del libero pensiero, un'icona intramontabile per quanto sepolta
e seminascosta tra le pieghe della Storia, mentre le ombre
che gravitano sulla memoria di Cirillo si sono in quel frangente
arricchite di una coltre ancora pi densa e opprimente.
Un'oscurit che non deve aver turbato il buon papa Leone Terzo
che il 28 luglio del 1882 tributer a Cirillo la pi alta onorificenza
della Chiesa cattolica conferendogli il titolo di Doctor
Ecclesiae.
Forse millequattrocento anni sono stati sufficienti a ribaltare
il giudizio cos espresso in una lettera apocrifa, inviata al padre
della Chiesa Teodoreto all'indomani della morte del patriarca,
avvenuta nel 444: Finalmente, finalmente  morto quest'uomo
terribile. Il suo congedo rallegra i sopravvissuti ma sicuramente
affligger i morti.

PARTE SECONDA.
I PAPI.
LA CRUDELT DAL SOGLIO.

Capitolo 4.
Giovanni 12esimo.

A ripercorrere la vicenda umana di questo pontefice si rimane
quantomeno storditi. E talmente lunga e paradossale la lista delle
nequizie e dei crimini che gli sono imputabili da renderlo quasi
un personaggio letterario, uno di quei villain che ti aspetti di
scovare in agguato tra le chine di un fumetto americano. Eh s,
poich la cronaca delle sue gesta dipinge un essere mostruoso,
abietto, senza neppure una nota di positivit, un veliero che trasporta
al suo interno i gradi pi infimi a cui potrebbe discendere
l'animo umano, la cui parabola sembra quasi impotente di descrivere
un guizzo che lo esalti seppur nell'arco di un istante da quel
torbido lago di misfatti in cui langue soddisfatto. Troppo, anche
per chi malignamente fruga tra le pieghe della Storia con atteggiamento
voyeuristico, in cerca dello scandalo e del particolare
raccapricciante che riconosce come manifestazione immancabile
dei comportamenti antropologici.
E infatti, man mano che si scava nel limo della sua esistenza,
ci si rende conto che buona parte del lezzo che da esso proviene
sembra essere propagato ad arte da un personaggio la cui perizia
di denigrazione aveva ben pochi rivali: quel Liutprando da
Cremona, sotto la cui penna avvelenata erano gi state tritate le
immagini di Berengario Secondo e di sua moglie Willa, rese poco pi che
bozzetti parodistici nelle pagine acide dell'Antapodosis, per non
parlare del trattamento riservato al povero Niceforo, l'imperatore
bizantino protagonista suo malgrado delle salaci note della
Relatio de Legatione Constantinopolitana.
Giovanni 12esimo appare dunque come la vittima designata della terza
fatica del mordace Liutprando, l'Historia Ottonis. Il libello
ruota attorno alla vicenda che nel 963 porta l'esasperato imperatore
a deporre l'indegno pontefice con un sinodo pilotato. L'azione,
assai dubbia sul piano giuridico, aveva bisogno di essere
suffragata perlomeno su un piano morale, cos il pamphlet appare
come una sorta di salvacondotto che giustifichi l'operato ottomano.
Ci che stupisce  che, pur imperniato sulla figura dell'imperatore,
lo scritto esalta la figura dell'antagonista, che per quanto
negativa appare gigantesca.
La fama sulfurea di Giovanni, nonostante abbia subito rimaneggiamenti
tali da risultare amplificata, difficilmente avrebbe
tratto origine da fatti non reali: quanto, sta al lettore giudicarlo,
attraverso un racconto di cui saremo, per quanto possibile, fedeli
narratori.
Il nostro (la tentazione di scrivere mostro  fortissima) vide i
natali verosimilmente nel 937, durante quegli anni turbinosi che
non a caso passarono alla storia come il secolo di ferro.
Gli ultimi vagiti dell'impero carolingio, la minaccia dei magiari
sempre pi concreta, il disfacimento dell'autorit in mille potentati
non fece che accrescere i foschi presagi sotto i quali l'inizio
del secolo era stato inaugurato.
Ad accrescere il clima di smarrimento contribu prepotentemente
la condizione del papato di Roma che vide in questa fase
uno dei suoi periodi pi neri e di cui il futuro pontefice era destinato
a perpetuare il cupo retaggio.
Gi nel suo DNA infatti era iscritto ci che inesorabilmente
avrebbe caratterizzato la propria condotta, essendo il nipote per
via paterna di quella Marozia che, insieme alla madre Teodora,
aveva fatto il bello e il cattivo tempo nella citt eterna, inaugurando
un potere tutto al femminile che fu bollato, non senza una
punta (per usare un eufemismo) di misoginia, come pornocrazia, ovvero il potere delle puttane.
Come e quanto siffatta etichetta corrisponda al vero meriterebbe
una trattazione specifica: ci che appare evidente fu come attraverso
il suo talamo, Marozia dirott la politica romana, reggendo
inevitabilmente anche le sorti del soglio di Pietro.
Un vizio, quello dell'alcova, che marchi indelebilmente anche
suo nipote Ottaviano, colui che era destinato a essere iscritto nel
Liber Pontificalis col titolo di Giovanni 12esimo, ma che costitu appena
la punta di un iceberg di perversione contro i cui ghiacci era
destinato ad affondare qualsiasi vascello di moralit.
Poco sappiamo dei primi anni di vita del rampollo di casa Tuscolo,
se non che li spese molto probabilmente nel rafforzare
quelle abitudini dalle quali non seppe distaccarsi al momento
della sua elevazione al sacro soglio: appassionato cacciatore, giocatore
di dadi, cavaliere e all'occorrenza devoto adoratore degli
di, quelli pagani beninteso, tanto da far sospettare ai contemporanei
di essere in combutta con il demonio.
Fu con questo viatico che il 16 dicembre del 955 il giovane
Ottaviano veniva consacrato papa, in virt di un'antica promessa
che il clero e la nobilt romana avevano contratto col padre Alberico
II, uno che evidentemente anche dopo morto poteva ancora
dire la sua.
Questi, infatti, autore di una vera e propria dittatura durata circa
un ventennio (a quanto pare a Roma non si  mai brillato per
originalit) aveva esautorato nel 932 il fratellastro Giovanni 11esimo,
ultima espressione del tentacolare potere di Marozia, madre di
entrambi.
Relegata costei in un monastero e svuotato del potere temporale
Giovanni cui furono concesse solamente le prerogative papali,
peraltro esercitate mentre era guardato a vista in Laterano, Alberico
si fece eleggere Princeps atque Senator omnium Romanorum, divenendo di fatto il signore incontrastato della citt.
Il suo fu un governo giudicato positivamente sia dai contemporanei
che dagli storici: il ducato di Roma, retto da un potere
laico, visse un periodo di relativa prosperit, sottratto alle fluttuanti
ambizioni di re e imperatori, capace di esprimere una politica
autonoma che non fosse ridotta a semplice ammennicolo delle
fameliche mire pontificie.
Ma forse questa positivit di giudizio  resa iperbolica dalla
comparazione di ci che era avvenuto prima e ancor pi di ci
che sarebbe avvenuto dopo, complice l'ingenua lungimiranza
dello stesso Alberico. Questi infatti, convinto di assicurare stabilit
alla propria dinastia, induce i patrizi romani a pronunciare
il giuramento di cui abbiamo fatto menzione prima, assicurando
al proprio rampollo una dignit che avrebbe dovuto metterlo al
riparo da ogni tempesta.
Cos il giovane Ottaviano, dopo aver assunto il potere civile
rivestendo la carica di princeps e senator, una volta insignito
dell'anello pastorale, si trovava a racchiudere nella sua persona
l'espressione congiunta del potere temporale e spirituale, ripristinando
una continuit che il padre Alberico aveva inizialmente
interrotto (determinando la sua fortuna), salvo poi auspicarla per
il proprio figlio.
 lecito supporre che in previsione dell'alto mandato cui era destinato,
siano stati impartiti al nobiluomo almeno i rudimenti nelle
cose sacre di cui, sebbene non colse l'intima natura spirituale, fu
quantomeno avido ricettore riguardo le implicazioni temporali.
Fu forse proprio in virt di tale prospettiva che l'ambizioso
Ottaviano, nel frangente della sua consacrazione, decise di abbandonare
il suo nome principesco a vantaggio di Giovanni 12esimo,
preceduto in tale usanza solo da Giovanni Secondo nel lontano 533. Ma
mentre questi opt per il cambiamento non considerando saggio
mantenere il proprio nome di battesimo Mercurio, di sfacciata
quanto inopportuna ascendenza pagana, questi verosimilmente
oper tale scelta quasi a riannodare quel filo rosso che lo legava
allo zio Giovanni 11esimo, rinvigorendo l'orgoglio di appartenenza a
una dinastia che aveva un sapore tutto secolare.
D'altronde, che fosse infatuato delle lusinghe del mondo,  una
caratteristica su cui non indugia il solo Liutprando: appare chiaramente
sottolineata anche nel Liber Pontificalis, in cui si legge
che il pastore delle anime totam vitam suam in adulterio et
vanitate duxit, e molto pi nel Chronicon redatto sul limitare del
decimo secolo dal monaco Benedetto del Soratte, che non esita a dipingere
il pontefice come un essere volgare, amante della caccia
e desiderato dalle donne. Ora, se si considera che quest'ultima
fonte non aveva nessuna velleit di compiacere Ottone Primo, del quale
anzi tratteggia un giudizio negativo, si pu azzardare che forse
la fama di Giovanni 12esimo non era basata solo su maldicenze dettate
da acrimonia politica e che dunque, le voci sulle sue bizzarrie e
depravazioni, poggiavano su una serie di comportamenti che assomigliavano
tristemente al vero.
Seguendo il refolo di queste testimonianze, scopriamo che ben
presto il palazzo del Laterano si era tramutato in una sorta di bordello,
a cui alla cura delle anime si antepose quella dei corpi, specialmente
femminili. A onor del vero, il gaudente Giovanni non
disdegn neppure quelli maschili, se si presta fede a quanti giurano
che abbia addirittura avuto la sfacciataggine di consacrare
vescovo un fanciullo di dieci anni per premiare delle doti che difficilmente
inscriveremmo nell'alveo delle sacre virt teologali.
N fu questa l'unica nomina a destare perplessit se non addirittura
scandalo, visto che ubriaco, ebbe l'ardire di ordinare
sacerdote uno stalliere proprio nel luogo in cui questi era solito
svolgere le proprie mansioni: doveva essere abbastanza digiuno
di lettere classiche se nel tentativo di emulare Caligola, scambi
grossolanamente il cavallo con il garzone, ma forse nel suo delirio
di onnipotenza gli rimase un briciolo di decoro ecclesiastico
che gli imped di conferire a un quadrupede un titolo ingombrante
anche per un cristiano.
Se si fosse limitato a questi peccati, il giudizio su Giovanni sarebbe
certo meno severo, di cui si potrebbe accusare al massimo
un eccesso di zelo nell'interpretazione del messaggio evangelico
che lo abbia condotto a porre come perno del suo mandato pontificale
l'amore. Certo, sulla natura di tale amore magari si potrebbe
eccepire, dal momento che la sua condotta lo portava a saltare
come un provetto acrobata da un letto a un altro, includendo nel
novero delle fortunate la vedova del suo cameriere Rainer, che
visse l'onore di essere esibita in varie citt, non senza ricevere
in appannaggio una ricca croce incastonata e un paio di preziosi
calici; oltre alla concubina del defunto padre, tale Stefana, e la di
lei sorella.
Il focoso Giovanni giunse perfino a omaggiare con le sue attenzioni
le proprie sorelle, sua madre Anna e la di lei nipote, declinando
al massimo grado la grammatica dell'amore universale.
N sembra avesse risparmiato una folla di pellegrine, mogli, vedove,
fanciulle, il cui intento era pregare sulle tombe dei santi,
costringendo tutte coloro che non intendessero includere come
meta del loro pellegrinaggio anche l'adorazione delle reliquie
di Giovanni, una forzata rinuncia alla visita della citt eterna con
crollo verticale del turismo religioso e conseguente depauperamento
del patrimonio di San Pietro.
I suoi eccessi non si limitarono alle perizie dell'alcova, ma seppe
dare prova di una disinvolta interpretazione del potere consacrando
un numero imprecisato di prelati in cambio di denaro o
facendosi beffe dei riti, officiando messe senza impartire la comunione.
Una serie di azioni che valsero al pontefice la fama di stupido,
ignorante, mentitore, ladro, fedifrago, adultero, simoniaco, blasfemo,
fornendo un elenco compiaciuto dell'abiezione umana al
quale non poteva mancare la categoria della crudelt.
Sembra infatti che una volta abbia condannato alla castrazione
un chierico per punire una mancanza sulla quale forse appare pi
prudente stendere un pietoso velo, n fu l'unica occasione in cui la
sua ira assunse tinte sanguinarie, come avremo modo di scoprire.
A un personaggio di siffatta levatura non poteva certo mancare
una smisurata ambizione, che lo port ad abbandonare la prudente
politica paterna e a inseguire sogni di grandezza. Peccato che a
tale pulsione non seppe corrispondere un'adeguata capacit.
Vagheggiando un accrescimento del suo potere, si atteggi a
grande statista e volle intraprendere la via delle armi per garantirsi
l'estensione dei possedimenti dello Stato della Chiesa a danno
delle terre meridionali: riusc solamente a impelagarsi in un groviglio
di dispute destinate a decretarne la rovina.
La miserevole campagna che nel 960 condusse al fianco di toscani
e spoletini ai danni dei signori di Capua e Benevento si
risolse con una resa disonorevole.
N ebbe maggior fortuna quando rivolse le sue mire al Nord,
tentando di invadere le terre dell'Esarcato e ottenendo come
pronta risposta la reazione furente di Berengario Secondo che, nel suo
progetto di dominazione della penisola, non aspettava che un
buon pretesto per sparigliare lo status quo e piombare sul patrimonio
di San Pietro decimandolo.
Fu allora che l'incauto Giovanni comp la scelta che avrebbe
segnato il suo destino e molto pi quello dell'intera Europa, decidendo
di ricorrere all'aiuto di Ottone Primo di Germania.
E in questo fu interprete fedelissimo dei suoi predecessori al soglio,
dal momento che il ricorso a forze imperiali, per contrastare
minacce vicine, era una pratica consueta che risaliva agli albori
dell'era carolingia.
Peccato che Giovanni non fosse Adriano Primo, n tantomeno Ottone
fosse Carlo Magno, a testimonianza di quanto i tempi fossero
drasticamente cambiati.
Probabilmente il pontefice, per quanto debosciato, deve aver
immaginato che il sovrano tedesco si sarebbe comportato n pi
n meno come i suoi omologhi franchi, i quali erano sempre intervenuti
a togliere le castagne dal fuoco per poi ritirarsi discretamente,
appagati dal riconoscimento della sacralit e dell'autorit
che il papa aveva sempre avuto la bont di concedere alla loro
corona.
Fu seguendo questa logica che Giovanni invi un'ambasciata
a Ottone, promettendogli in cambio del suo aiuto la dignit
imperiale, vacante dal 924, quando era morto Berengario Primo, l'ultimo
detentore del titolo sopravvissuto alla frantumazione della
galassia carolingia: probabilmente per Giovanni si trattava solo
di inscenare una cerimonia semifolcloristica nel corso della quale
avrebbe semplicemente posato una corona sul capo di un potente
signore, capace di proteggere un papa dai suoi nemici.
Di ben altro avviso era invece Ottone, che a differenza dell'omuncolo
sognava in grande.
Questi infatti, accarezzando un progetto grandioso che di l a
breve avrebbe realizzato, una sciocchezzuola passata alla storia
come Sacro Romano Impero o, per dirlo alla tedesca, Erste
Reich, era ben conscio del valore di quella incoronazione e di
quanto fosse fondamentale che tale consacrazione passasse per le
sacre mani di un papa, che per quanto depravato sempre papa
era.
Disposto a fare carte false per ottenere tale viatico, promise agli
ambasciatori mari e monti, impegnandosi a proteggere la persona,
la vita e l'onore del papa, a non prendere alcun provvedimento
su cose che riguardassero i romani o il papa stesso senza il
consiglio di quest'ultimo e dichiarando solennemente che intendeva
restituire quanto appartenesse al patrimonio di S. Pietro che
fosse venuto in sua potest, rinnovando la famosa formula della
Promissio Carisiaca che nel lontano 756 Pipino il Breve aveva
giurato a Stefano Secondo.
Quanto avesse intenzione di onorare questa promessa  testimoniato
dalle battute che Ottone scambi col proprio portaspada
Ansfried di Lwen quando il 31 gennaio del 962, dopo una rapida
discesa in cui fece polpette dell'esercito di Berengario, si ritrov
alle porte dell'Urbe: Quando pregher sulla tomba degli
apostoli tu dovrai tenere continuamente la tua spada sul mio capo,
giacch la lealt romana fu molte volte sospetta ai miei avi.
Con tali premesse il 2 febbraio dello stesso anno Ottone fece
il suo ingresso nella citt leonina, dove lo attendeva in pompa
magna Giovanni, pronto a incoronare lui e la moglie Adelaide: e
chi sa se sia stata proprio la vista della spada del fido Ansfried a
indurre il pontefice a concepire pensieri men che meno pudichi
nei confronti di colei che stava consacrando imperatrice.
Se sguardi lascivi ci sono stati, suo marito di certo non deve
essersene accorto, intento com'era a proseguire a tappe forzate
nella realizzazione del suo disegno di potere, in cui si delineavano
chiarissimi i rapporti di forza tra papato e impero.
A pochi giorni dall'incoronazione, il neo imperatore presentava
infatti un salatissimo conto a Giovanni 12esimo, cui finalmente apparve
quanto improvvida fosse stata la sua scelta di richiesta d'aiuto. Il
13 febbraio del 962 il pontefice fu costretto a controfirmare il
celebre Privilegium Ottonianum nel quale l'imperatore sottoscrisse
gli impegni presi precedentemente in cambio di un giuramento
di fedelt da parte del papa: in particolare l'atto garantiva che ogni
futura elezione papale avvenisse previa autorizzazione imperiale
e alla presenza dei suoi rappresentanti, riducendo di fatto il pontefice
in una condizione di vassallaggio senza precedenti.
Fu uno dei punti pi bassi mai toccati dal prestigio pontificio,
nonostante alcuni storici tentino di limitarne la portata.
Sar per questa consapevolezza che una volta partito Ottone,
Giovanni inizi a tramare immantinente con coloro che sino a
pochi attimi prima erano stati i suoi nemici, operando un voltafaccia
che sembra essere una costante dell'azione di molti uomini
di Chiesa.
Certo, su tale condotta devono aver agito anche gli influssi di
una parte dell'aristocrazia romana che, abituata a una certa autonomia,
mal digeriva le ingerenze di un imperatore cos intraprendente.
Quali che siano le motivazioni, Giovanni non sembr nutrire
scrupoli nella ricerca di alleati da adottare in funzione
antimperiale, tessendo in breve una rete di contatti tra cui non si scandalizzava
di includere anche i secolari nemici della Cristianit: i
suoi messi partirono alla volta di Frassineto, il ben noto caposaldo
saraceno in terra di Provenza, dove aveva trovato scampo il
figlio di Berengario, Adalberto; altri presero la strada di Costantinopoli,
dove avrebbero perorato la causa di Giovanni contro Ottone;
altri ancora, camuffati da missionari, si avventurarono nelle
terre d'Ungheria, per impetrare l'aiuto di coloro che non pi di
sette anni prima, ancora idolatri e bellicosi, avevano rappresentato
il grande spauracchio dell'Europa carolingia, debellato sulla
piana di Lechfeld proprio da Ottone, che in virt di quella vittoria
intraprese la sua straordinaria ascesa.
Sar che il Padreterno non poteva tollerare che il proprio rappresentante
in terra bazzicasse con siffatte compagnie, tutte le legazioni
vennero intercettate dagli uomini di Ottone che forse, non
nutrendo una sconfinata fiducia nell'aiuto divino, n tantomeno
sulla lealt di Giovanni, si era premunito di tenere strettamente
sotto controllo le mosse del pontefice.
Fu in tale frangente che, oltre alle compromettenti missive,
giunsero al cospetto del sovrano anche le testimonianze sull'imbarazzante
condotta del papa, il quale nonostante l'energia profusa
per i suoi machiavellici disegni, poteva contare su un'inesauribile
scorta atta al soddisfacimento delle sue turpi voglie: intere
citt venivano depredate per compiacere le sue favorite, mentre la
pioggia rovinava gli altari stillando dai tetti fatiscenti delle chiese.
Ottone tuttavia non si scompose e, attribuendo sprezzantemente
le intemperanze papali alla giovane et del pontefice, decise di
muoversi alla volta della rocca di San Leo, ultimo caposaldo della
resistenza di Berengario: contestualmente, invi ambasciatori
alla volta di Roma per chiedere conto a Giovanni del suo riprovevole
comportamento.
Per tutta risposta il papa accus di mendacia la legazione imperiale,
consider una falsificazione le lettere che lo avrebbero inchiodato
e addirittura ebbe l'ardire di lamentare l'invasione delle
terre di San Leo, poste a poca distanza dall'odierna San Marino,
come appartenenti allo Stato della Chiesa.
Se a ci si aggiunge che Giovanni aveva da poco accolto con
tutti gli onori a Roma Adalberto, infrangendo il giuramento sancito
nel Privilegium, si comprende come a Ottone non restasse
che calare verso Roma per ridurre il pontefice a pi miti consigli.
Era il 2 novembre del 963 quando Ottone penetr nell'Urbe
senza incontrare la bench minima resistenza: con la stessa rapidit
con la quale Giovanni aveva gettato alle ortiche la tiara
per indossare l'armatura, cos alla vista delle armate imperiali si
era volatilizzato riparando nel castello di Tivoli, non senza prima
premunirsi della compagnia di un paio di concubine e di una cospicua
fetta del tesoro di San Pietro.
Quattro giorni dopo l'imperatore convoc un sinodo che avrebbe
dovuto giudicare l'operato di Giovanni, ma che si tramut
ben presto in un processo in contumacia contro il pontefice. Qui,
complice la testimonianza di Liutprando, si dipinse il ritratto di
un monstrum al quale, oltre alle accuse note, si imputava di: aver
praticato pubblicamente la caccia; aver privato degli occhi Benedetto
suo padre spirituale, che ne era morto; aver ucciso, dopo
averlo evirato, Giovanni cardinale suddiacono; aver cinto spada
e indossato corazza ed elmo; aver brindato alla salute del diavolo;
aver invocato l'aiuto di Giove, Venere e altri demoni mentre
praticava l'orrendo crimine del gioco dei dadi. Chiudeva l'elenco
la gravissima accusa di non aver celebrato il mattutino n le ore
canoniche, e, orribile a dirsi, di disdegnare di farsi il segno della
croce.
Una missiva inviata al papa, nel frattempo rifugiato in Corsica,
riassumeva i capi d'accusa e invitava il pontefice a presentarsi a
Roma per sottoporsi al giudizio e fare ammenda. Giovanni, che
conosceva bene la prassi (tortura, confessione e probabile morte
in qualche segreta di Castel Sant'Angelo) si guard bene dal
presentarsi e in sua vece invi quella celeberrima missiva che 
passata alla storia come la pi sgrammaticata enunciazione latina
mai partorita da un papa: Nos audivimus dicere quia vos
vultis alium papam facere. Si hoc facitis, excommunico vos da
Deum omnipotentem, ut non habeatis licentiam nullum ordinare
et missam celebrare che alle orecchie raffinate dei partecipanti
al sinodo suon pi o meno cos: Abbiamo udito che volete fare
un altro papa; se fate questo, vi scomunico in nome di Dio Onnipotente,
in modo che non possiate fare ordinazioni, n celebrare
messa. L'ilarit suscitata negli astanti dimostr quanto il dogma
dell'infallibilit papale fosse una faccenda ancora troppo di l da
venire.
Si giunge cos al 6 dicembre del 963 in cui, di fronte a una tale
ridda di peccati, a Ottone non restava che destituire Giovanni e
sostituirlo con Leone Ottavo, uno che fino al giorno prima faceva il
protonotaro e che nell'arco di una notte si fece impartire tutte le
consacrazioni del caso. Giusto per capire come andavano le cose
al sacro soglio in quei tempi.
Non pass neppure un mese che Giovanni riusc a fomentare
una rivolta che insanguin Roma: sar stato pure ignorante in
materie letterarie, ma era pur sempre il figlio del grande Alberico,
capace di rinfocolare nei cittadini dell'Urbe la passione per una
gloria che fu.
Peccato che Ottone non fosse ben disposto a indulgere verso
qualsivoglia tentativo di revival e soffoc con violenza ogni velleit
di ribellione.
And meglio il mese successivo quando, complice la partenza
dell'imperatore, Giovanni riusc di nuovo a mettere piede nella
citt eterna e a dar prova di quella crudelt cui avevamo accennato
in precedenza: alla sua cristianissima vendetta sfugg il
solo Leone che ripar a Camerino presso Ottone. Tutti coloro che
ne avevano appoggiato l'elezione furono arrestati e torturati in
modo orribile, mutilati o uccisi, con dovizia di tagli di arti, nasi,
dita e squartamenti vari.
Di fronte a questo rinnovato orrore, Ottone, che ormai aveva
saldato i conti con le ultime resistenze di Berengario e Adalberto,
consegnando definitivamente il Regnum Italiae alla corona tedesca,
si apprest a porre la parola fine sul capitolo Giovanni 12esimo.
Peccato che il Signore onnipotente lo avesse voluto anticipare
strappando a questa terra l'infamia di quella presenza.
Il 14 maggio del 964 l'anima del pontefice convolava al cospetto
del meritatissimo giudizio divino. Le cause della dipartita vennero
attribuite a un non meglio identificato colpo apoplettico.
Molto pi opportuna l'altra versione che racconta di come Giovanni,
colto in flagranza di adulterio mentre fornicava con una
tale Stefanetta, sia stato ucciso dal marito di lei, non si capisce
bene se con una martellata o attraverso la defenestrazione: in ogni
caso essa apparirebbe come la degna chiusura di una vita sperperata
nel vizio e nell'abiezione.
Nonostante la sua condotta, Giovanni ebbe l'onore di essere
tumulato a S. Giovanni in Laterano; spiace che sul suo sarcofago
non spicchi l'epitaffio che avrebbe certamente meritato: Chi di
alcova ferisce, di alcova perisce.
...
.
...
Capitolo 5.
...
.
...
Benedetto Nono.
...
.
...
Della massima errare human est, perseverare autem diabolicum,
colui che divenne papa col nome di Benedetto Nono fu certo
l'incarnazione definitiva. Costui infatti ebbe la sfacciataggine di
essere eletto, unico nella storia del papato, per ben tre volte pontefice,
in un arco di tempo che abbracci gli anni compresi tra il
1032 e il 1048.
Non che divenire papa fosse un errore di per s, una volta digeriti
nascita, sviluppo e perseveranza di tale istituzione come
manifestazione se non proprio necessaria almeno possibile nel
dispiegarsi degli eventuali accidenti concessi in dote alla vicenda
umana e sulla cui opportunit sarebbe vano discutere, rischiando
di vagare senza meta su sterminati deserti di confutazione: ci
che appare certo furono le modalit con le quali avvenne questa
girandola di elezioni, in cui le categorie di liceit, moralit e giustizia
si rivelarono drammaticamente assenti tanto da far inorridire,
una volta di pi, sia i contemporanei che buona parte degli
storici successivi, i quali bollarono il pontefice in questione con
un marchio d'infamia senza possibilit d'appello.
Un privilegio che invece vorremmo concedere a colui che fu
considerato cos perentoriamente, avendo appreso che, dietro un
giudizio lapidario, si nasconde troppo spesso il cadavere dell'obiettivit.
Se non un moto di benevolenza, che almeno il dubbio si sollevi
di fronte al tiro incrociato di una ridda di detrattori tra cui svetta
san Pier Damiani, che nel suo Liber Gomorrhianus del 1049,
dedic parole di fuoco al povero Benedetto, stigmatizzandolo
come un diavolo venuto dall'inferno travestito da prete. Parole
che appaiono deformate dalla fervente lente riformatrice del santo,
cui serviva un bersaglio che costituisse la summa di tutte le
nefandezze umane contro il quale indirizzare il proprio fanatico
zelo nella lotta alla corruzione della Chiesa.
Pi che di un demonio si tratt di un uomo, anzi di un fanciullo,
se si presta fede alle cronache che attribuirebbero al nostro eroe
la sconvolgente et di dodici anni con la quale avrebbe intrapreso
il glorioso percorso del suo pontificato, risultando cos in assoluto
il papa pi giovane della Storia.
Se delitti ha commesso, come sembra oltre ogni ragionevole
dubbio, di certo vanno ascritti alla sua natura umana e molto pi
agli insegnamenti di cui si  nutrito sin dai primi vagiti, espressione
del suo ambiente e di un tempo di cui appare interprete di
spicco, ma in cui,  altrettanto certo, fu in buona compagnia.
Il vituperato Benedetto Nono nacque in quel di Roma col nome
di Teofilatto, in un anno imprecisato agli albori dell'undicesimo secolo.
Anche la sua posizione nell'ordine di genitura appare nebulosa:
di certo fu figlio di Alberico Terzo della nobile schiatta dei Conti di
Tuscolo, una famiglia del cui potere abbiamo dato ampia dimostrazione
nelle pagine precedenti.
I dubbi sull'anno della sua venuta al mondo sono funzionali alla
polemica relativa alla giovanissima et della sua elezione: troppo
ghiotta la possibilit di veder concedere attraverso macchinazioni
e mercimonio la dignit papale a un ragazzino viziato, il cui unico
merito fosse quello di figurare come il rampollo di una casata
influente.
Puer circiter annorum duodecim secondo quanto menzionato
da Rodolfo il Glabro nelle sue Historiae; adulescens nell'opinione
di Desiderio di Montecassino, Teofilatto ascese al soglio
pontificio tra il 27 agosto e il 3 settembre del 1032, certamente in
et giovane, ma molto probabilmente gi adulto.
Quel famoso duodecim infatti sarebbe da ascrivere a una svista
che il Glabro, peraltro non nuovo a queste imprese, avrebbe
prodotto attingendo a una fonte che alludeva a un'espulsione di
Benedetto dopo dodici anni di pontificato, o molto pi semplicemente
sarebbe da attribuire all'errore di un copista che ha tramutato
la frase papa Benedictus per annos 12 Sedem apostolicam
obsidisset in un papa Benedictus puer circiter annorum xir.
Confrontando i dati anagrafici del padre e dei fratelli, appare
dunque molto pi probabile che Teofilatto sia salito sul trono di
Pietro in un'et compresa tra i venticinque e i trent'anni, il che
lo metterebbe al riparo dallo scandalo di un'elezione cos prematura,
aggravando per il giudizio pressoch unanime sul suo
operato, la cui inadeguatezza non godrebbe pi dello schermo
dell'inconsapevolezza determinata da un'et imberbe.
Perch  inutile girarci intorno, il papato o, meglio, i papati di
Benedetto Nono furono tra i peggiori che i cronisti ricordino, facendo
impallidire i tempi di Giovanni 12esimo e del precedente periodo
maroziano, spingendo addirittura il celebre studioso di fatti medievali
Ferdinand Gregorovius a considerare questa parabola come
il punto pi basso in cui sia discesa la millenaria storia pontificia
e, per osmosi, di Roma intera.
Lo storico parla di una citt di briganti, in cui il rischio di trovarsi
con la gola tagliata mentre se ne percorrevano le vie aveva
la stessa probabilit del sorgere del sole; mentre all'interno dei
sacri templi i chierici si sollazzavano in immondi baccanali, fuori
i pellegrini venivano alleggeriti dei propri averi e spesso anche
delle loro spoglie mortali, non riuscendo neppure a trovare rifugio
nella sacralit di quei luoghi oltraggiati sempre pi costantemente
dalle razzie di uomini che, brandendo la spada, non si
facevano scrupolo di rapinare i beni che mani devote avevano
appena posato sugli altari.
Magari ci sar un pizzico di esagerazione in questa descrizione,
come ebbe a sottolineare Mommsen in un memorabile
pomeriggio romano sullo scorcio del 19esimo secolo, ma sicuramente
cattura il senso di insicurezza che si respirava in quel tempo
nell'Urbe, della cui condizione Benedetto si dovette curare ben
poco, preoccupato com'era a condurre un'esistenza da sultano,
non certo acconcia al padre della Cristianit occidentale.
D'altronde, il giovane Teofilatto concepiva la Cathedra Petri
come una naturale prosecuzione degli affari di famiglia, preceduto
in quel ruolo da due illustri quanto prossimi parenti, gli zii
Benedetto Ottavo e Giovanni 19esimo.
Gli si perdoner dunque se a guidarlo non fu l'afflato ecumenico,
ma, molto pi prosaicamente, il proprio tornaconto personale
e quello, beninteso, della schiatta di appartenenza.
Un vincolo che lo porter a operare scelte seguendo la brama
terrena di qualsiasi signorotto di provincia, stretto da forze soverchianti
pi grandi di lui e costretto al misero gioco delle rivalit di
quartiere per il predominio di una citt fatiscente, ormai ridotta a
triste periferia dell'impero: nulla di trascendentale n tantomeno
di cos scandaloso come i cronisti ecclesiastici si affannarono a
descriverci, restituendoci il ritratto di un immaturo quanto diabolico
pontefice, intento a trafficare coi demoni per mezzo di libri
magici, dedito alla rapina e all'omicidio o a cavalcare nei sabba
in qualche amena localit della campagna laziale.
Tutt'altro: inseguendo i capricci cui il suo lignaggio lo aveva
abituato, Benedetto si trastullava con quell'ingombrante balocco
cui si era ridotto il soglio pontificio, assistendo impotente e forse
inconsapevole alla cruciale partita che i grandi stavano giocando
altrove e di cui al massimo fu attore di seconda fila.
La crisi che stava attraversando il papato infatti determin un
vuoto di potere colmato da altri soggetti che, oltre a rivendicare
veementi istanze di riforma spirituale, scalpitavano per ottenere
una ribalta anche sul piano politico, perfetti interpreti di quel potere
temporale che ha da sempre accompagnato ogni manifestazione
ecclesiastica.
 il caso dell'arcivescovo di Milano Ariberto da Intimiano, che
nei primi anni dell'11esimo secolo aveva saputo convogliare nelle sue
mani un potere cos grande da consentirgli la creazione di una
sorta di nuovo Stato della Chiesa che avesse per fulcro la citt
ambrosiana.
Quanto fosse inadatto Benedetto lo dimostra la sua inerzia di
fronte a questa scalata, contro cui, in qualit di pontefice, aveva
tutti i diritti se non addirittura i doveri di opporsi: troppo impegnato
nei suoi traffici, lascia che a sbrogliare la matassa ci pensi
l'imperatore, Corrado Secondo.
Questi, se ben tollerava un papa incapace, mal digeriva un vescovo
ambizioso:  dunque naturale che nel 1036 accett di intervenire
in appoggio ai feudatari minori dell'Italia settentrionale,
stanchi di essere vessati da Ariberto che pi che pastore di anime
si atteggiava a lupo delle borse.
Corrado piomb nella penisola e immagin di risolvere la questione
alla vecchia maniera, infliggendo al vescovo una sonora
batosta militare. Peccato che Milano resistette, difesa dalle sue
trecento torri e molto pi dalla grazia salvifica del Carroccio, di
cui la tradizione riporta qui la prima comparsa, instillando nel popolo
milanese quel senso di protezione mistica di cui avrebbero
disperato bisogno oggi gli sgangherati guerrieri lumbard.
L'assedio a Milano si protrasse anche all'anno successivo: Corrado,
nel tentativo di sgretolare il fronte feudale e di coalizzare
al suo fianco le forze della nobilt minore, promulg la famosa
Constitutio de feudis, estendendo l'ereditariet anche ai feudi minori.
Il documento, redatto a Cremona il 28 maggio del 1037, si
aggiunse al Capitolare con cui Carlo il Calvo aveva concesso
lo stesso privilegio ai feudi maggiori esattamente centocinquanta
anni prima a Querzy.
Fu in quel frangente che, deo gratia, matur il primo incontro tra
Corrado Secondo e Benedetto Nono, non certo perch quest'ultimo fosse stato
scacciato da Roma a causa della condotta disdicevole, come
tenne a precisare quell'arruffone di Rodolfo il Glabro, come al solito
scambiando lucciole per lanterne; la sua augusta presenza fu invece
sollecitata dall'imperatore, a cui le difficolt incontrate nel rimuovere
Ariberto suggerivano un appoggio papale, seppur debole.
Appoggio che si concretizzer l'anno successivo quando, in un
fugace incontro a Spello, Benedetto Nono scomunicher il vescovo
di Milano, sancendo di fatto un'iniziativa autonoma di Corrado,
che gi la primavera dell'anno precedente, senza peritarsi di avvertire
il pontefice, aveva convocato un sinodo che mirasse alla
condanna e all'incarcerazione di Ariberto.
L'unico dato che emerge da questi fatti  che in politica internazionale
Benedetto contava come il due di picche, mentre sul
fronte interno, nonostante la dissolutezza e la crudelt del suo
agire, contava su un potere sufficientemente stabile da permettergli
di assentarsi con una certa disinvoltura dalla sede romana
senza incorrere in rivolgimenti subitanei.
I tempi non erano ancora maturi per una rivolta come quella
che si scatener qualche anno pi tardi e Benedetto poteva ancora
assistere placidamente alla prematura scomparsa di Corrado,
strappato dalla peste a questo mondo nel 1039 senza avere posto
la parola fine alla questione milanese.
Anzi, continuando bellamente i suoi loschi affari, Benedetto
poteva addirittura ostentare una rispolverata dignit pontificia: a
Marsiglia, nell'autunno del 1040, non solo consacrava la chiesa
di San Vittore, ma si poneva al vertice di un concilio che partorir
una delle leggi pi filantropiche della Cristianit medievale, la
benemerita Tregua Dei, con la quale in concomitanza delle feste
liturgiche veniva proibito l'uso delle armi.
Che poi studi recenti confutino pesantemente i documenti che
attesterebbero la scampagnata marsigliese e la relativa partecipazione
alla stesura di un documento di tal genere non fanno altro
che riportare sui giusti binari la figura di questo pontefice, che
francamente sembrava poco avvezzo a questioni cos edificanti.
Come dimostra la gestione dei suoi affari in quel di Roma, talmente
nauseabondi da esasperare i romani e spingerli, nell'autunno
del 1044, alla ribellione e alla cacciata del pontefice dalla citt.
Dopo aspri combattimenti durati quattro mesi, la fazione avversa
a Benedetto ebbe finalmente la meglio e il 13 gennaio del 1045
poteva eleggere un nuovo papa, il vescovo di Sabina Giovanni
Crescenzi Ottaviani che prender il nome di Silvestro Terzo.
Questa perlomeno  la cruda cronaca con cui il Liber
Pontificalis liquida la faccenda relativa alla fine del primo pontificato di
Benedetto Nono: in realt la vicenda fu leggermente pi complessa e
con note tragicamente grottesche.
Fermo restando che all'origine della protesta ci fosse la longa
manus dei Crescenzi, l'altra famiglia nobiliare che insieme ai Tuscolo
si contendeva il potere dell'Urbe con alterne fortune, sembra
che la causa scatenante di tutto il bailamme fosse il malcelato
desiderio di Benedetto di convolare a nozze.
S, avete capito bene: il pontefice, infischiandosene allegramente
della carica che ricopriva, inseguiva pervicacemente il sogno
di un progetto coniugale.
A proporglielo fu un tale Girardus de Saxo che, in combutta coi
Crescenzi, era disposto a concedergli in moglie la figliola purch
abbandonasse il pontificato e si togliesse di mezzo.
Una risoluzione alla quale il pontefice era frattanto giunto per altra
via, convinto dal suo stesso padrino Giovanni Graziano, che gi
figurandosi papa era pronto a sborsare una considerevole somma.
Qualcosa deve essere andato storto, forse a causa dello stesso
Benedetto, che aveva subodorato quanto fasulla fosse la proposta
di matrimonio, un inganno per indurlo ad abbandonare il soglio.
Ma ormai i giochi erano fatti: i Crescenzi scesero in piazza reclamando
l'elezione del proprio candidato e, nonostante l'immediata
reazione del partito fedele a Benedetto, dopo mesi di aspri
combattimenti in Santo Spirito in Sassia posero sul trono papale
quel Silvestro Terzo che guarda caso portava il loro cognome.
Il quale Silvestro non fece neppure in tempo a rendersi conto
di cosa significasse poggiare le proprie terga sul sacro soglio che
dopo due mesi, il 9 marzo, era costretto a sloggiare: Benedetto
infatti, forte dell'appoggio dei fratelli Gregorio e Pietro piomb
come un falco dal suo rifugio sui monti Albani e si riappropri
di ci che considerava suo, non essendo stato scalzato da nessun
concilio.
Cos il 10 aprile, questo singolarissimo pontefice pot dar vita
al suo secondo mandato, al quale rimarr aggrappato giusto il
tempo di perpetrare l'odioso crimine per il quale  divenuto tristemente
famoso.
Gli bastarono infatti appena ventuno giorni per riprendere il discorso
interrotto qualche mese prima con Giovanni Graziano e
aggiungere al suo particolare cursus honorum, oltre la lussuria,
anche la simonia.
Sar per la cattiva fama che ormai lo circondava, come ricorda
languidamente Desiderio di Montecassino che, fedele al suo
nome, cullava il sogno riformistico di un papato rigenerato; sar,
molto pi verosimilmente, che ormai considerava l'aria dell'Urbe
irrespirabile e la minaccia di una nuova caduta in agguato dietro
l'angolo, Benedetto si lasci convincere dal suo padrino ad
abdicare in sua vece, non senza ovviamente ricevere un giusto
indennizzo che lo risarcisse delle spese che il padre aveva speso
per la sua elezione.
Alla stessa stregua di Simon Mago, il taumaturgo che nel racconto
evangelico offriva del denaro a san Pietro affinch gli concedesse
le virt guaritrici proprie dello Spirito Santo, da cui il
nome del sordido baratto, Benedetto vendette letteralmente a
Giovanni Graziano la carica di pontefice sollevando lo sdegno di
tutti coloro cui era rimasto un briciolo di coscienza.
Non che la simonia non fosse una pratica diffusa e tollerata
all'epoca, ma mai era stata spinta cos in alto da interessare addirittura
la Cattedra di Pietro.
E dal momento che si ebbe l'ardire di intaccare le vette vertiginose
della Cristianit occidentale, vertiginosa fu anche la somma
sborsata per conquistarle.
Si parla di una cifra pari a circa 650 chilogrammi d'oro, di cui
Giovanni pot disporre grazie al gentile prestito concesso dall'ebreo
convertito Baruch imparentato con la rinomata famiglia di
banchieri Pierleoni: e mi si perdoni se il termine gentile assume
una nota tanto farsesca vista la provenienza del denaro; come
si perdoner al futuro papa di non essersi fatto alcuno scrupolo
nell'affidare la realizzazione del proprio pontificato a coloro che
tradizionalmente erano considerati gli uccisori di Nostro Signore
Ges Cristo?
.
Comunque, la transazione and questa volta a buon fine: l'1
maggio del 1045 Benedetto pose fine al suo secondo pontificato
ritirandosi a vita privata, mentre quattro giorni dopo Giovanni
venne eletto a furor di popolo con il titolo di Gregorio Sesto, ricalcando
il nome del riformatore tedesco che non pi di quarantasei
anni prima aveva calcato le scene pontificie.
Il nuovo papa fu considerato una benedizione in ogni ambiente,
salutato con le entusiastiche parole di san Pier Damiani che lo
paragonava alla colomba recante il ramoscello d'olivo in visita
all'affannata arca di No, il moralizzatore che finalmente avrebbe
posto fine all'immonda piaga della simonia. I fatti successivi
dimostreranno come santit e perspicacia siano due categorie che
difficilmente allignano nello stesso albero.
Sembrava la fine di un incubo, seppur pagato a caro prezzo, ma
nessuno aveva fatto i conti con l'oste, impersonato nell'occasione
dall'ingombrante sagoma dell'imperatore Enrico Terzo.
.
Questi, contrariamente al padre, al quale era succeduto nel
1039, era attraversato da pungenti brividi riformistici, e ai suoi
occhi tutta la faccenda romana puzzava di losco.
Cos, come un angelo vendicatore, il sovrano tedesco si precipit
in Italia nell'autunno del 1046, largamente preceduto dalle
voci delle sue intenzioni di fare piazza pulita di tutte le magagne
che affliggevano la Chiesa. Gregorio si affrett a incontrarlo in
quel di Piacenza, con la speranza di riuscire a trarlo dalla propria
parte. Enrico, dal canto suo, non si lasci abbagliare dalle profferte
del pontefice e anzi, animato dalla ferrea volont di porre definitivamente
la parola fine a tutto quel pasticcio, convocava per
il 20 dicembre dello stesso anno un concilio a Sutri, reclamando
la presenza di chi ancora formalmente deteneva il titolo di papa,
vale a dire Gregorio Sesto, Silvestro Terzo e naturalmente Benedetto Nono.
Com'era lecito attendersi, solo i primi due si presentarono,
mentre il terzo rimase bellamente nei suoi castelli di Tuscolo a
godersi i beni che cos faticosamente si era guadagnato.
L'esito del Concilio era pressoch scontato: Gregorio, nonostante
godesse della stima generale, era inciampato sullo scivoloso
gradino dell'impurit simoniaca e dunque affabilmente invitato
ad abdicare; Silvestro, di fatto gi fuori dai giochi, fu confinato
in un monastero dove visse una sorta di esilio dorato nella sua
amata Sabina. Quanto a Benedetto, fu considerato gi decaduto
dal momento in cui aveva venduto la sua carica.
Cancellate con un colpo di spugna tutte le impurit, Enrico si
preoccup di far eleggere qualcuno che fosse pi in sintonia con
le sue istanze di rinnovamento, identificandolo nella figura del
vescovo di Bamberga, il sassone Swidger conte di Morsleben,
che assunse la carica pontificia col nome di Clemente II.
Quanto questi fosse in sintonia con il sovrano tedesco lo dimostr
il fatto che alla sua elezione, avvenuta il 25 dicembre del
1046, segu immediatamente quella di Enrico ad augusto imperatore,
al quale la mano benedicente di Clemente associava anche il
titolo di patricius Romanorum, con la prerogativa di designare il
candidato delle future elezioni pontificie.
Finalmente compiuta la sua opera di giustizia, Enrico poteva
tornarsene in Germania, sicuro di poter contare su un fido alleato
che gli copriva le spalle a Roma.
Tutto  bene quello che finisce bene? Neanche per sogno.
Dopo neppure un anno dal suo insediamento Clemente moriva
in circostanze misteriose, il 9 ottobre del 1047.
Si affacci prepotente il sospetto che a causarne la morte sia
stato un veleno ordinato proprio da Benedetto Nono, cui inspiegabilmente
la deposizione risult da subito indigesta.
Se cos fosse, come peraltro attesterebbe un esame tossicologico
effettuato sulla salma di Clemente nel 1942, in cui si riscontr
anche dopo novecento anni la presenza di un notevole tasso di
piombo nelle ossa, Benedetto aggiungerebbe alla sua non invidiabile
carriera anche il grado di omicida, raggiungendo livelli
difficilmente eguagliabili.
Comunque siano andate le cose, di fatto Benedetto, alla notizia
della morte del povero Clemente si precipit a Roma e di fronte
all'assenza di uno straccio di pretendente al soglio, divenne pontefice
per la terza volta, l'8 novembre del 1047.
L'ennesima rinascita di questa fenice del male era stavolta suffragata
dall'ausilio del potente Bonifacio di Canossa, che in un
rigurgito di indipendentismo dall'autorit imperiale permise a
Benedetto di recitare il suo ultimo e penoso atto.
Otto mesi dur il suo terzo pontificato, osannato da un popolino
comprato e corrotto, ridotto a simbolo della sfida che il riottoso
Bonifacio lanciava al suo imperatore. Stavolta Enrico neppure si
mosse: gli bast rendere pi concrete le sue minacce affinch il
vassallo privasse del suo appoggio Benedetto, che fu allontanato
definitivamente dai legati imperiali il 17 luglio del 1048.
Sugli ultimi anni di questo terribile pontefice nacque presto
una leggenda legata a una sua tardiva conversione, quasi a lasciare
una seppur flebile speranza su un'esistenza che fu consumata
nella completa dedizione al male.
Si scomod anche l'intervento di un santo, Bartolomeo di Grottaferrata,
al quale Benedetto avrebbe affidato la sua anima il giorno
in cui spir, a cavallo tra il 1055 e il 1056.
Peccato che le notizie ricavate dalle agiografie del santo risultino
incontrovertibilmente infondate, confermando che Benedetto
mor come aveva vissuto, infischiandosene di un Dio che molto
probabilmente aveva rivolto il suo sguardo da tutt'altra parte.

Capitolo 6.
Innocenzo Terzo.

Il pi grande di tutti. Questa sarebbe l'etichetta che condenserebbe
l'essenza di questo pontefice, la cui vicenda ha costituito
molto probabilmente il punto pi alto mai toccato dall'intera storia
del papato. In lui si realizz quella completa sintesi tra potere
temporale e spirituale in cui i germogli del vagheggiamento
teocratico gettati da Gregorio Settimo trovano completa maturazione:
verus imperator lo definisce Gervaso di Tilbury, cogliendo l'effettiva
portata del potere di Innocenzo, capace di determinare il
destino di intere nazioni, sui cui popoli vant il diritto di vita e di
morte.
Soprattutto di morte, la cui ombra si allunga su questo pontefice,
stando ai manuali di storia, alle biografie e alle cronache: le
sue responsabilit, dalla degenerazione della quarta crociata alle
infamie perpetrate nella crociata contro gli albigesi, fino alle pie
spedizioni volte all'evangelizzazione dei popoli baltici - a cui si
aggiunge l'inaugurazione di quell'orrore che fu la Santa Inquisizione -,
non possono essere rubricate semplicemente come una
macchia, per quanto estesa.
Quella macchia, quell'ombra, ha il sapore acre del sangue versato,
il colore livido della paura e del terrore che contrasse i volti
delle vittime immolate sull'altare di una sedicente lotta all'eresia,
una diversa declinazione di quella che molto pi crudelmente appare
come asettica ragion di Stato.
Quei volti erano vivi, quei corpi annunciavano una speranza,
troncata dalla crudelt di un uomo fedele soprattutto alla propria
ambizione, e la cui aspirazione al divino appare sempre pi difficile
ammettere.
Da qui il condizionale con cui abbiamo esordito, dettato dal
pudore che un attributo di grandezza deve ispirare: dietro di esso
si cela sempre un pregiudizio di positivit, una nota inconscia
che riverbera verso la categoria del bene, sconfinando addirittura
nell'eroismo.
Due categorie che, applicate a Innocenzo, appaiono francamente
stridenti. Meglio dunque accompagnare questo aggettivo a un
termine che ne limiti la portata o quantomeno la contestualizzi:
grande potere; grande politico; grande crudelt.
O forse, reinterpretare la formula in un modo che non possa pi
lasciare adito a dubbi: Innocenzo Terzo fu il pi grande di tutti i papi.
Quanto sia ambigua questa affermazione lasciamo che sia la
vita del pontefice a raccontarlo.
Colui che era destinato a diventare un gigante della Cristianit,
nacque a Gavignano, nel Lazio meridionale, nel 1160 o 1161,
rampollo di un'antica schiatta di origine longobarda, i Conti dei
Segni, imparentata con l'aristocrazia romana per parte di madre.
Al pargolo venne affibbiato il nome di Lotario, quasi a presagire
il suo luminoso destino: esso deriva infatti dal germanico Chlodochar, in cui gli elementi hlud, gloria e hari, esercito, si uniscono
a formare il molto poco pio significato di celebre guerriero.
Lotario da subito affin le armi, studiando teologia a Parigi a
partire dalla met degli anni Settanta: un percorso a dire il vero
poco originale, seguito all'epoca da un numero sempre pi crescente
di rampolli della nobilt romana che vedevano nel soggiorno
francese una tappa obbligata nella loro fulgida carriera in
ambito ecclesiastico.
Le competenze in diritto canonico, in cui il futuro papa dimostrer
un'indiscussa perizia, hanno fatto spesso propendere per
una sua iniziazione nell'ateneo bolognese, ma la notizia non sembra
essere adeguatamente suffragata dalle fonti.
Ci che appare certo fu invece il frutto delle fatiche giovanili
di Lotario, quel mirabile esempio di equanimit e di moderatezza
conosciuto come De contemptu mundi, risalente al 1194-95.
Il disprezzo del mondo, conosciuto anche come De miseria
humane conditionis, fu una sorta di manifesto in cui il futuro pontefice
descriveva l'uomo come una creatura che si era allontanata
dal creatore, vittima della propria superbia e dunque infelice nella
sua condizione umana, auspicando un allontanamento dalle cose
terrene e la consolazione tra le braccia di Dio.
Peccato che il trattato, che ebbe una risonanza talmente vasta
da divenire un topos letterario, rimase lettera morta, a giudicare
dal diletto che Lotario trasse dalle vicende umane, una volta
assurto al soglio di Pietro: tutto il disprezzo sbandierato negli afflati
giovanili scomparve come neve al sole di fronte a una cinica
coscienza del proprio ruolo e del proprio potere, di cui mostr
subito il ghigno, sin dal giorno della sua elezione, avvenuta l'8
gennaio del 1198, quando abbandon il nome di Lotario per assumere
quello di Innocenzo Terzo.
Alla citt di Roma, squassata da lotte intestine, in cui le famiglie
si accapigliavano per la supremazia, il nuovo pontefice dichiar
immediatamente i suoi intenti, vissuti non semplicemente
come depositario del retaggio di Pietro, bens come rappresentante
di Dio in terra. Quanto fosse sottile la differenza, lo dimostr
il fiume di denaro con cui gratific la popolazione al momento
dell'incoronazione, una somma talmente scandalosa da assumere
i contorni di una corruzione tout court.
Se tale comportamento in fin dei conti rientrava in un'abitudine
pi o meno radicata, per cui ogni pontefice dava sfoggio
del proprio potere - seppure sinora nessuno avesse raggiunto i
fasti sfiorati da Innocenzo - furono le disposizioni successive che
fecero subito chiarezza su quanto il papato avesse intrapreso un
nuovo corso, molto pi orientato agli orizzonti terrestri che non
alle altezze celesti.
La prima vittima fu il Senato, o meglio ci che rimaneva di quella
gloriosa istituzione, dal momento che all'epoca dell'elezione di
Innocenzo era in carica un solo senatore che rispondeva al pittoresco
nome di Scotto Paparone. Fu quasi una formalit liberarsene e
porre al suo posto un uomo di fiducia destinato a ricoprire l'inedita
carica di medianus: questa specie di nuovo senatore, vincolato da
un giuramento, trasformava di fatto un'istituzione che godeva di
un'autonomia laica in un privilegio pontificio.
Liquidato il rappresentante del popolo, toccava a quello dell'impero,
il prefetto, cui tocc una sorte non dissimile: obbligato a
un patto di fedelt colui che allora ricopriva la carica, un certo
Pietro, fu riconfermato nell'incarico attraverso un'investitura che
non prevedeva pi come simbolo la spada bens il mantello purpureo,
sottolineando quanto ormai questi fosse destinato a essere
poco pi che un impiegato papale.
Tutta l'operazione svuot di fatto la citt di Roma di ogni potere,
salutata dalle mordaci parole degli ex senatori e condottieri
che insinuarono come Innocenzo l'avesse spennata come l'astore
il pollo.
Risolte in tal guisa le questioni amministrative, Innocenzo si
poteva rivolgere a quelle territoriali, un passaggio obbligato per
chi riteneva la sua carica al di sopra di ogni istituzione umana: il
patrimonio di San Pietro andava riconquistato.
Cos, interpretando fedelmente la famosa donazione di Costantino,
sul cui verdetto di falsit bisogner aspettare le umanissime
fatiche di Lorenzo Valla, Innocenzo si apprestava ad arraffare tutto
ci che considerava suo per mandato divino: approfittando dellosbandamento della fazione imperiale, tormentato da laceranti
questioni dinastiche, e cavalcando l'onda del mai domo spirito
italiano, che da sempre mal tollerava le ingerenze tedesche sul
suolo patrio, Innocenzo si travest da liberatore e allung i suoi
artigli su quei territori che la Storia aveva sottratto al primitivo
nucleo dello Stato pontificio.
Le cosiddette recuperazioni riguardavano le terre di Spoleto,
la marca di Ancona, e la contea di Sora, tutte vassalle del sovrano
germanico, alle quali si sarebbero aggiunte la Romagna, se il battagliero
arcivescovo Guglielmo di Ravenna non si fosse opposto
tenacemente a qualsiasi pretesa legale avanzata dal pontefice, e
i territori di Matilde di Canossa, da tempo contesi tra imperatori
e papi ma di fatto rastrellati pezzo per pezzo dai grandi comuni
della Tuscia, a ricordare la giustezza dell'antico adagio per cui in
una disputa a due gode sempre il terzo.
 naturale che dopo tanta fatica, colui che appariva cos intransigente
nel giudicare i peccati altrui, mostrasse un'indulgenza
carezzevole nel valutare i propri, affidando la giurisdizione dei
territori di nuovo acquisiti a una fitta quanto influente rete di parentele:
in altri tempi si sarebbe chiamato nepotismo, ma al cospetto
della nuova incarnazione del vicario di Cristo tutto appariva
come la naturale e benevola emanazione della volont di Dio.
Di fatto Innocenzo govern Roma e dintorni con pugno di ferro,
interpretando il suo potere come un qualsiasi signore dell'epoca,
anzi sopravanzandolo secondo l'ispirazione dello Spirito Santo:
e seppur, come disse Gregorovius, azzeccando una volta tanto
un'analisi, la sua autorit non pu essere paragonata a una forma
di monarchia assoluta, concetto estraneo al Medioevo quanto
caro alla storiografia posteriore, di certo prosciug le residue
istanze liberali che avevano animato il comune romano.
Non a caso il fratello Riccardo pot erigere la famosa Torre dei
Conti nei pressi dei Fori Imperiali, la cui mole incombente sulla
citt ricordava a tutti chi fosse realmente il padrone: e, sempre
non a caso, fu proprio quell'ingombrante torre a essere oggetto
della furia popolare, quando nel maggio del 1203 una rivolta costrinse
il papa a riparare a Palestrina.
Si tratt di una breve parentesi, un rigurgito determinato da un
sussulto d'orgoglio degli Orsini, gli antichi rivali estromessi, ma
cost centinaia di morti e un anno di devastazione, al termine del
quale Innocenzo fece ritorno, ponendo una pietra tombale sui diritti
che la popolazione romana aveva rispolverato in quello iato
piccolo ma illusoriamente speranzoso.
Nel frattempo quest'uomo, mai attraversato dal bench minimo
dubbio, continuava a perseguire il suo disegno, che certo non poteva
limitarsi all'angusto orizzonte del patrimonio di San Pietro:
era o no il rappresentante di Dio sulla terra? Ergo il suo dominio,
per un verso o per l'altro, doveva estendersi a tutta la Cristianit.
Questa la sintesi del castello ideologico su cui poggiava la smisurata
ambizione di questo megalomane, dal quale scatur una
nutrita dissertazione volta a celare con paludamenti teologici e
filosofici una brama di potere drammaticamente umana.
E siccome, bisogna ammetterlo, al pontefice non difettava una
mente brillante, per di pi temperata nelle fornaci della fucina
parigina, le sue disamine volarono alte, sino ad abbracciare quelle
entit divine cos prepotentemente invocate a suggellare la legittimit
delle sue azioni.
Partendo dalla dottrina del corpo mistico della Chiesa, un modello
partorito dalla fervida immaginazione di san Paolo, secondo
il quale tutti i fedeli che appartenevano all'Ecclesia costituivano
in virt della Grazia (quale non si comprende bene) le membra di
un corpo di cui Cristo rappresentava il capo, Innocenzo comp un
triplo salto mortale estendendo tale prerogativa al papa.
Di conseguenza la Chiesa di Roma divenne la madre di tutte le
chiese, anzi assurse al rango di ecclesia universalis.
Da qui al concetto della plenitudo potestatis del pontefice il
passo fu breve: in virt del suo altissimo mandato, il papa aveva
potenzialmente pienezza di potere e di autorit su qualsiasi altro
potere, sia in spiritualibus, cio all'interno della gerarchia della
Chiesa, sia in temporalibus, cio nel suo rapporto con i diversi
poteri temporali terreni.
Quanto sia potenziale questo potere, lo dimostra la celeberrima
metafora con cui il brillante Innocenzo comparava il Sacerdotium
con il Regnum: come il Sole emette luce propria, mentre la Luna
riflette la sua luce, cos il papa rifulge di luce propria illuminando
(ma sarebbe pi opportuno dire oscurando) l'imperatore.
Fu trincerandosi dietro questo formidabile schermo teocratico
che Innocenzo intervenne a piedi uniti su tutte le questioni che
riguardassero la politica europea del tempo, e se ammettere che
egli esercit direttamente il potere sull'intero continente appare
esagerato, di certo l'influenza del suo operato fu avvertita in ogni
plaga dell'Occidente latino.
Una straordinaria congiuntura di elementi fece s che una serie
di regni, pur non avendo un rapporto di dipendenza feudale con
il papa, intrattenesse stretti vincoli di fedelt e di obbedienza canonica
nei suoi confronti: l'Ungheria, dove il sovrano, all'atto
dell'incoronazione, pronunciava un giuramento super apostolice
sedis obedientia; la Norvegia, dove questo legame risaliva al
1163; l'Aragona, che con l'incoronazione di Pietro II, nel 1204,
pur non divenendo un feudo diretto istitu con il pontefice un particolare
rapporto di protezione che comportava il riconoscimento
del regno di Pietro; analoga la situazione della Bulgaria.
Se a ci si aggiunge la particolare condizione dell'Inghilterra,
il cui sovrano Giovanni Senzaterra si era sottomesso nel 1213
infeudando i suoi Stati in ius etproprietatem alla Chiesa romana,
e soprattutto, il ruolo giocato da Innocenzo nei riguardi della politica
imperiale, appare difficile non immaginare il pontefice come
il signore indiscusso del suo tempo.
Ma a proposito di impero, che fine aveva fatto l'unico potere
capace di contrastare questa piovra intenta a estendere i suoi tentacoli
ovunque?
Si affannava convulsamente nelle ambagi in cui era sprofondato
alla morte di Enrico Sesto. L'imperatore era morto nel settembre
del 1197, non prima per di essere riuscito ad assicurare, con una
dieta tenuta a Francoforte nel 1196, la successione alla corona
imperiale al figlioletto di appena tre anni, colui che sar
conosciuto come Federico II, una delle figure pi luminose del Medioevo
se non della Storia intera.
Ma quei tempi dovevano ancora venire: Federico era appena un
poppante al centro di una disputa vertiginosa, in cui i pretendenti
al titolo imperiale si azzuffavano senza esclusione di colpi: l'humus ideale per Innocenzo, che si insinu nella contesa, cercando
di pilotarla a proprio vantaggio.
Ma procediamo con ordine.
La pesante eredit che gravava sul Puer Apuliae, come altrimenti
verr chiamato il piccolo Federico, era la possibilit di riunire
nella sua persona la corona imperiale e il titolo di re di Sicilia,
una dote che la madre Costanza d'Altavilla aveva recato in
dono a suo padre, per la verit non troppo spontaneamente.
Quando dunque Innocenzo prese il potere, lo Stato pontificio
che si era cos prodigato a rinsaldare correva la gravissima minaccia
di rimanere soffocato tra le maglie di un impero che lo
comprimeva a nord e a sud: a impedire la realizzazione di un cos
triste destino era la giovanissima et del legittimo erede e le lotte
che si erano scatenate in Germania intorno al cadavere di Enrico Sesto.
Per Innocenzo era provvidenziale intervenire subito: il modo
in cui ci avvenne denuncia una genialit di cui si contendono la
palma egli stesso e Costanza.
Questa infatti, dopo essere riuscita a far incoronare il pargolo come re di Sicilia nel maggio del 1197, pose Federico sotto
la tutela del pontefice, sottraendolo alle grinfie dei lupi famelici,
ovvero i baroni meridionali che non avrebbero esitato a dilaniarlo:
garantiva cos letteralmente la sopravvivenza del figlio pur
pagando uno scotto che Innocenzo, fuor di s dalla gioia, non
aveva esitato a imporre, e cio la rinuncia sempiterna alla corona
imperiale.
Una scelta che all'erede della gloriosa stirpe normanna non dovette
sembrare troppo indigesta, visto l'odio nutrito per i
teutonici e le brutali modalit con le quali il defunto sposo si era imposto
in Sicilia.
E cos, sicura di aver stipulato un ottimo affare, ricevendo in
feudo per s e per il figlio quel regno che un improvvido matrimonio
le aveva sottratto, la regina pot passare a miglior vita con
la coscienza a posto, cosa che avverr nel novembre del 1198.
Se lo spirito di Costanza riposava in pace, quello di Innocenzo
a stento si conteneva nelle sue spoglie mortali: risolto met del
problema divenendo il reggente delle terre a sud, poteva dedicarsi
con tutta la grazia di cui il Padreterno lo aveva investito per aizzare
e fomentare la discordia nelle terre a nord, sempre e solo a
maggior gloria del Signore.
Cos, mentre il piccolo Federico passava la sua infanzia sgattaiolando
dal castello reale e vagabondando come un ragazzo
di strada per i quartieri multietnici di Palermo, il pontefice, infischiandosene
allegramente delle sorti di un regnum che considerava
una terra maledetta, i peccati delle cui sordide genti salivano
come un lezzo nauseabondo turbando le divine narici degli angeli,
si prodigava nel diffondere il verbo nella martoriata terra di
Germania: che poi questo assomigliasse pi agli idiomi di Babele
che non all'altisonante voce di Dio, era dovuto al clangore delle
armi con cui i grandi principi tedeschi si stavano scannando.
Mentre la maggioranza ghibellina era propensa a offrire la corona
al fratello del defunto imperatore, Filippo di Svevia, i guelfi,
per quanto inferiori di numero, non stettero di certo a guardare,
proponendo Ottone di Brunswick come campione della loro fazione.
Questi, forte anche dell'appoggio di Riccardo Cuor di Leone,
venne eletto re dei Germani il 9 giugno del 1198 a Colonia; segu
quasi da presso l'incoronazione di Filippo, avvenuta in quel di
Magonza l'8 settembre dello stesso anno, con la benedizione del
re di Francia Filippo Secondo Augusto che intendeva cos opporsi al suo
omologo inglese.
L'iniziale neutralit di Innocenzo non fu determinata dalla considerazione
che il perdurare di una guerra civile tedesca avrebbe giovato
al suo pupillo Federico, come qualche storico compiacente si
ostina ad affermare, bens dalla consapevolezza che un impero dilaniato
da lotte intestine costituisse una preda molto pi mansueta
secondo le logiche di un nuovo divide et impera in salsa apostolica.
Che ci comportasse per il suolo tedesco un drammatico avvicendamento
di lutti, devastazioni e carestie, non dovette scuotere
eccessivamente la coscienza del vicario di Cristo, cui lo spettacolo delle miserie umane doveva apparire come il necessario contraltare
su cui far rifulgere la gloria del Signore e dunque la sua.
Proprio per questo il cuore di Innocenzo non poteva battere per
Filippo: troppo potente, troppo ricco, troppo pericoloso; senza
contare che era un Hohenstaufen, la cui sola menzione faceva
rizzare i capelli sul capo di qualsiasi pontefice, come la storia
recente aveva insegnato.
Molto meglio propendere per il Guelfo, per il pretendente pi
debole, cui il sodalizio con Roma appariva vitale, soprattutto
dopo che un dardo galeotto nel marzo del 1199 aveva sottratto il
Cuor di Leone a questa terra e privato Ottone del suo appoggio
e molto pi del mare di denaro con il quale l'Inghilterra aveva
inondato la sua causa.
Cos tra il 1200 e il 1201 Innocenzo ruppe gli indugi e si schier
apertamente per colui che considerava alla stregua di un soldato
ignorante e dunque un'ottima spada della Chiesa: siamo certi
che la promessa di concedere alla Santa Sede il patrimonio e i
territori appartenuti a Matilde di Canossa, il riconoscimento delle
recuperazioni attuali e di quelle future, la rinuncia all'esarcato
di Ravenna, la pentapoli, la marca di Ancona e il ducato di Spoleto,
nonch l'impegno a tutelare gli interessi papali in Sicilia,
in Toscana, in Lombardia o dovunque Iddio avesse comandato,
abbiano rappresentato quel granello capace di far pendere l'ago
della bilancia verso il piatto di Ottone.
L'offensiva di Innocenzo fu imponente: non si contano le missive
con le quali si congratul, rimprover, promise vantaggi, fece
balenare feudi, cariche, propriet; non prima di essersi spianato
la strada con una sonora scomunica rivolta a tutti i partigiani di
Filippo, cosa che comport un discreto numero di defezioni e un
ingrossamento della fazione guelfa.
Insomma, intorno al 1203 Innocenzo pregustava la vittoria, riflettendosi
in Ottone all'apice del suo potere. Forse abbagliato
da quella gloria, il pontefice non vide gli orrori perpetrati nella
costruzione di quel primato: l'invasione della Turingia, territorio
nevralgico per entrambi i contendenti, aveva comportato la distruzione
di campi, citt e delle stesse chiese, le vesti dei sacerdoti
erano usate come spoglie dalla soldataglia guelfa, i paramenti
degli altari adoperati come coperte per i loro destrieri, alle cui
staffe venivano legate le donne oltraggiate da uno zelo decisamente
molto poco cristiano.
Uno spettacolo che, se non turb il suo rappresentante, scandalizz
Dio stesso che decise di ribaltare l'esito verso il quale si era
tanto affannato colui che giurava di agire in sua vece.
Gi nel 1204, l'oro dell'Hohenstaufen risult pi persuasivo di
qualsiasi anatema papale: la nobilt tedesca si riscopr di nuovo
ghibellina, chi per antico retaggio, chi per novella ispirazione.
Filippo guadagnava sempre pi terreno, Ottone appariva sempre
meno baldanzoso.
Finch il 6 gennaio del 1205, colui che rappresentava il vero
totem della potenza guelfa in Germania, l'arcivescovo Adolfo di
Colonia, incoronava Filippo ad Aquisgrana secondo tutti i crismi:
costo dell'operazione, non meno di cinquemila marchi.
Innocenzo comprese finalmente di aver puntato sul cavallo sbagliato,
ma doveva salvare la faccia: la scomunica scagliata contro
Filippo fu di prammatica.
Passano ancora due anni nei quali Innocenzo assistette angosciato
all'avanzata del nemico, mentre il potere costruito intorno
a Ottone, quel ronzino che ancora si ostinava a proteggere,
si scioglieva come neve al sole: era l'agosto del 1207 quando il
papa, ricordandosi di essere un politico sopraffino, liberava Filippo
della scomunica, inviandogli qualche mese dopo una lettera
nella quale si congratulava del suo rientro in grembo alla Chiesa
e auspicandosi una proficua collaborazione.
Fu una dichiarazione di resa pressoch totale, ma al contempo
una dimostrazione di equilibrismo cerchiobottista tanto sfacciata
quanto sublime.
A giudicare da ci che successe subito dopo, davvero sembrerebbe
che le vie del Signore siano insondabili per noi comuni
mortali.
Filippo, che si accingeva a menare il fendente definitivo ai danni
di Ottone, pregustando il momento in cui si sarebbe presentato
al mondo come l'unico e vero imperatore, venne colpito dalla
collera divina, tramutata nell'occasione nell'ignobile mano che
gli tagli la gola.
Il vile attentato, avvenuto a Bamberga il 21 giugno del 1208,
portava la firma del conte Otto von Wittelsbach e sebbene fosse
animata da un movente passionale, pi di uno colse l'assonanza
tra il nome dell'esecutore e colui che era a tutti gli effetti considerato
il mandante.
Ottone di Brunswick infatti, non poteva che giovarsi di questa
dipartita, come d'altronde Innocenzo, che pur deplorando in pubblico
il regicidio, doveva aver molto esultato in privato.
Forse troppo, a giudicare dal comportamento tenuto da Ottone
quando nell'agosto del 1209 si incontrava finalmente col papa a
Viterbo, per ricevere quell'incoronazione tanto patita.
Fu in tale frangente che Innocenzo scopr che forse Ottone non
era tanto ottuso quanto aveva sperato, dal momento che questi
non appena sent il rassicurante peso della corona sulla testa, si
affrett a rimangiarsi tutte le promesse con le quali aveva blandito
il papa.
Anzi, gi l'anno successivo, Ottone occupava Puglia e Calabria,
sconfinava nel Patrimonium Petri, rendendo quanto mai
prossimo il peggior incubo che Innocenzo avesse paventato.
Al pontefice, cui si sommava il rammarico di essere stato l'artefice
della sua imminente disfatta, non restava che giocarsi la carta
che mai si sarebbe sognato di estrarre dal mazzo: quel giovinetto
che languiva in Sicilia e per il quale si era profilato un destino di
relegazione e abbandono.
Rimetterlo in gioco fu l'ennesimo colpo geniale di Innocenzo:
quanto questo abbia rappresentato un vantaggio per il papato o
per l'impero, che attraverso Federico si accingeva a vivere forse
la sua stagione pi esaltante,  materia di approfondimenti che
qui non sono concessi.
Basti svelare, per restare fedeli alla nostra trattazione, le forme
in cui si manifest la crudelt di questo pontefice, il cui cinismo
politico, fin qui tratteggiato, non  che un pallido riflesso.
La sua particolarissima concezione del potere pontificio, in cui
si raffigurava come un essere sovrumano al di sopra di ogni potere
terreno, garantiva l'alibi attraverso il quale ogni azione diveniva
lecita nella lotta contro chiunque venisse percepito come un
pericolo all'esistenza di quello stesso potere.
Anzi, con Innocenzo, si assistette a uno scarto ulteriore:
percependosi come un gigante in mezzo ai nani, interprete dell'immane
autorit che gli scaturiva direttamente da Dio, elev a proporzioni
titaniche ogni misura di contrasto contro coloro che di volta
in volta venivano definiti nemici di tale emanazione, siano essi
eretici, infedeli o semplicemente cattivi cristiani.
Il suo delirio di onnipotenza, unito a un fanatismo senza precedenti,
inaugur una stagione in cui il papato mosse i propri strali
in qualsiasi direzione, non limitandosi a dirottare le energie cristiane
in Terra Santa, contro coloro che erano accertati (e accettati)
come gli storici nemici della fede, ma scovando il male anche
in seno all'Occidente, colpendo duramente intere comunit che
sino a poco prima erano riconosciute come figli della stessa madre
Chiesa.
La crociata divenne uno scontro fratricida, permanente, ecumenico:
un epos grandioso fatto di lacrime e sangue, inaugurato
da una farsa terminata in tragedia.
Infatti, gi a pochi mesi dalla sua intronizzazione, Innocenzo
bandiva la sua brava crociata, pardon peregrinatici, come si era
soliti chiamarla allora, non volendo difettare in quello che, da
circa un secolo, era diventata una tappa fissa per ogni pontefice
degno di questo nome: eccolo dunque affannarsi a infiammare i
cuori europei a una lotta di rivalsa contro la canaglia musulmana
che ancora insozzava il Santo Sepolcro.
Per la verit quella fiamma risult abbastanza tiepida, visto che
la stragrande maggioranza delle teste coronate gli rispose picche.
Al pontefice non dovette dispiacere pi di tanto, visto che in
tal guisa poteva esercitare maggiormente la sua auctoritas sulla
massa di cavalieri che risposero entusiasticamente all'appello:
per questi buontemponi ogni occasione era buona pur di spaccare
qualche ossa.
Se poi all'innocente passatempo si aggiungeva anche la promessa
della rimozione degli inevitabili peccati che si sarebbero
compiuti per portare a termine l'impresa, si comprende come in
breve Innocenzo pot contare su un esercito col quale affermare
la propria gloria in Outremer.
Trovato il suo onesto comandante, un mastino da guerra vecchio
quanto efficace come Bonifacio da Monferrato, chiamato a
sostituire in tutta fretta il prescelto Tebaldo Terzo di Champagne morto
nel preparare una crociata che gi dai suoi albori manifestava
sintomi di malasorte, Innocenzo si apprestava a muovere guerra
contro l'Egitto, considerato il ventre molle del fronte musulmano
mediterraneo. E qui, commise l'errore che condizion l'intera
spedizione, trasformandola in una grottesca quanto crudele scampagnata
ai danni degli innocui cristiani d'Oriente.
Innocenzo infatti, fremendo d'impazienza nel suggellare col
proprio nome una santa strage di infedeli, si accord con Venezia
affinch fornisse le navi perch s nobile impresa potesse essere
attuata.
Peccato per lui che il governo della Serenissima era allora retto
da uno dei fenomeni pi strani della storia millenaria della citt,
il doge Enrico Dandolo che, in ossequio al suo nome, fu ben lieto
di fornire quanto richiesto, in cambio per di una cifra dannatamente
esorbitante: ottantacinquemila marchi d'argento, il doppio
delle rendite annuali della corona di Francia.
Innocenzo, che ancora non aveva compreso quanto il doge novantenne
e quasi cieco fosse un osso troppo duro anche per le sue
navigate mandibole, accett l'accordo.
Che fosse in realt una rapina lo rivela l'imbarazzante condizione
nella quale si trov il papa al momento di saldare il debito,
riuscendo a malapena a coprire la met della somma convenuta.
Il doge, sghignazzando, aveva bella e pronta la soluzione:
l'esercito avrebbe colmato il disavanzo compiendo una commissione
per la Repubblica marinara, riconquistando Zara che
aveva avuto la sfrontatezza di rinnegare l'amorevole abbraccio
veneziano poco tempo prima, nel 1186, per passare alla causa
ungherese.
A questo punto la pietas o per lo meno la decenza avrebbe dovuto
far fremere di rabbia il pontefice di fronte alla spudoratezza
della richiesta: come osare pretendere che un'armata raccolta per
schiantare gli infedeli venga scagliata invece contro una citt di
bravi e onesti cristiani?
Ma Innocenzo guardava oltre i normali orizzonti morali, inutili
pastoie in cui si imbrigliavano gli animi inferiori di cui era
costretto a sopportare la presenza: l'altissima missione a cui era
chiamato valeva bene il prezzo di un misero porto sull'Adriatico.
E il prezzo fu alto: il 24 novembre del 1202 la citt fu saccheggiata,
le chiese depredate, la popolazione passata a fil di spada,
nonostante si fosse affannata a piantare sulle mura una croce ben
visibile, giusto per fugare ogni dubbio sul proprio orientamento
religioso.
Lo scandalo fu tale che Innocenzo dovette quantomeno salvare
le apparenze, lanciando un anatema contro l'armata colpevole
dell'eccidio.
Stranamente l'interdizione scomparve repentinamente dal capo
delle forze militari, aleggiando solamente su quello degli avidi
veneziani: la crociata s'aveva da fare e Innocenzo non aveva nessuna
intenzione di indispettire i valenti soldati faticosamente raccolti
per onorarla.
Ma Gerusalemme era destinata a rimanere un miraggio lontano.
Mentre le truppe svernavano a Zara, in attesa della bella stagione
per muovere finalmente verso il Santo Sepolcro, furono raggiunte
da un'ambasciata di Alessio Quarto Angelo. Costui, pur essendo
il legittimo erede al trono di Costantinopoli, nel 1195 era stato
esautorato dal fratello Alessio Terzo,, un tipo poco raccomandabile
con il quale ovviamente Innocenzo aveva provato a trattare prospettando
un'alleanza antigermanica, ricevendo in cambio solo
sberleffi.
Quando Alessio Quarto nel 1201 riusc a sfuggire alle grinfie dell'usurpatore,
pens immediatamente di recarsi dal Santo Padre, sperando
di ottenerne l'aiuto contro colui che l'aveva cos beffardamente
ignorato.
Peccato che Alessio Quarto fosse contaminato da pericolose parentele,
essendo il cognato di Filippo di Svevia contro il quale, come
abbiamo visto, Innocenzo all'epoca guerreggiava.
Il papa era intenzionato a negare il suo appoggio, ma la sua
mente diabolica gli sugger di temporeggiare, utilizzando la minaccia
di intervenire a favore di Alessio Quarto come leva di pressione
sull'imperatore in carica al fine di ottenere l'unione delle due
chiese d'Oriente e Occidente.
Fu durante questo stallo che Alessio Quarto decise di cooptare i crociati affinch perorassero la sua causa, promettendo mari e monti,
tra cui la non trascurabile offerta di saldare quel benedetto debito
contratto coi veneziani e allettando di nuovo il papa con l'offerta
di sottomissione della chiesa ortodossa all'autorit di Roma.
I crociati accettarono, trasformando di fatto l'armata in una bagascia
pronta a vendersi al miglior offerente; n poteva essere
altrimenti visto che il vero promotore dell'impresa era quel volpone
di Dandolo, che aveva anzitempo fiutato quale sarebbe stato
il premio finale della missione: gli sconfinati tesori di Costantinopoli.
Ma lo stesso Innocenzo era destinato a non dolersi troppo per
la piega che stavano prendendo gli eventi. Forse davvero era lungi
dall'immaginare che anch'egli avrebbe presto partecipato a
quel banchetto cos spietato; forse fu vero il rammarico espresso
nell'apprendere che le navi cristiane veleggiavano alla volta del
Bosforo in quel maggio del 1203, distogliendosi per sempre dalla
vera meta del pellegrinaggio.
Ma l'esito cui era destinato questo repentino cambio di rotta,
la cui soluzione era stata immaginata da una mente lungimirante
quale quella di Dandolo, aveva origini lontane, che scavavano
nella secolare animosit che serpeggiava tra cristiani latini e ortodossi.
Insofferenza che crebbe fino a toccare l'apice nel 12esimo secolo,
in cui si imputava all'impero bizantino di costituire un ostacolo evidente all'espansione dei latini verso i territori d'Outremer.
Non meraviglia dunque che una missione nata con intenti di
soccorso, fosse degenerata in un eccidio efferato, in cui ci che
non fu concesso a barbari e infedeli fu perpetrato da cristiani contro
cristiani, nel saccheggio pi oltraggioso e devastante che la
millenaria storia di Costantinopoli ricordi.
I cristiani espugnarono il Corno d'Oro il 17 luglio del 1203,
mentre Alessio Terzo se la diede a gambe levate con il forziere reale.
Alessio Quarto fu posto su un trono talmente traballante da resisterci
in precario equilibrio solo fino al febbraio dell'anno successivo,
quando una rivolta popolare lo strangoler (letteralmente) per
porre sullo scranno il generale Alessio V, perpetrando un delitto
di fantasia onomastica che non poteva che risolversi con lo stesso
esito scontato.
Le armate latine, frustrate dall'attesa di un compenso che tardava
ad arrivare, e su cui non si illudevano pi di allungare le rapaci
mani, decisero di fare la festa a Bisanzio, la cui vista dagli spalti
di Galata sui quali erano acquartierati appariva tanto invitante ai
loro occhi: con buona pace dell'Egitto, della Terra Santa e della
gloria di Innocenzo.
Questi davvero si sar indignato dell'immane macello che si
consum in quella settimana di Pasqua del 1204, ormai santa solo
di nome, in cui le armate franche e tedesche del contingente gettarono
Costantinopoli nel baratro pi profondo in cui fosse mai
precipitata.
E se pure una certa storiografia tende a minimizzare l'evento,
siamo propensi a prestare fede alle urla di dolore impresse nella
sue Chronike diegesis da uno storico affidabile come Niceta, che
suo malgrado fu testimone oculare dei fatti: in esso si tratteggia
il fosco affresco della strage, in cui i quasi cinquemila palazzi
della citt vennero depredati e dati alle fiamme, la popolazione
derubata e trucidata, monache e fanciulle violentate e ostentate
come trofei osceni dopo essere state legate a cavalli bardati con
paramenti sacri e profani; le chiese trasformate in stalle dopo che
le loro reliquie furono trafugate e gli scranni trasformati in letamai.
Celebre l'accenno alla puttana che cantava versi osceni sullo
scranno che fu del Crisostomo, triste contrappasso per quella
Bocca d'oro capace di ben altri motteggiamenti.
Un racconto raccapricciante, forse trasfigurato dal ricordo di chi
lo visse cos dolorosamente, ma che ebbe riscontro, perlomeno in
merito all'ingente bottino che rimpingu le tasche dei conquistatori,
con quanto riportato da Roberto di Clari ne La Conqute de
Constantinople e Goffredo di Villehardouin nell'Histoire de la
conqute de Constantinople, due che vissero gli stessi sanguinosi
frangenti con gli occhi dei saccheggiatori.
N stupisce che la storiografa ecclesiastica liquidi l'intera faccenda
con poche righe, n che glissi sul racconto di alcuni scomodi
particolari come il fatto che i primi vessilli a essere issati
sulle martoriate mura di Bisanzio appartenessero ai vescovi Nivelon di Soissons e Garnier di Troyes, in omaggio ai due illustri
ospiti scortati sulle navi di coloro che furono i primi a deflorare
la citt.
Troppo sangue, troppo scempio, troppo grande il peccato perpetrato:
meglio tenere un profilo basso, mentre i tesori bizantini
cambiavano rapidamente di mano e arricchivano le corti europee
e le prebende ecclesiastiche, per cui l'ingente fiume di reliquie
trafugate deve aver costituito un incremento incredibile dell'industria
del pellegrinaggio.
Quanto a Innocenzo, se con una mano si copriva il volto per
non assistere a uno spettacolo tanto degenerato, con l'altra benediceva
gli eroi artefici di un'acquisizione cos inaspettata.
Certo non era la desiderata Gerusalemme, ma per certi versi Bisanzio
era molto di pi: era il presupposto per la cattolicizzazione
dell'Oriente, un'impresa degna di un gigante della sua levatura.
Ed ecco che nel 1205, quando ancora Costantinopoli era deturpata
dalle cicatrici della conquista, una torma di legati papali guidati
dal cardinale Benedetto si precipitava a saccheggiare l'unica
cosa scampata alle rapine: le anime dei sopravvissuti.
Ma a Innocenzo l'Oriente non bastava e presto volse il suo
sguardo misericordioso anche all'Occidente, puntando i suoi occhi
sulla tumultuosa quanto infedele Spagna.
Terra di mori sin da quando gli omayyadi l'avevano strappata
ai visigoti nel lontano 711, la penisola iberica costituiva il banco
di prova in cui tutti i bravi guerrieri cristiani si facevano le ossa.
In realt la situazione era leggermente pi complicata poich la
proliferazione di regni cristiani e musulmani aveva determinato
una folle girandola di alleanze e tradimenti in cui appariva sempre
pi complesso riconoscere l'amico dal nemico, ma in cui si
speriment una stagione lunghissima di contatti di cui beneficiarono
soprattutto le arti e la cultura.
Quando l'Europa fu pervasa dalla febbre delle Crociate, in un
crescendo sempre maggiore di entusiasmo incontenibile, fu abbastanza
naturale che si inaugurasse per la Spagna un'aurea stagione
di eroismo cristiano, secondo il quale anche un'insignificante
scaramuccia come la battaglia di Covadonga, combattuta nel 722
dagli sparuti cavalieri di Pelayo, assumeva i toni di un'impresa
epica contro l'invasore infedele, segnando il glorioso inizio di ci
che fu fragorosamente designata come Reconquista.
Tra i papi che cavalcarono allegramente questo entusiasmo, Innocenzo
fu di gran lunga il pi ardente.
Vittima della propria percezione di grandezza, estese la sovranit
papale su spagnoli e portoghesi in maniera molto maggiore di
quella dei suoi predecessori, considerando le terre iberiche come
un diretto prolungamento dei suoi feudi personali: non poteva
dunque tollerare che in casa propria mostrasse il grugno qualche
senzadio avvolto in turbante.
Nel 1198 il pontefice rinsald una proficua collaborazione con
Pietro Secondo d'Aragona, non a caso soprannominato il Cattolico, per
il quale concesse prontamente la morte sul rogo per gli eretici
sorpresi sul territorio di un s zelante intermediario. Poco male
che le genuflessioni del sovrano fossero determinate dalla preoccupazione
di un'avanzata della Francia verso sud e dall'incapacit
di gestire i suoi stessi baroni riottosi, piuttosto che da una sentita
vocazione a contrastare la mala pianta della presenza islamica:
tutto andava bene per il pontefice pur di scatenare la propria ira
contro esseri considerati demoniaci.
Allo stesso modo, Innocenzo non poteva tollerare che gli Stati
di Lon e Navarra intrattenessero costantemente relazioni con gli
almohadi: richiam dunque i figliol prodighi ai loro doveri con
la minaccia della scomunica e l'interdetto, convogliando le loro
energie al santo sforzo di una guerra senza quartiere.
L'impegno di Innocenzo ebbe successo, almeno dal suo punto
di vista, dal momento che una tale profusione di energie, supportata
anche da una nutrita iniezione di templari e dal potenziamento
degli ordini cavallereschi di Calatrava, Santiago e Montesa,
culmin nella battaglia di Las Navas de Tolosa, dove, il 16 luglio
del 1212, i regni iberici ridussero in poltiglie l'esercito di
al-Nasir, segnando l'inizio dell'irreversibile declino della presenza
islamica nella penisola.
Sangue, sangue e ancora sangue, ma a Innocenzo non bastava
mai: il culmine dell'orrore doveva ancora arrivare.
Se quanto sin qui narrato pu infatti ancora cogliere Innocenzo
come sopraffatto dagli eventi o al massimo loro lontano ispiratore,
non esiste nessuna giustificazione per la violenza e la crudelt
espressa nella lotta contro l'eresia in cui questo pontefice si
distinse sinistramente, divenendo l'antesignano di quella feroce
intolleranza che contraddistinguer la Chiesa cattolica nei secoli
a venire.
La diffusione dei movimenti pauperistici, che toccarono l'apice
in questi anni a cavallo tra 12esimo e 13esimo secolo, in cui Umiliati,
Spirituali, Gioachimiti sollevavano le coscienze delle citt e
delle campagne sbandierando l'adesione al messaggio evangelico,
fu vissuta con crescente fastidio da un personaggio come
Innocenzo.
Intollerabile che nel loro messaggio di povert si leggesse in
controluce un attacco a vescovi e sovrani e naturalmente a lui,
esponente di un papato in cui era declinato mano a mano il fervore
dello spirito religioso a vantaggio di un'arrembante concretezza
politica.
Inaccettabile e dunque da estirpare, nel modo pi radicale possibile.
Quest'ansia di soffocare un pericolo considerato subdolo,
proprio perch trincerato dietro una pretesa giustezza d'intenti, assunse
infatti caratteri sempre pi truci, sino a sconfinare in vere
e proprie campagne sterminatrici, in crociate intese nella cruda
pienezza di senso che hanno per noi moderni.
Quanto fu atroce quella contro gli albigesi, sar argomento di
trattazione pi avanti, come anche i drammatici avvenimenti
che portarono all'evangelizzazione dei popoli del Nord, la cui
responsabilit  da ascrivere sempre a questo alacre difensore
dell'ortodossia, della sua ortodossia.
Qui basti ricordare che i crimini di cui si macchier in questi
eccidi sono resi ancora pi odiosi dallo scarto con il quale Innocenzo
giustific la sua lotta all'eresia. Con la bolla Vergentis del
1199 egli defin l'eresia come crimine di lesa maest, formalizzando
quell'identificazione di ci che  peccato per la Chiesa con
ci che  reato per lo Stato, gi affiorata con Giustiniano, e per la
quale legittimer persecuzioni e roghi.
Il dissenso in materia di fede divenne un reato e come tale appariva
lecito torturare l'eretico (per farlo confessare e pretenderne
la delazione) o punirlo con la morte: Se chi falsifica il denaro,
dir Tommaso d'Aquino merita la morte, come non la merita chi
falsifica la fede?.
Ma il punto era proprio questo: di quale fede si sta parlando?
Di quella del Cristo o di quella di Innocenzo, guidata da un
impegno protervo di sopraffazione politica che, mascherata da
universalismo papale, non disdegnava di utilizzare tutti i mezzi
umani, piegando, anzi distorcendo ogni comandamento divino?
Con simili premesse i movimenti pauperistici non potevano che
essere spazzati via, o al massimo, mirabilmente inglobati nelle
spire di una Chiesa siffatta, snaturati della propria forza rivoluzionaria
e innovatrice.
Ci successe al fraticello di Assisi cui fu concessa la sperimentazione
di una Regola confusa inizialmente come Regola a tutti
gli effetti, secondo l'interpretazione di miopi agiografie che non
comprendevano appieno quanto invece lungimirante e cinico fosse
Innocenzo.
Un uomo del genere non poteva che chiudere in grande stile,
con la convocazione di un concilio che fu uno dei pi grandi della
storia della Cristianit.
L'11 novembre del 1215, settantuno patriarchi, quattrocentododici
vescovi e novecento abati si accalcavano tra gli scranni del
Laterano, oltre a un numero imprecisato di ambasciatori, tra cui
spiccava la presenza di Federico II
A essi Innocenzo pot rivolgersi al culmine del suo assolutismo
e dettare la sua legge incontrastata. Venne ribadita la fede cattolica
in Dio eterno e onnipotente, unico e in tre persone consustanziali;
venne introdotto il dogma della transustanziazione, in
cui nelle mani salvifiche del ministro di Dio avveniva la mirabile
trasformazione del pane e del vino in corpo e sangue di Cristo;
fu stabilito naturalmente il primato papale e l'ordine delle sedi
patriarcali; venne promossa l'ennesima crociata, stavolta rivolta
a Gerusalemme senza se e senza ma, tanto che Federico giur
sulla sua testa che l'avrebbe intrapresa quanto prima con tutti i
guai che ne conseguiranno.
Ma soprattutto Innocenzo emise il suo canto del cigno con due
disposizioni che cambieranno per sempre la storia dell'Europa e
forse dell'umanit intera: fu imposto agli ebrei di portare un contrassegno
che li distinguesse, oltre al divieto di possedere servi
cristiani, di esercitare la professione di medici, di ricoprire cariche
pubbliche, senza contare tutte le altre discriminazioni che da
quel momento essi inizieranno a subire, le quali apriranno sostanzialmente
la strada al drammatico esito che tutti conosciamo; ma
ancor pi fu decretato che le autorit civili, qualsiasi fosse il loro
ufficio, fossero poi ammonite, esortate e, se necessario costrette
con la censura ecclesiastica a prestare pubblico giuramento, qualora
volessero continuare a essere considerate fedeli, di difendere
la fede impegnandosi a cacciare, nei limiti delle proprie forze,
dalle terre soggette al loro potere tutti gli eretici dichiarati tali
dalla Chiesa.
Fu la consacrazione della Santa Inquisizione.
Cos quell'istituzione, inaugurata ai tempi del Barbarossa da
papa Lucio Terzo con il decreto Ad abolendam, poteva irrompere
nella Storia con gambe robuste, salde e soprattutto sacre.
Dopo un tale sforzo titanico, anche per questo infaticabile pontefice
giunse l'ora di ricongiungersi con quel Dio per il quale si
era tanto prodigato in questa valle di lacrime: il 16 luglio del 1216
si spegneva mentre soffiava indefesso sui corni della crociata
contro i turchi.
Chiss se San Pietro, nel vederlo solcare le soglie del paradiso
(non immaginiamo altra direzione dopo lo zelo profuso in vita),
si sia soffermato a contemplare quel viso che le cronache riferiscono
fosse particolarmente gradevole.
Di certo, con tutto il suo millenario daffare il portiere celeste
non avr fatto caso a un piccolo particolare che per noi reduci del
secolo breve assume le tinte di una sinistra quanto antesignana
assonanza tricologica: sul volto del pi completo rappresentante
di Dio in terra faceva infatti bella mostra di s un paio di baffi.

Capitolo 7.
Gregorio Nono.

Un appassionato di astrologia scommetterebbe che la data di
nascita di questo pontefice si possa tranquillamente collocare in
un giorno qualsiasi tra quelli che si avvicendano dal 21 maggio
al 21 giugno.
L'incertezza sull'esatta attribuzione, determinata da fonti lacunose
e ambigue, autorizzerebbe l'azzardo di porre i natali di
quest'uomo tra coloro che vissero sotto l'influsso dei Gemelli, il
segno zodiacale che pi di tutti caratterizza il doppio.
Fu questa la cifra preminente di questo pontefice: vivere costantemente
in bilico tra due nature oscillanti tra mistica piet e
passione sfrenata, essere l'interprete rigoroso di un intransigente
cesaropapismo e al contempo indulgere ai teneri moti dell'anima
di un'autentica spiritualit.
Questo  il ritratto che ci restituisce una robusta storiografia,
pronta a mitigare la durezza e la spietatezza di cui Gregorio fu vettore
costante per tutto il corso del suo pontificato, giustificando le
scelte di una politica pragmatica quanto crudele con un innegabile
afflato misericordioso, attraverso cui stemper tutte le azioni moralmente
biasimevoli; quasi come se piet e cinismo possano essere
proposte come due facce di una stessa moneta, pagata sempre e
solo per un pi alto fine spesso incomprensibile ai poveri mortali.
Quanto falsa sia quella moneta non sta a noi giudicare, anche se
il suono del suo oscillare, mentre passa di mano in mano tessendo
le gesta di quest'uomo, riecheggia sempre meno come doppio e
sempre pi come doppiezza.
L'interprete di questa funambolica esistenza nacque ad Anagni
col nome di Ugolino, in un anno imprecisato a cavallo del 12esimo secolo,
verosimilmente il 1170 - e non il 1140 come pervicacemente
si ostinano a tramandare tutti coloro innamorati dell'idea di un
papa ottuagenario e volitivo. Le notizie biografiche si desumono
dalla corrispondenza di colui che fu il suo predecessore, Onorio
III, e dalle missive che egli stesso inoltr, un bacino sicuramente
pi oggettivo delle fonti letterarie per lo pi di natura agiografca
su cui si basava la precedente datazione.
D'altro canto, appare molto pi probabile che Gregorio assumesse
il pontificato in un'et decisamente pi giovane di quanto
la tradizione gli attribuisca, se si considera lo sforzo proteso alla
costruzione di un organismo potente seppure ancora non egemonico,
teso sostanzialmente all'attuazione dell'altisonante disegno
di Innocenzo Terzo.
All'illustre predecessore fu legato a doppio filo e non solo per
ragioni di parentela, appartenendo anche lui alla famiglia dei
Conti di Segni, ma anche e soprattutto per l'orientamento (im)
morale che l'imponente parente seppe instillargli, tanto da indurre
i contemporanei a credere che, attraverso di lui, Innocenzo fosse
risorto dalla tomba.
I motivi erano svariati: il giovane Ugolino si era fatto le ossa
proprio sotto l'insigne congiunto, per il quale sin dal 1199 svolgeva
importanti e delicate missioni diplomatiche. Ebbe cos modo
di suggere direttamente dalla fonte quegli ideali che animarono
tutto il suo operato, perseguendo pervicacemente il solco segnato
dai suoi predecessori e da Innocenzo in particolare
Non a caso nel 1206, dopo essere stato creato cardinale vescovo
di Ostia, era in Germania con quella delegazione che
aveva il compito di piegare Ottone di Brunswick alle aspettative
papali.
N il suo ruolo di primo piano venne meno quando nel 1216
ascese al soglio Onorio Terzo,: anzi nel 1221 oper alacremente nel
settore strategico dell'Italia settentrionale, dimostrandosi uno
scaltro politico nel dirimere le controversie sorte tra i comuni
guelfi e ghibellini.
Quando venne inevitabilmente eletto papa, il 18 marzo del
1227, assumendo il nome di Gregorio Nono, a tutti fu chiaro che sul
soglio di Pietro si era insediato un personaggio ingombrante, un
convinto assertore della centralit del papato, un pontefice a cui
l'autorit dell'impero stava stretta: ma nessuno si aspettava che
l'ineluttabile scontro tra le due somme cariche del mondo medievale
potesse virare su toni cos virulenti.
La crudele ostinazione di Gregorio non si era infatti ancora pienamente
palesata, ma bisogna ammettere che il pontefice non si
fece pregare in tal senso.
Non erano passati che pochi giorni dalla sua elezione che gi si
preoccupava di redigere una lettera a Federico II, ricordandogli in
tono pacato, ma che non lasciava adito a cattive interpretazioni,
gli impegni assunti col papato in merito alla crociata.
A prima vista pu sembrare un episodio di prammatica ma  la
miccia con la quale Gregorio si apprestava a dar fuoco alle polveri.
All'antico monaco camaldolese probabilmente non importava
un fico secco dello sventurato destino della Terra Santa, come
riveleranno gli eventi successivi, se non in termini propagandistici
e di facciata. Gli interessava molto pi minare il potere di
Federico che, lungi dall'essere il marmocchio di Puglia con cui si
era inaugurato l'astro di Innocenzo, costituiva in quel momento
pi che mai una minaccia pressante dell'auctoritas temporale dei
papi, essendosi rivelato un personaggio di caratura eccezionale,
uno dei massimi interpreti della carica imperiale, il cui prestigio
godeva di un seguito vastissimo.
Federico dal canto suo, sapeva con chi aveva a che fare, conoscendo
quell'uomo tosto sin da quando era bambino: erano
dunque finiti i tempi dei balbettamenti, soprattutto dopo che la
disfatta di Damietta del 1221 - in cui i crociati vennero espulsi
dall'Egitto - pose pi di un'ombra sulla sua volont di eseguire il
compitino del bravo campione della Cristianit.
D'altro canto il sovrano svevo si era ben attrezzato, attraverso
il matrimonio contratto nel 1225 con Isabella, figlia del re di Gerusalemme
Giovanni di Brienne ed ereditiera del titolo, e ancor
pi intessendo una fitta rete di trattative col sultano del
Cairo al-Kamil, cui una soluzione diplomatica di una possibile crociata
non sarebbe affatto risultata sgradita, soprattutto se gli consentiva
di dedicarsi senza distrazioni al debellamento del nido di serpi
che covava nella sua stessa famiglia.
Ma Gregorio esigeva sangue infedele e soprattutto che Federico
si togliesse dai piedi: da qui la velata minaccia a salpare al pi
presto alla volta di Gerusalemme, pena la scomunica.
Cos nell'agosto del 1227, l'imperatore, al comando di un nutrito
contingente di forze tedesche, francesi, inglesi e spagnole, si attest
a Brindisi con la ferma intenzione di muovere per la Terra Santa.
Peccato che il destino provveda a giocargli un tiro mancino: una
calura che sembrava sciogliere la terra, unita alle cattive condizioni
sanitarie e nutrizionali, fu alla base di una violenta epidemia
che si abbatt sui volenterosi guerrieri della fede che iniziarono a
morire come mosche.
Non era certo il caso di imbarcarsi per una spedizione in quelle
condizioni, tanto pi che lo stesso Federico fu costretto a ripiegare
verso i bagni di Pozzuoli per debellare l'acuirsi del morbo che
aveva osato intaccare anche la sua regale persona.
Naturalmente si affrett a mandare ambasciatori a Gregorio per
informarlo dell'increscioso accaduto, ma questi, forse pi stizzito
dalla sopravvivenza di Federico che non dalla dilazione della
partenza, non era disposto a tollerare scuse: appena due settimane
dopo, il 20 settembre, sul capo dell'imperatore si abbatt implacabile
la mannaia della scomunica.
Si  molto discusso a proposito della reazione spropositata di
Gregorio in merito a una rinuncia che, viste le premesse, appare
sacrosanta. In realt essa cela motivazioni di ordine psicologico
e soprattutto politico.
Il pontefice, al momento della sua elezione, dovette scegliere
che percorso intraprendere: la politica accondiscendente del suo
predecessore Onorio Terzo o individuare nella crociata il pretesto per
inchiodare l'imperatore. Fedele alla sua natura impetuosa, Gregorio
propese per quest'ultima soluzione, rivelando il fine occulto
della sua presa di posizione.
L'invocare il mancato adempimento della promessa di intraprendere
la crociata poteva ben rappresentare un motivo di rivalsa
di fronte al sostanziale successo della politica imperiale
che privilegiava il mantenimento del collegamento territoriale
tra l'Italia settentrionale e il regno di Sicilia: quella deprecabile
Unio Regni ad Imperium che, insieme alla minaccia gravante sui
comuni centro-settentrionali, costituiva il nocciolo della disputa
tra papato e impero.
Sempre e solo la meschina preoccupazione di salvaguardare il
patrimonio di San Pietro, dunque, altro che afflato verso le sorti
del Santo Sepolcro, ribaltando un ordine di priorit che assumeva
un punto di vista squisitamente personale, quello di Gregorio
naturalmente.
Su questo impianto, il pontefice rivel l'essenza del proprio
temperamento, in cui l'ispirazione divina cedeva il passo a un'acrimonia
alimentata da una bramosia tutta umana.
Da questo veleno egli trasse l'inchiostro con cui vergare le
missive che comunicarono al mondo la ferale decisione, riuscendo
addirittura a mistificare la realt. Il papa attribuiva a Federico
l'insorgere della pestilenza, dovuta alla sua improvvida decisione
di riunire l'esercito al culmine della stagione estiva; inoltre, visto
che c'era, gli addossava, in un crescendo teatrale di sospetti, rimproveri
e calunnie, la colpa della tragedia di Damietta, adducendo
l'esito infausto della quinta crociata alla mancata partecipazione
dell'imperatore.
Lo spettro di quanto avvenne a Costantinopoli nel 1204 evidentemente
ancora si aggirava per l'Europa e Gregorio pens bene di
distogliere l'occhio critico sulle responsabilit papali, focalizzando
l'attenzione su successive presunte colpe imperiali.
Contrariamente a quanto immaginato dal lungimirante pontefice,
l'effetto della scomunica fu solo quello di privare Federico
dell'apporto degli ordini guerrieri, una mancanza della quale l'imperatore
non si dovette dolere molto, conscio della rapacit con cui
ospedalieri e templari erano soliti accompagnare le proprie gesta.
Federico infatti, in barba all'interdizione, aveva deciso di perseverare
nel suo progetto di crociata, non fosse altro che per mettere
il pontefice in una condizione di grave imbarazzo.
Naturalmente le motivazioni travalicano un orizzonte cos ristretto
e abbracciano una serie pi vasta di implicazioni, tra cui
non  da scartare la ricerca di un prestigio considerevole: Federico
era pur sempre il nipote del Barbarossa, del quale seppe cogliere
le suggestioni pi profonde fino a rendersi, come e pi dell'avo,
sublime interprete dell'imperialismo medievale.
Partito dunque da Brindisi il 28 giugno del 1228, con un contingente
risibile di quaranta navi e mille cavalieri, l'imperatore
sfior Cipro e a settembre si attest ad Acri.
Tutto nella pi totale indifferenza, per non dire glaciale accoglienza,
che gli riservarono i cristiani d'Oriente, che Gregorio
schiumante di rabbia aveva debitamente catechizzato con l'invio
di due mastini francescani, intimando l'inammissibilit di agevolare
le manovre di un imperatore colpito da anatema.
Di ben altro tenore furono gli abboccamenti con gli infedeli,
che, seppur non ammaliati dall'aspetto esteriore dell'imperatore,
un ometto calvo e miope che al mercato degli schiavi avrebbe
fruttato al massimo venti dirham, di certo furono incuriositi da un
sovrano che parlava correntemente l'arabo e che disquisiva con
disinvoltura di medicina, dialettica e geometria, tutte discipline in
cui, guarda caso, essi erano campioni.
E poi si era giunti nel cuore dell'inverno, faceva freddo e nessuno
dei due contendenti sembrava disposto a gelarsi le membra
in uno scontro che sembrava destinato a concludersi in ben altra
natura.
Di qui il capolavoro. Con un semplice colpo di penna, Federico
ottenne ci che era stato precluso a qualsiasi armata latina sin dai
tempi della prima crociata. Il 18 marzo del 1229, egli pot varcare
la chiesa del Santo Sepolcro: Gerusalemme era ai suoi piedi,
senza versare una stilla di sangue.
Certo, al-Kamil, per salvare la faccia, gli aveva imposto l'interdizione
della piazza del Tempio, dove si affacciavano la cupola
della Roccia e la moschea di al-Aqsa, riservandone l'appannaggio
ai musulmani: ma che diavolo, Gerusalemme valeva bene
una messa, soprattutto se nel corso di questa Federico, in spregio
a tutte le velleit teocratiche di generazioni di pontefici, si era potuto
incoronare imperatore ponendosi da solo la corona sul capo.
Fu l'apoteosi.
Manc poco che Gregorio ci restasse secco. Ma come? Uno si
affanna, briga, trama, ordisce una trappola con la speranza che
quel maledetto imperatore vada a farsi accoppare in Terra Santa,
e quella serpe che fa? Prima non abbocca, poi, in barba alla scomunica,
quella s, prevista, parte lo stesso, ha la sfacciataggine di
non farsi ammazzare e anzi riesce a compiere l'inopinabile senza
mozzare neppure una testa di quelle canaglie senza Dio?
Gregorio deve aver vacillato nella sua fede nell'Onnipotente,
soprattutto quando la reiterazione della scomunica, avvenuta il
23 marzo del 1228, ebbe l'effetto di compattare le frange filoimperiali
fomentate dai Frangipane.
Di qui la deflagrazione di una bella sommossa che costrinse
la sua santa persona ad abbandonare l'aria insalubre di Roma e
trovare ristoro presso Viterbo e Perugia, dove finalmente, tanto
per cambiare, pot sfogare la sua frustrazione comminando una
scomunica ai sudditi ribelli.
Ma certo non bastava: bisognava vendicare l'affronto che Federico
aveva inflitto al prestigio papale: ci voleva una santa e onesta
guerra.
Non che non ci avesse gi pensato, addirittura quando le vele
di Federico con la prua rivolta a oriente erano ancora visibili
all'orizzonte.
Sin da allora Gregorio aveva sobillato cruente sommosse locali
nei territori imperiali al confine dello Stato della Chiesa, approfittando
della scomunica che scioglieva i sudditi di Federico dal
loro obbligo di obbedienza. Ma era il momento di fare sul serio e
Gregorio apparecchi l'offensiva in grande stile.
Per prima cosa si alle con i comuni della mai doma Lega lombarda,
sfruttando le insofferenze endemiche che questi nutrivano
nei confronti delle ingerenze imperiali; semin zizzania in
Germania, sponsorizzando l'elezione del guelfo Ottone di
Liineburg, nel tentativo di introdurre una variante che scombinasse
la scacchiera del potere tedesco, anticipando di qualche secolo
le suggestioni che ispireranno un libro di successo(1); infine egli
stesso si pose a capo della militia Sancti Petri, una vera e propria
forza papale, realizzando il sogno che fu di Gregorio Settimo.
Obiettivo: sconquassare i possedimenti federiciani nell'Italia
del Sud.
Quest'atto, oltre che odioso, fu particolarmente grave.
Tralasciando gli impedimenti morali che dovrebbero costituire
un insormontabile baluardo ai pruriti belligeranti di chiunque si
professi capo della Cristianit - e dunque latore di amore e misericordia
- Gregorio comp un gesto senza precedenti: attacc le
terre di un sovrano cattolico impegnato in una crociata, terre che
in quella particolare condizione erano considerate sacre e inviolabili
secondo il diritto canonico e le leggi dei popoli.
Sar che Gregorio conosceva la giurisprudenza meglio di
chiunque altro, forte dei suoi studi bolognesi, sar che diventando papa
si ascende a un livello di conoscenza imperscrutabile a chi non  in
grado di discernere gli sfavillanti disegni divini, egli pot scrivere
una nuova e gloriosa pagina nella storia della redenzione umana.
Per questi stessi motivi dunque Gregorio non trov il minimo
imbarazzo nell'utilizzare i fondi raccolti per la crociata n arross
nel vessare l'intera Europa con una vergognosa tassazione che
lamb persino l'Inghilterra e la Scandinavia, pur di armare una
banda di mercenari cui le pietose insegne della chiave di san Pietro
a stento celavano la natura sanguinaria.
I Clavisignati, posti sotto il comando di Giovanni di Brienne,
che aveva mal digerito la sottrazione del regno di Gerusalemme
da parte dell'intraprendente genero, si avventarono contro il Meridione
appiccando il fuoco a villaggi e citt, rubando il bestiame,
saccheggiando fortezze, prendendo prigionieri e condannandoli
alle torture pi atroci senza rispetto n per l'et n per il sesso,
secondo il macabro resoconto che il conte Tommaso di Acerra invi
a Federico nella primavera del 1229, impetrandone il ritorno.
E Federico venne. Il 10 giugno dello stesso anno il suo esercito
sbarcava a Brindisi e nel giro di un paio di mesi ebbe ragione della
soldataglia papale, data in pasto con somma soddisfazione al
suo corpo di lite costituito dai saraceni di Lucera: il loro impiego
sotto la bandiera di un re cristiano aggiungeva un sapore particolare
alla sconfitta subita da chi aveva osato fregiarsi dell'insegna
dell'apostolo per eccellenza.
A Gregorio non rimaneva che ricorrere a pi miti consigli, soprattutto
perch i fondi raccolti con le precedenti rapine iniziavano
a scarseggiare, e difficilmente avrebbe saldato le diarie di
quella marmaglia con le preghiere.
Cos, il 23 luglio del 1230 i due nemici firmavano a Ceprano
quella che passer alla storia come Pace di San Germano, che in
verit assunse pi che altro i caratteri di un armistizio.
Con essa Federico si impegnava a restituire tutti i beni sottratti
a coloro che avevano preso le parti del pontefice e in particolare a
reintegrare i templari e gli ospitalieri nel possesso dei beni confiscati
loro dopo la crociata; a garantire l'impunit ai partigiani del
papa nel regno di Sicilia, in Germania, in Lombardia e in Toscana;
a rinunciare infine esplicitamente a tutti i suoi diritti sul ducato e
sulla Marca e a non invadere le altre terre della Chiesa. In cambio
ottenne il perdono del papa e la revoca della scomunica.
Chi crede che le condizioni fossero sfavorevoli a Federico si
sbaglia di grosso: oltre ad aver ottenuto l'annullamento della
scomunica, era riuscito di fatto a conseguire anche il riconoscimento
pontificio del suo dominio sulla Germania e sul regno
meridionale.
Egli inoltre aveva guadagnato il tempo e la tranquillit necessari
per rivolgersi di nuovo al suo regno, per rimettervi ordine e
riunire quindi tutte le sue forze contro i comuni lombardi, potendo
contare, se non sull'appoggio, quanto meno sulla neutralit
del papato.
Non un infortunio, dunque, ma il frutto della sagacia politica di
Federico, il quale in questa circostanza seppe dare prova di una
non comune abilit diplomatica, come rilevato dallo storico
Abulafia nella sua celebre monografia sull'imperatore.
Gregorio intanto si godeva quella che probabilmente consider
una vittoria, coronata per giunta dal suo rientro a Roma.
In quello stesso anno, infatti, una terribile inondazione aveva
recato danni gravissimi alla citt prostrata successivamente dallo
scoppio di una pestilenza e carestia.
I cittadini, convinti di essere incappati nella collera divina per
aver scacciato il pontefice, lo richiamarono con tutti gli onori,
sperando cos di scongiurare possibili ulteriori ritorsioni da parte
dell'Altissimo.
Ci che segu fu un quinquennio di tregua in cui i due pi alti
poteri della Cristianit si guardavano a vista e si tolleravano a
vicenda.
Si fossero limitati a questo, il mondo ne avrebbe tratto enorme
giovamento.
Purtroppo entrambi, con motivazioni diverse, si trovarono coesi
in ci che divenne uno dei capitoli pi tragici della storia umana:
la lotta contro l'eresia.
Intendiamoci: dare la caccia all'eretico era uno sport antico, in
cui i campioni dell'ortodossia avevano dato ampio sfoggio delle
proprie doti sin da quando la balbettante religione cristiana aveva
iniziato a muovere i primi passi.
Non si contano i sodalizi tra sovrani e vescovi, papi e imperatori,
che sin dal periodo antico avevano unito croce e spada per
sgominare la mala pianta dal giardino lussureggiante del Signore.
Ma ci che si assistette in quel frangente fu l'elevazione della
crudelt a sistema, chiave di volta su cui Gregorio oper la
costruzione della monarchia papale, implementando quella vergognosa
Inquisizione che definire santa renderebbe ancora pi
ampio il baratro dell'efferatezza umana.
Che Federico assecondasse e sfruttasse l'escalation dell'orrore
di cui il pontefice fu instancabile promotore, per cinici calcoli
politici volti all'eliminazione degli avversari, non pu che ribadire
quanto l'espressione pi naturale del potere sia quella in cui i
singoli si confondono tra le spire del terrore e della paura.
La macabra danza inizi con la costituzione Excommunicamus
et anathematisamus, del febbraio-marzo 1231, in cui l'azione
antiereticale non si manifest pi con carattere occasionale e
limitata.
Assumendo la normativa imperiale nel testo pontificio, Gregorio
prevedeva, anzi auspicava l'intervento del braccio secolare, il
cui utilizzo si caratterizz in maniera singolarmente spietata.
Uno dei primi effetti fu la promulgazione dello statuto del senatore
romano Annibaldo, emesso subito dopo la decretale del
febbraio 1231.
Qui, se pure non si assisteva ancora a quel giro di vite che
investir i corpi dei rei, si pose in evidenza un inasprimento delle pene
soprattutto di natura economica.
Era infatti previsto non solo l'abbattimento delle case dei condannati,
ma la confisca dei beni da dividere in tre parti, ognuna
delle quali da destinare ai delatori, al senatore e al restauro delle
mura di Roma; si colpivano anche fautori e reticenti, arrivando a
comminare una pena di venti libbre a chi non denunziava gli eretici
e di duecento marche d'argento a chi, obbligato a osservare la
normativa, non l'avesse applicata.
 chiaro che il decreto sia stato istituito per fare cassa, soprattutto
dopo i danni patiti recentemente dall'Urbe: Gregorio deve
aver immaginato che non ci sarebbe stato nulla di male nel considerare
la caccia all'eresia un'attivit che, oltre ad arricchire lo
spirito, riempisse anche la borsa.
Una filosofia contagiosa, visto che analoghe misure furono
adottate nello stesso anno dalle autorit ecclesiastiche della Lombardia
e della Toscana.
Ma quanto questa lotta sottintendesse motivazioni che poco
avevano a che fare con la maggior gloria del Signore lo rivel la
crociata bandita contro gli stadingi, contadini da tempo insediatisi
alle foci del Weser, in Germania: accusati di eresia nel 1231
dall'arcivescovo di Brema, quei poveretti furono letteralmente
massacrati. Peccato che le indagini successive appurarono che
la loro unica colpa fosse quella di essersi rifiutati di pagare le
decime.
E proprio in Germania la mano di Gregorio fu particolarmente
pesante. Qui l'attivit dell'inquisizione si svolse a livelli diversificati,
con intervento diretto di delegati papali, dotati di assoluta
discrezionalit nei riguardi dei sospetti, contro i quali si avvalsero
allegramente di delatori e sicofanti secondo modalit al di sopra
di qualsiasi rispetto procedurale.
L'azione inquisitoriale inizi a manifestarsi secondo una ritualit
sempre pi cadenzata. Dopo la predicazione, che costituiva
un tempo di grazia in cui l'inazione assumeva i toni della quiete
prima della tempesta, la persecuzione si esercitava senza nessuna
remora: o ci si riconosceva colpevoli, accettando la penitenza, o
si era bruciati sul rogo.
In questo contesto non fa meraviglia che si compisse ogni sorta
di abuso, come quelli commessi da Corrado di Marburgo, il cui
zelo frenetico nel bruciare decine di eretici rappresent una responsabilit
oggettiva del papa.
E frenesia  l'unico concetto che si possa adattare all'impeto
che cosparse di roghi l'Europa occidentale, a parte la sollecitazione
derivante dalle confische e dagli arricchimenti facili e immediati
generati dalla persecuzione antiereticale.
Cos nel 1232 Gregorio impose ai vescovi di Parma e Mantova
di scomunicare il podest di Bologna, che non aveva accolto le
disposizioni antiereticali della Chiesa, ma le cui ricchezze facevano
gola quanto e pi della salvezza della sua anima.
Stesso movente mosse le nuove inchieste che nel maggio del
1231 furono ordinate dal papa all'arcivescovo di Bourges e ai
vescovi di Troyes e Auxerre.
Anche a Tolosa fu sollecitato l'intervento del vescovo, insieme
con quello dei predicatori Pietro d'Alais e Rolando di Cremona;
lo stesso avvenne a Narbona, a Carcassonne e a Bordeaux.
Se ancora nel 1233 in Francia non si pu parlare di un vero e
proprio tribunale dell'inquisizione,  solo perch la collaborazione
dei vescovi fu pressoch totale.
Ci nonostante, a partire da quell'anno, Gregorio affid ai frati
predicatori l'azione inquisitoriale, nell'intento di sollevare gli ordinari
diocesani da una parte del peso delle inchieste.
Una giustificazione che puzza di falso lontano un miglio: 
molto pi verosimile che il papa, attraverso l'impiego dei domenicani
o di collaboratori dipendenti direttamente dalla Santa
Sede, intendesse porsi personalmente alla guida dell'intervento
antiereticale, caricandosi addosso oneri e soprattutto onori
della santa epurazione con tutti i vantaggi economici che la
confisca dei beni di quelle anime prave avrebbe comportato.
Se ne conclude comunque che la lotta all'eresia aveva ormai
raggiunto proporzioni tali da non poter essere in nessun caso
promossa con i consueti mezzi procedurali.
L'effetto immediato di tali provvedimenti fu il coalizzarsi di
quanti potevano temere rivalse e denunzie che non avevano nessuna
motivazione religiosa, ma nascevano esclusivamente da
vendette private, odi personali, ostilit politiche.
Ci spiega sia i disordini che si moltiplicarono contro l'istituzione
inquisitoriale in molte localit della Francia meridionale,
l dove maggiormente si esercit la repressione, sia il susseguirsi
di una vertiginosa rotazione di vescovi, frati e altri agenti della
Santa Sede, spesso lasciati in una situazione di incertezza da parte
del premuroso papa, soprattutto quando la popolazione delle
citt insorgeva contro le procedure sbrigative, le confische, le
ingiustizie perpetrate dai suoi santi intermediari.
Cos accadde anche in Italia, a Bologna, Firenze, Siena e Verona,
dove la vis predicatoria di un santone del calibro di Giovanni
da Vicenza aveva provocato il rogo di sessanta eretici in tre giorni,
nonostante fosse podest Ezzelino da Romano, uno che non
aveva propriamente la fama di baciapile.
E infatti lo stesso Ezzelino, sostenitore indefesso della causa di
Federico, anche se con largo margine di autonomia, fu il bersaglio
di una crociata promossa da Gregorio, che gli scagli contro
gli strali dei vescovi di Reggio, Modena, Brescia e Mantova.
D'altronde ghibellino ed eretico divennero pi che mai sinonimi,
con scarso riferimento al parteggiare per l'imperatore.
Tanto pi che questi, come sottolineato in precedenza, fu ben
lieto di adottare lo strumento dell'inquisizione, che gli permetteva
di colpire duramente le ribelli citt dell'Italia settentrionale,
luoghi dove tradizionalmente allignava l'eresia.
Fu anzi in relazione all'inasprimento della persecuzione
antiereticale a opera dell'imperatore, con finalit scopertamente politiche,
che Gregorio mostr di voler rivedere il suo atteggiamento
sull'intera questione, concedendo specialmente nella Francia meridionale
una pausa dell'attivit che aveva ampiamente contribuito
a sviluppare.
Ma ormai era troppo tardi: il mostro era stato creato. Le finalit,
le procedure, l'organizzazione dei processi, l'incertezza sostanziale
dei criteri di accusa e il conseguente ampio spazio all'arbitrio
concesso di fatto agli inquisitori, nonostante un altalenarsi di
affidamenti e revoche di incarichi, costituiranno una delle pagine
pi nere di cui si macchier la Chiesa, con larghissima responsabilit
da parte di Gregorio Nono.
Di fronte a ci, la condotta successiva del pontefice assumer i
contorni di un peccato veniale.
Come risibile apparve la sua presunta vocazione mistica suffragata
dall'amicizia con Domenico da Guzmn o il poverello di Assisi,
di cui si precipit a garantire la canonizzazione gi nel 1228.
Anche in questo caso i rapporti con due delle maggiori figure
religiose dell'epoca sono da leggere attraverso la filigrana del potenziamento
del tessuto ecclesiastico e di riflesso della sua personale
concezione del potere.
Del primo seppe cogliere il rigorismo dogmatico e l'intuizione
che i suoi seguaci sarebbero stati dei perfetti mastini nell'opera
di spietato annientamento delle forme ereticali; del secondo, conscio
della portata rivoluzionaria della sua predicazione e molto
pi del suo esempio, seppe disinnescare l'esemplarit' individuale:
e proprio perch tale, la possibilit di tradursi come eccezionalit
deviante.
La costituzione della Regola, di cui Gregorio fu fervente assertore
gi ai tempi di Onorio Terzo, e la canalizzazione di un'adesione
di massa risposero al convincimento che la proposta francescana
non dovesse contenere consapevoli e radicali alternative ai modelli
religiosi omologati nell'istituzione ecclesiastica.
Tutto ci era frutto di un'acuta conoscenza delle trasformazioni
in atto nella societ del 13esimo secolo, di cui, bisogna ammetterlo,
Gregorio seppe cogliere le istanze di rinnovamento e le trasformazioni.
Come attesta il suo interesse nei confronti delle universit, in
cui oscill il desiderio di controllo e la consapevolezza della valenza
del sapere tout court, ben testimoniato dalla bolla Rex
pacificus redatta il 5 settembre del 1234.
Questi sono alcuni dei tratti che caratterizzano la complessit
di questo pontefice, in cui, come detto in precedenza, si agitarono
due nature, di cui una destinata tragicamente a soccombere nella
pervicace aderenza a una concezione della supremazia del potere
papale e dunque personalistico.
Fu infatti questa natura cinica a prevalere e ad apparecchiare
l'atto finale del suo pontificato, che doveva necessariamente risolversi
con l'esasperazione dello scontro con il potere imperiale,
dove il quinquennio di tregua non aveva costituito che un mero
passaggio interlocutorio.
In questo periodo, infatti, Gregorio dovette avvalersi del potere
del tiranno come braccio armato nella lotta all'eresia e in occasione
di una seconda ribellione ghibellina, che lo costrinse ad allontanarsi
da Roma nel maggio del 1234 per rientrarvi nel 1237,
dopo che Federico ebbe ragione dei ribelli - a riprova di quanto
ambiguo fosse in questa fase il rapporto tra le due potenze. Ma,
pur mantenendo una facciata di apparente non aggressivit, soffiava
sulle braci del malcontento che la politica restauratrice di
Federico inevitabilmente provocava.
Cos Gregorio seppe blandire una volta di pi i comuni dell'Italia
settentrionale, soggetti alle rudi carezze dell'imperatore che
in quegli anni, deciso a sopprimere definitivamente le spinte autonomistiche
di quegli ingrati cittadini, rivel il suo volto pi
spietato.
La devastante vittoria di Cortenuova del 27 novembre del 1237,
con cui Federico incass il prostrarsi dei comuni lombardi con
Milano in testa, e l'invio a Roma, come monito al pontefice, del
Carroccio sottratto ai milanesi, furono il segnale che indusse Gregorio
a gettare la maschera dell'attendismo.
Quella che sembrava una vittoria definitiva si risolse infatti
in uno stato di euforia momentanea del partito imperiale, reso
ancora pi illusorio dall'ennesima fuga di Gregorio, costretto a
riparare ad Anagni nel luglio del 1238 dopo che un'impennata
ghibellina aveva di nuovo riportato in auge i Frangipane.
Gregorio aveva invece lavorato bene sottotraccia: i guelfi ebbero
presto ragione del partito avverso e gi a ottobre egli poteva
poggiare le sue terga sullo scranno di Pietro - un dettaglio il fatto
che dovette sborsare pi di cinquemila tonnellate d'oro per placare
la popolazione romana.
I comuni stessi, dati per spacciati, furono altres capaci di rinnovare
la loro sfida a Federico, infliggendogli tra l'agosto e l'ottobre
dello stesso anno la bruciante disfatta dell'assedio di Brescia,
certi che quella dote l'avrebbe allettato.
Gregorio si mosse implacabile: la domenica delle palme del
1239 egli tuon ancora contro Federico, reo di aver propiziato le
nozze tra il figlio Enzo e Adelasia di Torres, erede del titolo del
regno di Sardegna altrimenti promesso al papa, completando cos
il disegno di un accerchiamento che togliesse definitivamente il
fiato allo Stato della Chiesa.
Gregorio tuon e la tempesta della scomunica si abbatt sul
capo di Federico con toni che neppure durante la spietata lotta
per le investiture si erano mai visti.
Al cospetto di ci che si scaten dopo l'anatema del 20 marzo,
le contese tra Enrico Quarto e Gregorio Settimo, Federico Primo e Alessandro Terzo appaiono scaramucce tra educande.
.
Il Santo Padre produsse pagine e pagine di insulti, in cui Federico
era dipinto come la bestia dell'apocalisse uscita dal mare,
drago e martello del mondo, un ignobile bugiardo nel cui regno
fioriva l'eresia e in cui egli stesso, eretico e precursore del diavolo,
spergiurava su Mos, Cristo e addirittura Maometto, ridotti al
rango di ingannatori dell'umanit.
Un crescendo di contumelie figlio di un'ira cos spropositata da
lasciare interdetto anche uno storico cattolico come Seppelt, che
comment l'intera produzione come dettata da un astio imparziale
e deformatore dei fatti.
N sfugg ai contemporanei, pur accesi di un ardore e di uno
spirito partigiano tipici della societ dell'epoca, lo spettacolo
inaudito di un pontefice, il rappresentante di Dio in terra, che scagliava
audaci minacce e feroci invettive contro colui che sino a
prova contraria era universalmente riconosciuto come il protettore
della Chiesa.
Quei documenti rimarranno monumenti imperituri di presunzione
sacerdotale e di un'ambizione tanto pi grave quanto pi
mascherata dal biblico fervore di salvaguardia della missione
evangelica.
Naturalmente Federico non stette a guardare, soprattutto perch
scomunicato per colpe che non aveva commesso o perlomeno
dubitava di avere commesso.
Replic al pontefice con una serie di missive che inondarono le
corti d'Europa, in una spirale senza fine di odi e accuse reciproche.
Uno scontro cos violento non poteva e non voleva limitarsi alla
polemica scritta: presto risuon il clangore delle armi e a farne le
spese fu la sempre pi sbigottita terra d'Italia.
Il papa aveva gi preso accordi segreti nei quali gli era riuscito
di forgiare in chiave antifedericiana l'incredibile sodalizio tra le
due acerrime nemiche Genova e Venezia, oltre la Lega e le citt
umbro-toscane.
Federico contava sugli alleati ghibellini che mai avevano ceduto
alle lusinghe della volpe guelfa.
Dopo una serie di scontri interlocutori nell'Italia del Nord, Federico
tent il colpaccio e invase direttamente lo Stato della
Chiesa, puntando minaccioso su Roma nell'inverno del 1240, sapendo
di contare su pi di un'adesione da parte della cittadinanza.
Gregorio in quel frangente ricorse a un vero e proprio coup de
thtre rispolverando i trucchi metafisici sempre cari a chi  stato
svezzato tra gli odori dell'incenso e dei ceri: il 22 febbraio, il
giorno precedente alla (presunta) ascesa di Pietro al soglio, inscen
un pellegrinaggio dal Laterano a San Pietro preceduto dalle
reliquie degli Apostoli, tra cui spiccavano i teschi di Pietro e Paolo.
Giunto nella basilica vaticana, rivolto alla folla antistante, si
sfil la tiara e, poggiandola con mano tremante su quei venerandi
quanto macabri crani, implor loro di difendere la citt lasciata
alla merc dei nemici dai romani neghittosi.
La messinscena ebbe l'effetto voluto e immediatamente il popolo,
circonfuso da ardore divino, si prostr ai piedi del pontefice
dichiarando che avrebbe preso la croce per lui e difeso l'Urbe
dalle minacce dell'imperatore eretico.
Federico pur masticando amaro, cap che non era aria e lev le
tende, non prima di lasciare un presidio con lo specifico compito
di imprimere una bella croce rovente sulla fronte di ogni crocesegnato
romano che avesse avuto la sventura di capitare tra
le loro grinfie, giusto per ribadire la passione cos focosamente
dimostrata poc'anzi.
Solo l'invasione mongola che nell'aprile del 1241 rischiava
di travolgere la Germania convinse Gregorio ad accogliere la
mano che Federico gli tendeva per fronteggiare l'esiziale
minaccia: egli non si sarebbe mai assunto la responsabilit di una
condotta che avrebbe spianato la via alla calata degli eredi di
Gengis Khan.
Ma appena la battaglia di Liegnitz spense gli ardori bellicosi
dei mongoli, che pur vittoriosi decisero di tornarsene inspiegabilmente
a casa, mentre l'Occidente festeggiava per lo scampato
pericolo, l'ostinazione di Gregorio torn a farsi dura ed egli non
volle pi dare ascolto alle parole concilianti dell'imperatore.
A quel punto intervenne Domineddio che stim essere giunto il
tempo in cui avocare a s l'anima dell'inossidabile pontefice: il
21 agosto del 1241 Gregorio rese il suo ultimo respiro, mentre il
suo acerrimo nemico marciava su Roma.
Federico giudic quella morte un motivo pi che sufficiente per
non infierire e oltraggiare Roma con una conquista.
Molto pi arduo per i posteri dimostrare la stessa clemenza nei
confronti di chi, soggiogato dalle lusinghe di un potere profano,
lasci dietro di s rovine e macerie fumanti, roghi e carceri piene
di anime suppliziate, blandendo e poi minacciando in una lotta
senza quartiere un potere temporale di cui aspirava essere l'unico
depositario.
Sempre e solo dietro la cangiante maschera di un incorrotto
contegno ecclesiastico le cui bugie non ressero alla prova della
Storia.
Con lui tramontarono le aspirazioni del regno universale, travolte
dallo spettacolo meschino di una lotta che aveva il sapore
della rivalsa particolare: tutti i popoli che avevano creduto di affidare
la propria prosperit a un ente politico superiore, consci del
proprio errore, si avviavano lungo il cammino che porter alla
nascita degli Stati nazionali; anche l'impero conter i suoi giorni
sino alla morte di Federico, ultimo grande interprete di quella
stagione gloriosa.
Rimarranno le crudelt perpetrate nella costruzione di questo
potere, il cui vertice, piuttosto che guardare la magnificenza della
Gerusalemme celeste, sembr essere sempre pi attirato dalle
fiamme della Dite infernale.
Note.
1. La variante di Liineburg, appunto, di Paolo Maurensig, romanzo del 1993.


Capitolo 8.
Sisto Qaurto.

D'accordo. Il pontefice di cui ci accingiamo a scrivere le gesta
ebbe l'indubbio merito di traghettare la citt di Roma nell'altisonante
mondo del Rinascimento, conferendogli una bellezza e
uno splendore che sembravano francamente appannati dal lungo
logorio medievale.  altres vero che intu il rivolgimento culturale
della sua epoca e che comprese come l'umanesimo avrebbe
interpellato profondamente la Chiesa. Fu lungimirante nell'impegnare
mezzi e persone affinch la sede romana si aprisse agli
studiosi, agli storici, ai letterati, agli artisti, riconoscendo che attraverso
questa via si sarebbe potuto instaurare un dialogo con un
mondo profondamente rinnovato.
Ma allora, si chiederanno in molti, perch il suo nome campeggia
tra coloro che furono i pi crudeli?
Per via di tutto ci che la Curia di allora ebbe la sfacciataggine
di dilapidare in faraoniche costruzioni, che mutarono indelebilmente
il volto della Citt Eterna. In buona sostanza, le strade, le
chiese, gli ospedali e le istituzioni culturali, fino alla splendida
cappella che ancora tributa il suo nome, non furono che la sfavillante
facciata di una serie di sordidi intrighi, inganni, congiure ed
efferatezze di cui il nostro eroe fu protagonista assoluto.
Un involucro dentro cui il potere si agitava secondo le sue consuete
forme e di cui Sisto non fu che l'ennesima incarnazione.
Forse, lo sfarzo di cui am circondarsi era dettato dalla bruciante
esigenza di far dimenticare i suoi non proprio illustri natali, che
nelle testimonianze dei suoi detrattori appaiono addirittura
bassissimi e vili: ma se a fornirci tale testimonianza concorrono
uomini animati da una lacerante contraddizione come il Niccol
Machiavelli delle Istorie Fiorentine, sospeso tra la necessit di
baciare le natiche dei signori medicei e la volont di prenderle a
calci,  lecito porsi qualche dubbio sulle reali condizioni di nascita
di un pontefice che risulter essere decisamente estraneo alle
grazie della potente famiglia fiorentina.
Appare certo che egli nacque col nome di Francesco in quel di
Celle, in Liguria, il 21 luglio 1414. Apparteneva alla famiglia dei
Della Rovere, una schiatta dell'antica nobilt genovese, esiliata
a Savona nel 1317 e arricchitasi nel frattempo con i commerci:
accimator panni  la qualifica che campeggia in numerosi atti
notarili in relazione al mestiere paterno, la cui attivit di rifinitore
di panni (per non dire stracci), se pure permise alla famiglia di
sbarcare il lunario, di certo non si prestava a essere mostrata con
orgoglio su uno scudo araldico.
Con lo stesso intento si produsse nelle opere agiografiche successive
una sorta di aura di leggenda legata ai primissimi anni di vita
del rampollo, che la madre avrebbe in tenerissima et consacrato
al poverello di Assisi per le grazie ricevute in situazioni disperate.
E un topos molto diffuso quello di ammantare gli esordi delle
vite dei pontefici con un alone di leggenda che ne anticipi le mirabolanti
gesta posteriori e Francesco non fu da meno nel mantenimento
di tale tradizione: n naturalmente fu l'unico tratto in cui
si manifest fedele a quanti lo anticiparono.
Comunque inizi la sua carriera ecclesiastica tra le file francescane,
in cui percorse l'iter previsto studiando filosofia e teologia
alle universit di Padova e Pavia.
Che un prodotto di tale Ordine sia stato un pontefice vorace
come il promettente Francesco dimostrer di essere, la dice lunga
su quanto fossero cambiati i tempi da quando l'assisiate si spogliava
in piazza per donare tutto ai poveri secondo l'esempio di
Cristo.
Anzi, in quel periodo, il nostro eroe non smetteva di lamentarsi
cronicamente dell'inadeguatezza dei mezzi su cui poteva contare,
a suo dire insufficienti per il decoro che stimava di dover esternare:
e cos si affannava a produrre un fiume di lacrimevoli epistole,
cercando di toccare l'animo dei potenti di turno, cui un caso cos
disperato non poteva che smuovere la compassione.
Pur afflitto da tali ambasce, il volenteroso Francesco eccelse
negli studi, conquistando la stima dei suoi superiori.
Le lettere ebbero l'effetto voluto dal momento che colui che si
presenter al conclave dell'agosto del 1471, in cui sarebbe stato
eletto il successore del defunto Paolo II, era ormai un cardinale
potente che poteva contare su una fitta rete di alleanze, ben lontano
dal piagnucolante chierico dei tempi patavini.
E, visto che gli amici si chiamavano Orsini, Borgia, Gonzaga,
Sforza, apparve scontato il verdetto che il 9 di quello stesso mese
consacr Francesco come nuovo pontefice con il titolo di Sisto Quarto,
in onore al santo del giorno.
Sicuramente, tra le motivazioni che spinsero cos influenti aderenze
a propendere per la sua candidatura, ci furono le ingenti
somme che Sisto ebbe cura di far scivolare nelle loro borse, grazie
all'intraprendenza del nipote Pietro Riario, davvero instancabile
nelle trattative, in cui spicc come dispensatore di regalie e
mirabolanti promesse.
Nonostante ci l'elezione di Sisto produsse pi di un mal di
pancia, che si tradusse presto in una rissa da strada talmente violenta
da indurre il neo pontefice a dotarsi di un personale corpo
d'armata, creando i presupposti di ci che con Giulio Secondo diverr la
celeberrima Guardia Svizzera.
Sar per far dimenticare ai porporati lo spavento dei sassi lanciati
contro la sua portantina che Sisto, nel corso di un sontuoso
banchetto seguito alla sua intronizzazione, concesse ai cardinali
la visione dell'ingente tesoro che il suo predecessore aveva accumulato
per destinarlo alla guerra coi turchi. Un contabile presente
parl di 54 coppe d'argento tempestate di perle stimate 300.000
ducati; pietre preziose per un valore di 300.000 ducati; molte centinaia
di migliaia di ducati in oro.
Non c' che dire: il vecchio Paolo Secondo si era dato parecchio da
fare.
Ma ancora pi solerte sar l'alacre Sisto che tra guerre continue,
intrighi e generose elargizioni a parenti e amici, polverizzer
il tesoro destinato alla crociata, riservando alla lotta contro l'infedele
solo le briciole.
Per quanto misere, esse andavano consumate in quella causa,
non fosse altro che per mantenere in vita l'antico pallino che,
abbiamo imparato, attanagliava ogni pontefice ormai dai tempi
di Urbano II.
Ma i sacri furori che alimentavano gli animi medievali erano
ormai smorzati da secoli e i nuovi signori rinascimentali, compiaciuti
di rispecchiarsi in loro stessi, avevano ben poca voglia di
cimentarsi in una guerra santa considerata come un'ingombrante
paccottiglia del passato.
Eppure quello dei turchi era un problema concreto: l'aggressiva
politica espansionistica di Mehemet Secondo aveva gi prodotto l'epocale
presa di Costantinopoli nel 1453 e la sua spinta non sembrava
destinata a esaurirsi, come testimoniavano le accorate richieste di
aiuto provenienti dai regni confinanti con gli ottomani.
A onor del vero, Sisto recep queste impetrazioni e, fatto salvo
il tesoretto di cui aveva gi previsto un destino differente, si prodig
nell'allestire una flotta che veleggiasse verso un'altisonante
campagna nel Levante.
L'unico risultato notevole, in tal senso, fu la capacit di rastrellare
somme sufficienti da destinare all'impresa: i libri contabili
parlano di 144.000 ducati d'oro con cui si armarono i legni affidati
all'ammiraglio, il cardinale Oliviero Carafa, cui spett l'eroico
compito di ricordare ai turchi quanto fosse possente il maglio di
Dio.
La risibile presa del porto di Satalia, oltre al tristissimo trionfo
che il Carafa celebr nel gennaio del 1473, ostentando il mirabolante
bottino di venticinque nemici catturati e di otto cammelli,
convinsero il pontefice che le inconciliabili antipatie sorte tra gli
alleati veneziani e napoletani fossero pi forti dell'onnipotenza del
Signore, riuscendo a far naufragare qualsiasi straccio di crociata.
Quando fallirono le trattative avviate con Ivan Terzo, cui Sisto si
premur di facilitare il matrimonio con Zoe, ultima esponente della
dinastia bizantina, nel tentativo di cooptare i russi nello sforzo
antiturco e di accogliere nel grembo di Roma la chiesa russo-ortodossa,
il papa cap che si poteva fidare solo dei propri parenti.
E a essi si dedic con cura particolare, raggiungendo vette di
nepotismo inaudite.
Quanto fosse sacra la famiglia, ogni buon cristiano lo aveva
imparato sin dai tempi di Betlemme. Nel caso di Sisto, non importava
che si trattasse di un nutrito drappello costituito da due
fratelli, quattro sorelle e quindici nipoti di vario titolo: tutti dovevano
godere dei privilegi che la condizione di congiunti al vicario
di Cristo, si suppone avrebbe garantito.
E Sisto, forte di quel gruzzolo cos faticosamente raggranellato
dal suo predecessore, fu in grado di ungere le leve giuste per
scatenare un nubifragio di prebende che si abbatt sulla covata
malefica come pioggia ristoratrice.
Sei nipoti furono gratificati con la porpora cardinalizia, tra cui
spiccano: Giuliano, alla cui donazione di numerose abbazie e sei
vescovadi, si aggiunger il sacro soglio che varcher col nome di
Giulio II; e Cristoforo, assiduo cacciatore di privilegi e concessioni.
Questi appartenevano al ramo dei Della Rovere, mentre risulta
un'impresa titanica seguire la fitta trama di parentele che permise
ai rampolli dei Riario, dei Bassi, dei Giuppi di godere della nepotistica
munificenza del pontefice, la cui dimensione superava
tutto quanto c'era stato di simile fino ad allora.
I contemporanei sibilavano che i veri turchi fossero i nipoti del
papa, a sottolineare le dimensioni del fenomeno, il cui esempio
pi eclatante fu rappresentato da Pietro Riario, un probabile figlio
della stessa sorella di Sisto.
L'incertezza sulle sue origini  giustificata dal fatto che all'epoca
spesso si confondevano i nipoti con i bastardi, figli di
pulsioni certamente poco acconce al decoro di chi era votato alla
cura delle anime dell'intera Cristianit.
Spesso questi figli non si limitavano a rappresentare la colpa
dei padri, ma la perpetuavano, soggiacendo come mezzo di soddisfacimento
dei loro turpi piaceri.
Non sembra essere il caso di Pietro Riario, che, pur godendo del
favore incondizionato dello zio, ebbe largo margine non solo nel
non essere strumento del godimento altrui, ma nel procacciarsi in
maniera scandalosa il proprio.
Il promettente fanciullo, creato cardinale il 16 dicembre del
1471 quando aveva ancora venticinque anni, fu subito omaggiato
di quattro diocesi e di un patriarcato che, sommati a una serie
sconfinata di altri titoli, gli garantiva lo stipendio annuo di oltre
60.000 ducati: cos, dunque, gli intrallazzi con cui propizi l'elezione
dello zio furono abbondantemente ripagati.
Il lusso di cui seppe circondarsi divenne leggendario: si racconta
che le dame da lui sovente invitate a corte potevano permettersi
il vezzo di orinare in vasi da notte d'argento dorato.
Senza contare i sontuosi banchetti in cui si esibivano attori, poeti
e artisti di ogni genere e in cui facevano bella mostra di s
cinghiali impellicciati, pavoni, cicogne, gru, pesci placcati d'argento,
e addirittura un orso: tutti serviti da domestici fasciati in
esotiche sete, che si affaccendavano a distribuire portate annunciate
dal suono di trombe e di flauti.
In uno di questi festini, la favorita di turno si mostr ricoperta
di perle dalla testa ai piedi. Eppure lo sfarzo domestico sembrava
scomparire di fronte alla pompa profusa nelle occasioni
pubbliche e nell'espletamento del ruolo principale per il quale Sisto
lo aveva legato a s a doppio filo: quello del legato papale, una
funzione che Pietro svolgeva crepitando nella manifestazione del
potere di cui disponeva
Ricevuto ovunque con onori regali, divinizzato dal popolo, corteggiato
dai cardinali, Pietro rappresentava la quintessenza del
potere di Sisto, attraverso il quale egli tesseva la sapiente e crudele
trama delle alleanze necessarie alla sopravvivenza del patrimonio
di Pietro, e dunque alla propria.
Che fosse proprio il pontefice il tessitore occulto degli inganni
in cui si barcamenava la Santa Sede e non il fido Pietro, come
pi di uno storico tende a prospettare, lo dimostra la capacit di
Sisto di perseguire i propri fini anche quando una condotta di vita
scellerata e depravata sottrasse il nipote a questa terra.
Dopo due anni vissuti pericolosamente, dopo pazzesche stravaganze
e dilapidazioni in cui aveva scialacquato una cifra oscillante
tra i 200.000 e i 300.000 ducati, dopo aver contratto una
montagna di debiti, il 5 gennaio del 1474, alla tenera et di ventotto
anni il povero Pietro spir come era vissuto, letteralmente
copulando a morte.
Certo fu un duro colpo per Sisto: il ragazzo lo aveva servito
bene e soprattutto con le sue esagerazioni era riuscito quasi a far
dimenticare le proprie smodatezze, che al confronto sembravano
l'espressione di una vita morigerata.
Eppure Sisto seppe trovare un degno continuatore del suo disegno
egemonico, nel fratello del mai troppo compianto Pietro,
l'arrembante Girolamo.
Questi, cui lo zio aveva gi garantito una fulminante carriera
che da commerciante di verdura lo aveva posto agli allori della
contea di Bosco, divenne il fulcro delle macchinazioni con cui
Sisto vagheggiava la realizzazione di un regno papale su base
familiare, per cui, secondo lo storico Jaitner, il pontefice profuse
senza ritegno tutte le armi militari e spirituali di cui disponeva,
superando di gran lunga tutti i confini del nepotismo mai visti
sino a quell'epoca.
Insomma, niente di nuovo sul fronte occidentale, quello della
ripa del Tevere, beninteso.
Ma la scelta di Girolamo non risult particolarmente felice:
sembra infatti che per assecondare le ambizioni del capriccioso
nipote, Sisto precipit in una spirale di progressivo isolamento;
o forse, molto pi probabilmente, fu l'endemica pervicacia nella
prosecuzione di un progetto di mantenimento ed espansione di
uno Stato temporale a minare il gi fragile sistema di alleanze
territoriali italiano.
Il combinato disposto di queste due aspirazioni risulter devastante,
nonostante Sisto si fosse mosso molto bene.
Il matrimonio, organizzato nel 1473 ma realizzato solo quattro
anni dopo tra Girolamo e Caterina Sforza, figlia naturale di Gian
Galeazzo, rispondeva all'esigenza di trarre dalla propria parte il
potente signore di Milano, creando un sodalizio che offrisse libert
di manovra nel Nord Italia.
Alla stessa logica rispondeva il matrimonio che Sisto organizz
tra l'ennesimo esponente della sua sconfinata famiglia, Leonardo
Della Rovere, e la figlia naturale di Ferrante d'Aragona, per consolidare
un legame con il regno di Napoli.
Al di l della considerazione che all'epoca nipoti e figli naturali
abbondavano pi delle piaghe sul corpo di un lebbroso e che
la loro utilit andava oltre la testimonianza vivente della condotta
licenziosa dei loro progenitori, essendo allegramente e proficuamente
utilizzati come merce di scambio,  chiaro che la girandola
di matrimoni rispondeva n pi n meno alla necessit di garantirsi
un corridoio di sopravvivenza a nord e a sud dello Stato della
Chiesa, giusto per dormire placido la notte.
Nonostante ci, i guai cominciarono nel 1473, quando Sisto
convinse i milanesi, gi propensi a cedere la citt di Imola ai fiorentini,
a venderla altrimenti al nipote Girolamo, pagandola peraltro
la bellezza di 40.000 ducati d'oro (attinti,  bene ricordarlo,
dal famoso gruzzolo paolino).
Imola, gi soggetta allo Stato pontificio, era di notevole importanza
strategica: l'espansione di Firenze verso la Romagna veniva
percepito come un serio pericolo per l'integrit del patrimonio
di Pietro e dunque da arrestare sul nascere.
Naturalmente Firenze non la prese molto bene, e all'epoca inimicarsi
la citt gigliata significava iscriversi nel libro nero dei
potentissimi Medici, il cui nome, in quel periodo, era sinonimo
di banca: la stessa alla quale il dispendioso stile di vita di Sisto
ricorreva spesso e volentieri.
Fu la beffa di Imola, unita alla mai digerita mancata elezione di
un loro congiunto, a spingere i Medici a chiudere il rubinetto che
irrorava le casse mai sazie dell'avido pontefice.
Secondo altri fu lo stesso Sisto, indispettito dal comportamento
mediceo e ancor pi preoccupato dal loro successivo intervento
di espansione verso l'Umbria, risolto in extremis con l'ausilio
delle arti guerriere di Federico da Montefeltro, a decidere di non
avvalersi pi dei prestiti dei loschi signori fiorentini.
Comunque sia il risultato fu lo stesso: Sisto si gett tra le braccia
dei nemici giurati dei Medici, concedendo l'appalto dei prestiti
pontifici alla famiglia dei Pazzi.
 in questo clima che matur la famosa congiura destinata a
scompaginare l'asse delle alleanze e a rigettare l'Italia nel baratro
delle guerre intestine.
A ispirare il complotto, su cui appare difficile ammettere l'estraneit
di Sisto fu, manco a dirlo, Girolamo, anima di una feroce
politica antimedicea.
Questi, in combutta con le famiglie fiorentine pi in vista,
coagulatesi intorno al clan dei Pazzi, auspicava un colpo di Stato che
rimuovesse definitivamente lo strapotere dei Medici.
Sulla regia romana dell'intrigo non ci sono dubbi, semmai  da
porre in analisi la dimensione del consenso del pontefice, che sicuramente fu informato, approv e molto probabilmente auspic
il cambiamento di rotta fiorentino.
Nella sua mente si profilava sempre pi concretamente l'idea
che una signoria retta dai Pazzi avrebbe accettato molto pi docilmente
di rientrare nella sua sfera di influenza, permettendogli
di estendere la sua autorit su tutta la Toscana.
E poi... chiss! Meglio non porre limiti alla divina provvidenza...
Comunque, apparve evidente ai congiurati che nulla sarebbe
potuto avvenire senza l'eliminazione fisica dei capi avversari,
un prezzo che tutti molto cristianamente erano disposti a pagare.
Soprattutto l'arcivescovo di Pisa Francesco Salviati, cui il ruolo
di tramite tra i romani e i dissidenti fiorentini sarebbe stato lautamente
ricompensato con l'arcivescovado del capoluogo toscano.
Dopo varie modifiche, il piano prevedeva che Lorenzo e Giuliano
de' Medici fossero pugnalati domenica 26 aprile 1478, durante
la funzione solenne che era prevista svolgersi nel duomo.
Per amore di cronaca va registrato che il capitano papalino
Giambattista da Montesecco, uno dei congiurati, colto da improvviso
timor di Dio, auspic che il tutto si risolvesse in maniera
meno solenne e soprattutto in luogo non consacrato, al massimo
sui gradini della chiesa. Sempre per amor di verit va notato che
il balbettante complottista fu prontamente sostituito da due congiurati
meno sensibili e, visto la loro professione, pi disposti
a trafficare con il sacro: il prelato Stefano da Bagnone e il segretario
apostolico Antonio Maffei da Volterra. Completavano la
banda Bernardo Bandini Baroncelli e il di lui padrone Francesco
de' Pazzi.
Il giorno convenuto, mentre l'ostia veniva innalzata per essere
consacrata, scintillarono le lame dei coltelli: questi infierirono per
diciannove volte sulle tenere carni di Giuliano, rese accessibili
dall'impossibilit di indossare il consueto giaco di maglia metallica
a causa di un'infezione. Il principale obiettivo dell'agguato,
Lorenzo de' Medici, se la cav invece con una ferita di striscio
alla spalla, determinata pi dall'imperizia dei suoi assalitori, i
prelati raccolti alla causa all'ultimo momento, che non dalla presenza
di una robusta cotta sotto le sue vesti.
Di fatto la congiura fall: a nemmeno poche ore dall'attentato i
corpi senza vita di Francesco Salviati e Francesco de' Pazzi penzolavano
dagli spalti del palazzo della Signoria, dopo che la furia
popolare ne aveva fatto scempio.
Stessa sorte tocc pochi giorni dopo a Jacopo de' Pazzi, zio
di Francesco e mente del complotto, e al fratello Renato che,
seppur estraneo ai fatti, scontava la iattura di un cognome ingombrante.
Quanto ai due zelanti prelati, furono acciuffati e linciati dalla
folla: i loro cadaveri sfigurati giunsero al patibolo privi di orecchie,
neppure capaci di cogliere le parole di un'estrema assoluzione.
Solo il Bandini scamp riparando a Costantinopoli, ma
la vendetta del Magnifico seppe raggiungerlo persino l, fino a
ricondurlo a Firenze e impiccarlo pubblicamente il 29 dicembre
del 1479: il ritratto che Leonardo da Vinci fece del suo cadavere
penzolante rese la sua fine pi memorabile della sua triste esistenza.
Persino Montesecco non sfugg all'ira medicea: arrestato e
sottoposto a tortura, snocciol i particolari della macchinazione,
compreso il coinvolgimento del papa, che egli addit come
il principale responsabile; solo allora fu pietosamente decapitato.
Dopo queste rivelazioni Sisto si trov in una condizione imbarazzante,
a cui reag seguendo l'insegnamento appreso da generazioni
di pontefici e cio scagliando anatemi in tutte le direzioni.
Scomunic il maledetto assassino Lorenzo de' Medici col suo
seguito; impose l'interdetto sulla citt; sequestr tutti i beni fiorentini
a Roma.
Al lettore attento non deve essere sfuggito che Lorenzo era la
vittima dell'agguato e dunque tutto fuorch un assassino; eppure
nella mente di Sisto la realt assumeva un particolare aspetto deformante,
dal momento che accusava il Magnifico di aver ucciso
il vescovo Salviati senza un processo - che oltretutto non avrebbe
potuto intentare, in quanto il congiurato indossava la tonaca
e, dunque, sarebbe stato soggetto alla giurisdizione ecclesiastica:
degli altri prelati complici del misfatto, al papa non importava un
fico secco, a riprova che lo sdegno verso l'ingiustizia  sempre
stato direttamente proporzionale alla carica sociale della vittima
di turno.
Se a ci si aggiunge che Lorenzo ebbe l'ardire di arrestare anche
il cardinale Raffaele Sansoni Riario (notare il cognome), che,
nonostante le accuse, ebbe l'unica colpa di essere l'officiante della
maledetta funzione, ecco che lo sdegno di Sisto pot manifestarsi
senza nessun imbarazzo o senso di colpa.
Dalle parole, espresse con carattere di fuoco nella bolla
Ineffabilis et Summi Patris Providentia, datata 1 giugno 1478, si pass
rapidamente ai fatti: sobillati gli svizzeri a calare come vendicatori
sul suolo italiano, si pose egli stesso alla testa di un'armata
che, forte anche dell'appoggio di Napoli, aveva come intento
quello di spazzare via Firenze dalla faccia della terra.
Lorenzo non era certo avversario da poco e l'alleanza che questi
stipul con Milano, Venezia, Ferrara e la Francia, rese immediatamente
chiaro che la via delle armi sarebbe stata lunga e irta
di insidie.
Quando anche Ferrante volt le spalle a Sisto, facendogli perdere
il prezioso apporto napoletano, il papa si trov sull'orlo di
un isolamento spaventoso che lo avrebbe visto soccombere, se
non si fosse affrettato a concludere la pace il 3 dicembre del 1480,
in cui assolveva con formula piena Lorenzo e i suoi accoliti.
A salvare Sisto intervennero coloro su cui neanche la fervida
immaginazione del pontefice avrebbe mai puntato: i turchi.
Nell'agosto del 1480 un'imponente flotta ottomana, guidata dal
rinnegato greco (secondo alcune fonti albanese) Giacometto,
diretta per la verit a Brindisi e spinta pi a sud da un fortunale (o
almeno tale fu per i brindisini), spunt al largo di Otranto.
La cittadina salentina con i suoi seimila abitanti appariva la vittima
designata di una forza che, contando su novanta galee e diciottomila
uomini, era pi che intenzionata a crearsi una testa di
ponte che favorisse l'invasione del Mezzogiorno d'Italia.
Dopo circa due settimane di assedio gli otrantini superstiti assaggiavano
il filo delle scimitarre turche, mentre le donne e i
bambini sperimentavano il contatto di ben altre asperit prima di
essere ridotti in ceppi.
Di fronte a questi orrori, finalmente i contrasti italiani tacquero
e si lev alta la voce di Sisto, che chiamava a una controffensiva
cristiana tutti gli Stati europei.
La forza delle sue parole fu tale che, quando alfine si
raggranell un esercito, la notizia lo colse con un piede sulla staffa
pronto a battersela in Francia, temendo l'arrivo imminente degli
ottomani a cui, da circa un anno, era stato permesso di fare il bello e il cattivo tempo fino al Gargano.
Deo gratia, il 23 agosto del 1481, un'armata napoletana e papalina,
in cui le defezioni dell'ultimo momento sormontavano di
gran lunga l'apporto degli ausiliari ungheresi, ingaggiava battaglia
contro le forze turche asserragliate nella citt.
A decidere la riconquista di Otranto, pi che l'ardore degli
assedianti, fu l'affievolirsi dell'entusiasmo degli assediati, fiaccato
gi da un paio di mesi dalla notizia della morte del glorioso
Mehmet II, avvenuta tra il 3 e il 4 maggio dello stesso anno.
Se la sua dipartita aveva stroncato la combattivit dei suoi eserciti,
azzer completamente nei cristiani ogni velleit di apparecchiare
una riscossa in grande stile: la riconquista di Otranto e
soprattutto la cessazione di ci che essi consideravano la fonte di
ispirazione delle minacce levantine costituivano un motivo pi
che sufficiente per tornarsene a casa e riprendere i discorsi interrotti
da questa spiacevole incursione.
Una pausa nella quale Sisto ebbe modo di rifiatare e riprendere
a tessere nuove trame, nonostante si mostrasse dispiaciuto
dell'imbelle capacit di reazione dell'Europa e dell'Italia.
L'istigatore di questa rinnovata stagione di complotti fu, inutile
dirlo, il solito Girolamo.
Gi durante il corso del 1480 il rapace rampollo aveva indotto
lo zio a stringere un'alleanza con Venezia.
L'accordo era il risultato di un disegno di ampliamento della
propria personale base di potere territoriale: alla Serenissima sarebbe
stata ceduta Ferrara, previa l'eliminazione di Ercole d'Este,
verso il quale Girolamo non nutriva particolare simpatia; in cambio
la citt dei dogi avrebbe garantito il suo appoggio all'ambizioso
piano di invasione del regno di Napoli.
Dietro tutti orchestrava segretamente Sisto che, ben conscio
della potenza della Repubblica marinara, mai avrebbe appoggiato
l'espansione della citt lagunare verso la terraferma, creando un
mostro capace di azzannare il regno che tanto si stava affannando
a creare per il nipote: bluffando come un navigato baro, egli
intendeva sfruttare l'aiuto dei veneziani per annettersi il regno di
Napoli, ma intendeva ripagarli con la sottrazione di Ferrara che
invece avrebbe donato, una volta conquistata, direttamente al nipote,
lasciando Venezia con un palmo di naso.
Cos il perfido gioco di Sisto precipit di nuovo l'Italia nella
voragine della guerra.
Nel maggio del 1482 Venezia invadeva il territorio di Ferrara
conquistando rapidamente Rovigo. Nel frattempo truppe napoletane,
inviate da Ferrante in soccorso del genero Ercole d'Este,
penetravano nello Stato pontificio dopo che il papa aveva vietato
loro il passaggio: le armate, guidate dal duca Alfonso di Calabria,
figlio di Ferrante, devastarono i dintorni di Roma appiccando incendi
che giunsero fino alle porte della citt.
Mentre le campagne romane subivano saccheggi e rovine, non
 che all'interno dell'Urbe c'era molto da stare allegri.
Un'accolita di banditi, camuffata dietro i blasoni nobiliari, si scannava alacremente
per le strade, riverberando gli schieramenti che stavano
insanguinando la martoriata penisola.
A favore del papa si battevano gli Orsini, contro di lui i Colonna
e i Savelli, in una sarabanda in cui, anche all'interno di quelle
fila, le distinzioni non apparivano poi cos nette; intanto mischie,
zuffe, e teste rotolanti costituivano lo spettacolo giornaliero di
soldataglie che bivaccavano giocando a dadi sugli altari e nelle
sacrestie.
A togliere le castagne dal fuoco ci pens il famoso uomo d'arme
Roberto Malatesta, signore di Rimini, che il 15 agosto del
1482 marciava trionfante sotto le finestre del Laterano, sfilando
con un seguito di cavalieri, archibugieri, artiglieria e novemila
fanti, mentre Sisto alzava le mani benedicendo tutta quella carne
da cannone.
Alcuni giorni dopo, il 21 agosto, il contingente di Malatesta, a
cui si erano aggregati rinforzi veneziani e papalini, intercett e
sgomin l'armata napoletana tra le melme della pianura pontina,
in localit Campomorto, un nome che si rivel di lugubre presagio:
pi di mille soldati perirono nello scontro che fu uno dei
pi cruenti combattuti in quegli anni in Italia; pi di mille anime
immolate alla perfidia di Sisto.
La quale sembrava non avere limiti. Qualche tempo dopo, il
Malatesta moriva in seguito alla malaria contratta tra i fetidi stagni
pontini e Sisto, che fino a pochi attimi primi stava festeggiando
in trionfo le mirabili gesta del condottiero, con una mano
fece sparire la salma sotto San Pietro, mentre con l'altra ghermiva
Rimini, alla volta della quale invi il mai sazio Girolamo a
strappare l'eredit alla vedova del Malatesta e al legittimo erede
Pandolfo ancora in fasce.
Solo l'opposizione dei fiorentini blocc sul nascere l'infame
gesto, cui segu la defezione degli alleati veneziani ormai consci
della rapacit sistina.
Al papa non restava che giocare a carte scoperte, lanciando il 24
maggio del 1483 l'interdetto contro la Serenissima, la cui campagna
intrapresa contro Ferrara rischiava di risolversi a favore dei
lagunari.
L'anatema non ebbe grossi effetti, se non quello di acuire ulteriormente
i gi tesi rapporti con Venezia.
Mentre si addensavano sempre pi minacciose le nubi di un ennesimo
conflitto, a Roma il temporale imperversava da un pezzo.
Lo scontro tra gli Orsini e i Colonna non aveva certo perso
d'intensit, in un avvicendamento di violenze e delitti in cui tra i
numerosi ammazzamenti comuni ogni tanto ci lasciava le penne
qualche vittima illustre, come nel caso del leader dei Colonna,
strappato a forza dal suo palazzo di Albano e decapitato dagli
accoliti del papa.
La faida infatti si era estesa a tutto il Lazio, dove Sisto voleva
sterminare i nemici per incamerare i beni da donare al mai troppo
idolatrato Girolamo, la cui sopravvivenza al fratello Pietro appare
col senno di poi decisamente nefasta.
L'accanimento nelle questioni interne, e la consapevolezza della
debolezza in campo estero, convinsero a malincuore Sisto ad
accettare le umilianti condizioni della pace di Bagnolo, con la
quale il 7 agosto del 1484 interrompeva le ostilit con Venezia,
che, in virt del trattato, confermava l'annessione dei territori sinora
conquistati ai danni di Ferrara.
Le malelingue sussurrarono che la rabbia scaturita dall'accettare
la resa fu tale che Sisto ne mor, ponendo finalmente fine a
un'esistenza turbolenta il 12 agosto del 1484.
Quale fosse il sollievo per la mai troppo sperata dipartita lo dimostrano
le numerose pasquinate composte per l'occasione, in
cui si registra una sensibile impennata dei motteggi delle statue
toccate dal dono della parola, dai tempi non troppo lontani del
pontefice Niccol V.
D'altronde non  che si possano biasimare pi di tanto i romani:
le smisurate elargizioni ai parenti, le guerre, gli intrighi comportarono
un drammatico dissesto delle finanze, di cui a farne le spese
furono proprio loro, vittime di una recrudescenza fiscale senza
precedenti. E osare mettere le mani nelle borse della gente  un
argomento che tocca la sensibilit di chicchessia molto pi dei
morti ammazzati e delle violenze di cui Sisto fu peraltro fecondo
elargitore.
Non deve essere proprio andata gi la promulgazione dell'Ordo
Camerae del 1480 con la quale Sisto riorganizzava la Camera
Apostolica, per cui l'assorbimento delle finanze comunali da parte
di quelle pontificie fu pressoch totale.
Il rinnovato ufficio, cui fu affiancata la vampiresca Dataria,
divennero due strumenti potentissimi di gestione finanziaria: in
pratica si assistette a quella che oggi sarebbe una fusione tra l'Agenzia
delle Entrate ed Equitalia, con le dolorose conseguenze
che tutti abbiamo imparato a conoscere e che sperimentarono allora
i romani, quando le loro tasche, afflitte da una congerie di
nuove imposte, subirono anche speculazioni dovute a un odiosissimo
rincaro del pane.
Il tutto mentre una girandola di manovre simoniache, abusi nel
conferimento dei benefici, vendite illecite di notariati, smercio di
collegi, alimentava i vizi di Sisto e dei suoi accoliti che, oltre a
un formidabile fiuto per gli affari, sapevano anche godere delle
pause che riuscivano a concedersi nel tempo vorticoso del loro
instancabile business.
O quantomeno sapevano come metterle a frutto.
Secondo numerosi autori infatti Sisto fu il primo pontefice ad
autorizzare l'esistenza legale della prostituzione, come testimonierebbe
un documento appartenente al vescovo cattolico tedesco
Johannes Burckardt, protonotario pontificio e maestro di cerimonie
dell'epoca.
Leggendo quanto qui scovato, Sisto avrebbe stabilito i luoghi
pubblici ove potevano essere aperti i bordelli e tassato ogni
meretrice con il versamento di un importo settimanale, la cui imposta
avrebbe fornito alle casse dello Stato circa 20.000 ducati
annui.
N sembra che il pontefice si fosse limitato a questo, perch,
fiutando quanto lucroso potesse essere l'affare, impose una tassa
a tutti i sacerdoti che avessero un'amante, convinto che il denaro
avesse un potere di assoluzione molto pi salvifico di qualsiasi
Ave Maria o Pater noster.
E neppure si tir indietro nel concedere privilegi ad alcuni notabili,
affinch potessero consolare certe matrone in assenza del
marito.
Una sensibilit che renderebbe molto pi credibile l'aneddoto
- sempre confinato tra le malefiche esternazioni della successiva
propaganda protestante - secondo il quale Sisto, alla richiesta
pervenuta dalla famiglia del cardinale di Santa Lucia di ottenere
licenza di sodomia per i tre mesi caldi dell'anno, abbia annotato
sotto la loro supplica le seguenti parole: Che avvenga conformemente
alla richiesta.
D'altro canto questa della sodomia era una chiacchiera velenosa
che circolava prepotentemente negli ambienti romani, tanto
che l'Infessura, un cronista del tempo, sibila nel suo Diario che
Sisto fu amante dei ragazzi a tal punto da concedere loro il cardinalato
e importanti vescovati.
Le chiacchiere qui berciate meriterebbero lo stesso rispetto
delle note che oggi leggeremmo su un sito scandalistico come
Dagospia, se non fosse che sulla tomba di Giovanni Sclafenato,
un giovane camerarius oggetto delle simpatie sistine, si legge un
epitaffio in cui lo stesso Sisto ammette candidamente di aver elevato
il giovane agli onori della porpora per l'ingegno, la fedelt,
la solerzia e le altri sue doti dell'animo e del corpo.
Si tratta forse di un documento unico in cui, tra i requisiti per
divenire cardinale, spiccano le qualit fisiche.
Alla luce di quanto narrato, davvero le mirabilia urbanistiche,
magnificate dagli strombazzi degli umanisti del calibro di Platina
e Brandolini, appaiono ben misera cosa.
Soprattutto considerando che la rivoluzione viaria che mut il
volto della citt in concomitanza dell'anno santo 1475 (che proprio
da quella data fu identificato col termine giubileo), rispondeva a
precise logiche speculative; secondo una recente teoria, inoltre, la
dislocazione stessa degli edifici non fu casuale, ma finalizzata alla
divisione della citt in zone anti e filopontificie controllate, queste,
dall'incrocio concomitante di palazzi e strade. Il tutto finalizzato
come sempre a far cassa o all'esercizio di un potere incondizionato,
di cui l'intera parabola di Sisto appare contaminata.
Va da s che un pontefice cos affaccendato in questioni temporali
abbia avuto poco tempo per dedicarsi a questioni spirituali,
tranne una tragica eccezione.
L'1 novembre del 1478, su sollecitazione dei graziosi regali di
Spagna Ferdinando Secondo d'Aragona e Isabella di Castiglia, Sisto promulg
la famigerata bolla con la quale concesse alle loro altezze
l'autorit di contrastare gli eretici presenti nel loro regno, tramite
la nomina di ecclesiastici che, ritenuti particolarmente adatti, fossero
investiti di pieni poteri investigativi e punitivi.
Nasceva di fatto l'inquisizione spagnola, che somm un'altra
orribile pagina a uno dei parti pi raccapriccianti e infami dello
spirito umano.
Grazie a essa si pot procedere con rinnovato zelo a esecuzioni
massicce contro coloro che erano considerati i nemici della
Chiesa, il pi delle volte conversos giudaizzanti, prim costretti
all'abiura, poi sospettati di falsit.
Che tale istituzione fosse un pretesto per soddisfare vendette
politiche o fosse spinta dalla brama di confisca dei beni degli
sventurati accusati non fa che aggiungere perfidia a un disegno
criminale, in cui Sisto oper direttamente nominando tra il 1480 e
il 1482 una pletora di inquisitori i cui nomi ancora fanno tremare
la memoria collettiva.
Ma questa  una storia che merita una trattazione pi specifica,
come si legger nelle pagine a venire.
Di questo papa resta un mirabile ritratto realizzato da
Melozzo da Forl e conservato nella Biblioteca Vaticana: in esso Sisto
compare assiso su un trono mentre conferisce all'inginocchiato
Platina l'investitura a Prefetto di quella stessa Biblioteca da lui
realizzata due anni prima, nel 1475. Un gruppo di personaggi
completa la scena, restituendoci un affresco celebrativo che ha il
sapore di un grande ritratto di famiglia.
Date le assidue frequentazioni che Sisto riservava al quartiere
della Magliana, in cui teneva numerosi fondi e palazzi dove, secondo
le voci, lo attendevano i numerosi amanti - quei nipoti
con e per i quali Sisto oper tanto in vita -  facile cadere nella
tentazione di vedere in quella scena, pi che un ritratto di famiglia,
l'istantanea di una Banda.

Capitolo 9.
Alessandro Sesto.

Il suo stile di vita fu assai licenzioso. Non conosceva n senso
del pudore n sincerit, n fede n religione. Era inoltre dominato
da un'insaziabile avidit, da una sconfinata ambizione e da
una bruciante passione di promuovere i suoi numerosi figli che,
nell'eseguire i suoi ordini vergognosi, impiegavano senza scrupoli
i mezzi pi abominevoli.
Questo  il ritratto lusinghiero che lo storico fiorentino Francesco
Guicciardini ebbe cura di tramandare ai posteri nella sua
Storia d'Italia, a proposito della scellerata vita di Alessandro Sesto.
N naturalmente fu il solo a prodigarsi nello sbandierare i vizi
del pontefice, il cui nome  diventato sinonimo di corruzione
e delitto per antonomasia. Eh s, poich colui che si cela dietro al
titolo pontificio di Alessandro fu uno dei pi insigni esponenti
della casata dei Borgia, la cui sola menzione evoca atmosfere
da romanzo d'appendice, vera e propria icona pop del torbido e
dell'intrallazzo.
Non saremo certo noi a spezzare una lancia in favore di questo
papa, convinti che un'unanimit di giudizi celi in qualche modo
una realt, una verit che, per quanto viziata da interpretazioni
partigiane, spesso e volentieri affonda le sue origini in fatti incontrovertibilmente
accaduti.
Basti citare a titolo di esempio il vizio dei potenti nostrani, indaffarati
a mascherare dietro una fumosa teoria della cospirazione
l'essenza dei loro comportamenti truffaldini.
 altres vero che una compattezza di giudizi cos ferrea spesso
nasconde un'analisi dei fatti che nel migliore dei casi appare miope,
per non dire ottusa.
Con questo non vogliamo assolutamente cedere a lusinghe revisioniste
e far passare il Borgia come uno stinco di santo: ci
piacerebbe semplicemente che il lettore alzi un sopracciglio in
un'impercettibile espressione dubbiosa, considerando che la
fama sinistra di cui il nostro eroe godette si  basata sempre e
incondizionatamente su comportamenti licenziosi, libertini, diciamo
disinvolti, offendendo molto la morale della cui ipocrisia i
benpensanti si nutrono.
Insomma, appare singolare che il martirio di migliaia di uomini e
donne, la tortura di un numero considerevole di povere anime, un
crimine di cui si macchiarono personaggi poi gratificati con la santit
o al peggio la beatitudine, rattristi meno che non la vita sessualmente
malfamata di un papa, seppur campione dell'arte amatoria.
N vogliamo negare che Alessandro condusse le sue brave
guerre: ma queste appaiono ben poca cosa al cospetto dei massacri
compiuti dai suoi predecessori e successori, che ebbero per
la ventura di non incorrere in un indelebile marchio di infamia
come il nostro zelante erotomane.
Alessandro, a cui verr imposto il nome di Rodrigo, nacque l'1
gennaio del 1431 a Jtiva, presso Valencia, in quel regno d'Aragona
che tanto si produsse nel rendere la Reconquista una realt
tangibile: terra cattolica per eccellenza, dunque, della cui appartenenza
si vantava la nobile famiglia nella quale il rampollo ebbe
la ventura di nascere. In particolare i Boija y Boija, gi nel 1455,
riusciranno a spedire un loro congiunto sul soglio di Pietro, Callisto
III, determinando le fortune dinastiche e ovviamente anche
quelle del nostro eroe, per il quale contare su uno zio pontefice
avr alleggerito di molto le fatiche nell'arrampicata ai vertici della
Cristianit.
E infatti arriv ineluttabile la chiamata a Roma, dopo una giovinezza
trascorsa senza particolari sussulti.
Il suo arrivo all'Urbe coincise con un periodo di stallo in cui le
facinorose famiglie patrizie non riuscivano a produrre un papa
che tacitasse sufficientemente le loro mire egemoniche. L'elezione
di Callisto, grigio per et e indole, ma soprattutto uno straniero,
lontano dai giochi in cui si dibattevano le faide della nobilt
romana dovette sembrare una soluzione ragionevole, una breve
parentesi che permettesse alle varie fazioni di rifiatare per poter
meglio ricominciare la ridda di alleanze, intrighi e lotte.
Per quanto austero e riservato Callisto non fu insensibile alle
lusinghe del nepotismo, una pratica allora considerata normale
quasi quanto il respirare, tanto pi che, straniero in terra straniera,
era logico che cercasse il conforto dei congiunti per colmare
un vuoto che l'ambiente romano non lesin a creargli intorno: la
nascente cultura rinascimentale, entro cui era lievitato il gusto per
il vestire, il mangiare, il modo di camminare, in una parola per
il vivere, aveva sviluppato una fastidiosa idiosincrasia per l'elemento
spagnolo, considerato espressione di un popolo di straccioni
vanagloriosi.
Questo snobismo salut con crescente antipatia la calata dei
connazionali di Callisto, attratti dalla carica ottenuta come mosche
al miele: il fenomeno fu accompagnato da una serie di dileggi,
il pi tenero dei quali insinuava che, se il vento fosse spirato
nella giusta direzione, sarebbe stato possibile percepire l'avanzata
di una compagnia di spagnoli gi da un miglio di distanza,
evidente allusione alla presunta scarsa confidenza degli iberici
con il sapone.
Per nulla infastidito dalle cattive abitudini sanitarie dei conterranei,
Callisto ne promosse l'esodo, tra le cui file si premur che
figurasse il suo nipote prediletto, Rodrigo Boija y Boija.
Per la verit, le malelingue insinuarono che il rapporto parentale
che legava questi al pontefice fosse di natura pi diretta, annoverando
Rodrigo come il figlio bastardo che Callisto avrebbe
prodotto in un rapporto incestuoso con la sorella, ma questa fu
probabilmente una chiacchiera determinata dall'invidia per la
predilezione di cui il promettente virgulto godette.
Questi dal canto suo aveva compiuto i lunghi e complicati studi
di giurisprudenza, il cui eccellere salvava almeno all'apparenza
la nomina cardinalizia di cui l'amorevole parente lo gratificava il
20 febbraio del 1456, a solo venticinque anni di et. N fu questa
l'unica dote nella quale Rodrigo diede prova di s nel suo soggiorno
romano: bello nella persona, distinto nei modi, de uno
aspeto de fare ogne malo, secondo la testimonianza riportata dal
cronista mantovano Schinevoglia, apparve subito chiaro quanto
quest'uomo fosse molto pi incline ai piaceri della carne che non
alle promesse salvifiche dello spirito.
Erano lontani i tempi in cui, secondo un cronista anonimo, il
futuro pontefice ancora dodicenne aveva ucciso un coetaneo di
bassa estrazione ficcandogli pi volte la guaina della sua spada
nelle viscere per punirlo di avere proferito discorsi osceni.
Lasciate alle spalle ogni pruderie adolescenziale, Rodrigo si riscopriva
un giovanotto gaudente, intraprendendo una carriera di
sciupafemmine tra le pi floride della Storia.
Alla sua incontinenza seppe sommare anche altre virt che gli
permisero di sopravvivere alla morte dello zio e di prosperare
all'ombra di ben altri quattro papi.
La sua affabilit di modi gli consent ad esempio di superare
indenne il momento pi critico della sua carriera, determinato
dall'aggravarsi della salute del gi caduco Callisto Terzo. Nell'agosto
del 1458, mentre l'anziano infermava sul letto di morte, una
folla inferocita batteva le strade della capitale del mondo in una
sanguinaria retata antispagnola. L'approssimarsi della fine del
pontefice coincideva con la resa dei conti con cui la teppaglia
romana, aizzata dagli Orsini, intendeva ripagare lo strapotere
iberico, espresso soprattutto attraverso l'elezione del dispotico
Pedro, fratello di Rodrigo, che creato Prefetto dell'Urbe aveva
attanagliato la citt in una cappa sanguinaria.
Sulle prime, comprendendo che in un frangente in cui l'unico
catalano buono era quello morto, soprattutto se si ricopriva l'ingombrante
fardello cardinalizio e per di pi se si scontava la iattura
di condividere lo stesso sangue dell'odiato tiranno, Rodrigo
se la batt a gambe levate.
Salvo ripensarci all'altezza di Civitavecchia, dove, lasciato il
fratello ormai considerato al sicuro, fece dietrofront deciso a raggiungere
il capezzale dello zio agonizzante.
Quello che appare come un sorprendente atto di coraggio fu
molto probabilmente un azzardo calcolato: la consapevolezza di
aver blandito sufficientemente le anime e molto pi le pance dei
romani, ai quali non aveva mai fatto mancare spettacoli e festini
generosi, gli permise di fendere miracolosamente la marmaglia
inferocita e giungere illeso al Vaticano, dove lo attendeva, molto
pi che una carcassa morente, un radioso futuro.
Oltre che sul suo ascendente, Rodrigo sapeva di poter contare
su uno straordinario fiuto per gli affari e sulla capacit di sfruttare
al meglio le situazioni, nelle quali dimostr di riuscire a puntare
sempre sul cavallo vincente.
E cos, nel conclave tenutosi il 17 agosto del 1458, il ventisettenne
spagnolo non solo si presentava come uno scampato al
pericolo, ma addirittura come il pi influente tra gli elettori che
determinarono l'ascesa al soglio di Pio II. La riconoscenza che
questi dovette al catalano produsse uno dei tandem pi pittoreschi
della storia del papato: tanto parco il primo quanto smodato
il secondo, che non tard a dotarsi di un palazzo adeguato alla sua
posizione sociale proprio in faccia al Vaticano, sull'altra sponda
del Tevere.
Certo, l'edificio in cui si ammasseranno vasellami, tessuti raffinati,
tappeti preziosi, non era ancora il luogo dei baccanali che
far la fortuna dei cronisti del pettegolezzo, se  vero che ancora
nel 1460 Pio Secondo rivolse al Borja una lettera dolente in cui lamentava
un suo coinvolgimento - assieme a un compare di altissimo
livello, il cardinale francese Estouteville - in ci che assomigliava
inconfutabilmente a un'orgia, tenutasi presso gli orti di tal Giovanni
Bichi in quel di Siena.
La risposta rammaricata con cui Rodrigo si impegnava a mantenere
un profilo basso induce a credere che la sua condotta era
lungi dal raggiungere gli eccessi per i quali divenne famoso, ma
fosse sufficiente per ottenere il biasimo dell'austero Pio, che
durante tutto il suo pontificato fatic non poco a tenere il Boija
nell'ombra, pur confermandogli tutti i suoi benefici.
Al rifugio dei quali si ingozzava lui e il nutrito numero delle
sue amanti, una collezione che nel 1461 si arricch delle avvenenti
nonch nobili fattezze della diciottenne Vanozza de' Cattanei,
con la quale Rodrigo intratterr una relazione decennale a dispetto
dei molteplici matrimoni che la matrona contrarr.
A testimoniare quanto profondo fosse il loro legame furono ben
quattro figli, ai quali Rodrigo riserv un trattamento principesco,
sapientemente distribuito senza che i tre pargoli avuti da una precedente
liaison con una vedova spagnola trovassero nulla da recriminare,
tanto solerte e premuroso appariva questo padre.
Eppure i doveri del talamo, ai quali pare non si sottrassero le
congiunte delle dame su menzionate, siano esse madri, sorelle
o cugine, non impedirono all'ambizioso Rodrigo di perseverare
nella sua ascesa anche con l'avvento del nuovo pontefice Paolo
II, che pur nutrendo nei suoi confronti la stima espressa dal suo
predecessore, non gli imped di accumulare ricchezze sia in termini
monetari che naturali.
La situazione miglior ulteriormente con Sisto Quarto, di cui, manco
a dirlo, fu sponsor adeguatamente ricompensato. Sar anche per
affinit di intenti che Rodrigo ottenne dall'ormai noto pontefice
una legazione in Spagna che, oltre a favorirgli una gita ai luoghi
aviti, lo tenne al riparo dalle sfiancanti lotte di potere nelle quali
Sisto trascin la propria esistenza.
Cos, nel conclave che segu la morte di questi, Rodrigo inscena
la prova generale del successivo trionfo:  vero che uscir sconfitto
ingoiando l'elezione di Innocenzo Ottavo, ma la corruzione con
la quale aveva sfiorato la consacrazione denunciava ormai un potere
tentacolare: un potere che, durante gli anni di Innocenzo, non
rest di certo inerte, consentendogli di tessere alleanze preziose
dentro e soprattutto fuori la Curia.
Si giunse dunque al fatidico 6 agosto del 1492, un anno che
segn uno spartiacque nella storia occidentale.
Il concilio che si apr quel giorno vide finalmente il sessantenne
Rodrigo coronare il suo sogno con un verdetto di unanimit che
non lasciava dubbi: cinque giorni dopo, col titolo di
Alessandro Sesto, lo spagnolo sedeva sullo scranno di Pietro.
Per la verit dietro tanta compattezza si celava un turbinoso
gioco di interessi e di imbrogli.
Rodrigo si era presentato all'elezione come il porporato pi ricco
in un'epoca in cui i cardinali erano tra gli uomini pi facoltosi
d'Europa. Solo la sua disponibilit economica gli permise di
avere ragione del suo rivale Giuliano della Rovere, uno che gi
aveva intralciato i suoi piani quando il suo veto aveva aperto la
strada a Innocenzo Ottavo. Per rendersi conto della proporzione dello
scontro, basti pensare che Genova e il re di Francia, in appoggio
a Giuliano, avevano sborsato la bellezza di 300.000 ducati. Una
cifra che dovette essere ampliamente superata dallo spagnolo per
ottenere la carica e soddisfare i suoi alleati, la distribuzione dei
quali rifletteva gli schieramenti che si contendevano il potere in
Italia e indirettamente in Europa.
La candidatura di Rodrigo era caldeggiata dal cardinale Ascanio
Sforza, tanto che dietro la vittoria del Borgia molti lessero
in controluce un successo del Moro, il potentissimo signore di
Milano fratello di Ascanio.
Non dubitiamo che dietro gli interessi politici abbia avuto il suo
peso anche l'oro caricato su quattro muli che Rodrigo ebbe cura
di recapitare alla dimora dello Sforza per garantirsene il sostegno.
 con queste premesse, assolutamente poco originali, che si
inaugura il pontificato di un uomo cui la chiesa antica non avrebbe
concesso neppure di predicare alle pecore, se non per convinzione
profonda, almeno per salvare le apparenze di cui invece
Alessandro non si curava minimamente.
Anzi la sua vita scostumata era diventata una sorta di marchio
di fabbrica che il Boija, ormai italianizzato in Borgia, ostentava
con nonchalance, senza peritarsi di essere oggetto di chiacchiere
o di sfiorare situazioni che lo gettassero nel ridicolo.
Non esiste altra categoria cui ricorrere per il tenore delle epistole
in cui l'incontinente pontefice si lamentava, friggendo di gelosia,
con colei che da alcuni anni era divenuta la sua favorita, la leggendaria
Giulia Farnese. Era appena una quattordicenne quando,
nel 1488, la fanciulla fu gettata in pasto a Rodrigo dalla madre,
sinistro modello di tristi esemplari moderni, disposti a speculare
sulle avvenenze delle figlie pur di ottenere vantaggi personali.
N la tresca, sostenuta e foraggiata, venne meno quando la pulzella
convol a nozze con Orsino Orsini, le cui legittime aspirazioni
coniugali - per quanto formulate da una specie di mostro
foruncoloso nonch orbo da un occhio - venivano fustigate dal
pontefice come scappatelle sanzionabili addirittura con la scomunica,
in un quadro sempre pi grottesco.
Eppure, nonostante fosse travolto dalle pene d'amore, Alessandro
aveva uno Stato da mandare avanti, visto che la cura delle
anime era ormai divenuto un mero specchietto delle allodole dietro
cui si celava lo svilimento a cui si era ridotta la cattedra di
Pietro.
Alessandro prese seriamente il suo alto mandato, promulgando
una serie di scioccanti disposizioni che, oltre a essere in controtendenza
con quanto dimostrato sino a quel momento, fecero sperare
ai pi che finalmente fosse giunto un papa degno di questo
nome.
Ai consueti disordini che accompagnavano ogni conclave e che
nella fattispecie comportarono, oltre alle abituali violenze, anche
duecento omicidi, il neo eletto rispose con estrema durezza: le
milizie papaline rasero al suolo le abitazioni di coloro che solitamente
usavano vantarsi dei crimini commessi, forti di un perdurante
stato di impunit, mentre i loro corpi ondeggianti sulla forca
davano a intendere quanto fosse cambiato il vento.
La Roma che assistette alla consacrazione di Alessandro, il 26
agosto del 1492, era una citt pacificata, in cui si respirava una
ventata di restaurata legalit, resa ancora pi salubre dall'annuncio
di riforme atte a un'amministrazione pi rigida e oculata, a
una pi ferma tutela dell'ordine e a una pi severa giustizia, e tese
a rinnovare l'anelito alla pace e lo zelo riformistico della Chiesa
e, perch no, le mai sopite aspirazioni a una guerra santa.
Fu in questo clima che Alessandro prese formalmente possesso
del Laterano al seguito di un corteo tra i pi sfarzosi mai visti nella
citt eterna, un misto di magnificenza, pomposit, gigantismo,
a cui fece eco la celebrazione degli immancabili spettacoli tanto
amati e tanto utili per tenere a freno il popolino.
Fu per un battito di ciglia.
Repentinamente le scelte politiche e religiose (se mai ci furono)
vennero immediatamente schiacciate dal peso di un disegno
che accomun Alessandro a tanti suoi predecessori, abbagliati
dalla speranza di trasformare lo Stato della Chiesa in un regno
dinastico in cui la gloria personale si sarebbe eternata in saecula
saeculorum.
In questo bisogna ammettere che Alessandro partiva avvantaggiato:
sette figli erano una dote non indifferente da gettare sul
piatto della partita col destino, a patto che essi accettassero docilmente
il ruolo comprimario che il genitore aveva tessuto loro
forse ancor prima del concepimento.
Le cose non andarono esattamente cos.
Per districarsi nel pantano filiale in cui Rodrigo si ritrov ad
annaspare,  bene ricordare chi furono i frutti dei suoi
lombi: dalla relazione spagnola nacquero Pedro Luis, Jernima e Isabella;
Vanozza gli sforn il luciferino Cesare, Giovanni, la celeberrima
Lucrezia e Goffredo; incerta  l'attribuzione di Laura Orsini,
generata da Giulia Farnese, e ancor pi fumoso  il novero dei
bastardi disseminati in ogni dove e mai riconosciuti.
Il suo primogenito, Pedro Luis, fu prontamente avviato alla carriera
militare, per le cui virt fu investito del titolo di duca di
Gandia nel 1485, generosamente offerto dal re di Spagna a riconoscimento
dei servigi offerti alla causa della Reconquista.
Quel titolo passer al fratellastro Giovanni nel 1488, dopo che
una prematura dipartita toglier Pedro dalla scena. Quanto fosse
amato questo figlio lo dimostr la concessione in feudo del ducato
di Benevento e l'assegnazione di Pontecorvo e Terracina che
l'amorevole padre ebbe cura di sollecitare nel giugno del 1497,
attirandosi gli strali del collegio cardinalizio che considerava
scandalosa la sottrazione di larghe fette di territorio al patrimonio
di San Pietro.
Molto pi intollerabile dovette apparire al fratello Cesare se,
come concorda gran parte degli storici, fu lui l'autore dell'assassinio
in cui il 14 giugno dello stesso anno Giovanni fu tolto di
mezzo.
Nessun altro colpo avrebbe potuto ferire pi duramente papa
Alessandro, che, a suo dire, amava il duca di Gandia pi di ogni
altra cosa al mondo: in questo vuoto incolmabile seppe allignare
quella serpe di Cesare che, instillando veleno nel cuore dell'ignaro
padre, riusc a divenire oggetto di un amore sviscerato, a cui
tutto fu concesso.
Un gioco da ragazzi per colui che diverr il modello ispiratore
del Principe machiavellico.
Comunque il nobile Cesare ci prese gusto e inizi a far fuori
tutti coloro che a vario titolo si frapponevano tra s e il suo smisurato
sogno di conquista, in cui la porpora cardinalizia, ottenuta
nel 1493 e abbandonata cinque anni pi tardi per perseguire
inclinazioni molto pi marziali, venne sostituita da una cotta di
maglia cui il sangue dei nemici confer identico colore.
L'elenco  impressionante: nell'estate del 1500 fu il turno di
suo cognato Alfonso, duca di Bisceglie, e figlio illegittimo di Alfonso
II d'Aragona, re di Napoli. Il matrimonio che questi aveva
contratto con Lucrezia Borgia faceva parte di un piano di alleanze
con il quale Alessandro Sesto si era garantito l'appoggio dei napoletani.
In virt di questo legame il sodalizio tra il papa e la figlia appariva
inossidabile, tanto che Cesare temette di perdere il primato
degli affetti paterni e dunque l'appoggio per le sue mirabolanti
imprese. Fu probabilmente questo il motivo che lo spinse a eliminare
il cognato, sacrificato sull'altare dei giochi di una famiglia,
al cui confronto i Soprano appaiono dei poppanti.
Nel giugno del 1502 fu il turno di Astorre Terzo Manfredi, il sedicenne
signore di Faenza che, spodestato da Cesare l'anno prima,
venne fatto soffocare nelle segrete di Castel Sant'Angelo in compagnia
del fratello, onde estirpare ogni velleit di riscossa.
Il 1503 vide la fine di Paolo Orsini, suo acerrimo nemico, del
segretario apostolico Troche considerato persona ormai sgradita
e del cardinale Michiel, sulle cui ricchezze Cesare aveva posato
gli occhi.
Tenere il novero dei morti ammazzati appare impresa epica:
prelati, vescovi, cardinali, ambasciatori, nobili, assaggiarono tutti
il veleno che da quell'epoca  divenuto sinonimo di Borgia.
In questa ridda di delitti,  difficile decifrare dove finisca la volont
di Cesare e dove cominci quella di Alessandro Sesto, confuse in
un disegno di potere che, seppur realizzato dal primo, che giunse
a possedere tutta la Romagna e a minacciare seriamente le terre
limitrofe, non poteva prescindere dalla brama accondiscendente
del secondo.
 passata in alcuni l'idea che il papa fosse succube del figlio
amato-odiato, subendo le ripercussioni cui la spietata politica di
Cesare lo condannava. Una pi attenta analisi dei fatti
ridimensionerebbe per eccesso la figura di Alessandro Sesto, che, lontano
dall'essere un fuscello in balia delle tempeste filiali, appare sempre
pi come il padrino che muove le fila sopra le quinte.
Allo stesso modo meriterebbe di essere ricalibrata la fama di
Lucrezia, l'altra grande protagonista di questa complessa saga
familiare.
Da sempre dipinta come una iena senza scrupoli, divoratrice di
passioni e uomini sui cui cadaveri passeggiava con un'indifferenza
raccapricciante, ella fu semmai la vittima sacrificale delle
trame ordite dal padre e dal fratello.
Sin dal principio Lucrezia aveva servito come piccola marionetta
della politica dei Borgia, ridotta a mera merce di scambio
nella politica dei matrimoni, determinati in base al solo principio
di opportunit. Dopo due fidanzamenti subito sciolti, il padre
appena eletto papa, fece sposare la quattordicenne il cui valore
giunse a cifre astronomiche con Giovanni Sforza, rampollo del
casato ducale di Milano e signore di Pesaro. Era il 1493 ma gi
cinque anni dopo, mutata la politica familiare, ecco che prontamente
il matrimonio viene annullato per celebrarne subito un
altro, quello con Alfonso Secondo di Napoli, del cui esito abbiamo accennato
in precedenza.
Cos nel 1501 Lucrezia dovette unirsi in terze nozze con Alfonso
d'Este, duca di Ferrara.
Tutto per amore della famiglia, o meglio, tutto per amore del
padre, sulle cui dimensioni si  sempre favoleggiato e non certo
in termini lusinghieri.
Su questo punto le voci si rincorrono, si aggrovigliano, tessendo
uno scenario pruriginoso su cui le fonti, specialmente quelle
cattoliche, comprensibilmente balbettano.
Eppure gli spifferi che trapelano dalle stanze segrete del Vaticano
sono cos numerosi, cos pieni, da assumere presto i connotati
di una vera tempesta, un turbinio che vede allacciati i corpi di
Lucrezia, di Cesare e del loro amorevole padre in amplessi che
trascendono abbondantemente i confini di un sano rapporto parentale.
E se la testimonianza di Giovanni Sforza a proposito di presunti
rapporti sessuali intercorsi tra Lucrezia e Alessandro pu essere
il frutto generato dalla rabbia di un rifiuto, aggravato dall'accusa
infamante di essere stato silurato a causa della sua impotenza,
appare molto pi difficile liquidare come leggende propagandistiche
tutte le altre voci.
Quella di Burckardt, ad esempio, il maestro di cerimonie gi
incontrato con Sisto Quarto, che nel Liber Notarum annota minuziosamente
come la visione della monta delle giumente da parte di un
gruppo di stalloni eccit talmente padre e figlia da doversi concedere
un'oretta d'alcova prima di potersi presentare di nuovo in
pubblico; altro episodio, quello del 31 ottobre del 1501, quando
il Vaticano divenne teatro del ballo delle castagne, presto ribattezzato
in giostra delle puttane, in cui cinquanta delle pi
belle meretrici di Roma, riunite a gara tutte nude, si muovevano
a quattro zampe sulle castagne sparse sul pavimento prima che
a edificazione di tutti gli astanti, le sfidanti venissero assalite
carnalmente: uno spettacolo supervisionato dalla premiata ditta
Alessandro & Lucrezia, che si premur di conferire ricchi premi
agli invitati.
Chiacchiere? Maldicenze? Favole? Ognuno cerchi la propria
verit che tanto la Storia  frutto degli uomini e come tale bugiarda
per inclinazione.
E dunque  lecito sostenere che, al di l dei presunti eccessi
della sua vocazione sessuale, Lucrezia fu migliore della fama che
gli  stata concessa, come dimostra l'affidabilit dimostrata durante
la reggenza del governo vaticano e il disbrigo degli affari
di Stato cui spesso il padre la delegava, e molto pi dalla buona
prova espressa negli anni della maturit in qualit di principessa
di Ferrara, la cui condotta esemplare le permise di sopravvivere
alla caduta della dinastia avita.
Una dinastia che nel pieno della sua scalata dovette fronteggiare
la minaccia di artigli stranieri, contro i quali Alessandro dovette
difendersi con le unghie e coi denti.
Nel settembre del 1494 un agguerrito Carlo Ottavo, signore di Francia,
valicava le Alpi spinto dalla propria vanagloria e sobillato dal
mortale nemico di Alessandro, Giuliano della Rovere.
Quale legittimo erede degli Angi, Carlo rivendicava diritti su
Napoli e aveva mal digerito il matrimonio tra Sancha, figlia naturale
di Alfonso di Calabria, e Goffredo, figlio di Alessandro Sesto, a
suggello di un patto che, cementando l'alleanza tra i Borgia e gli
Aragonesi, fu letto chiaramente come un tentativo di frustrare le
pretese del monarca francese.
La calata di questi fu salutata in Italia come la venuta di un liberatore
e, seppure a Firenze fu accolta con le celeberrime campane
di Pier Capponi, dopo che peraltro il suo approssimarsi aveva
determinato la cacciata dei Medici e l'instaurazione della repubblica,
a Roma fu anticipata da un rivolgimento in cui le famiglie
nobiliari, prime tra tutte gli Orsini e i Colonna, coordinati dal mai
domo Giuliano della Rovere, vedevano finalmente l'occasione di
liberarsi dello strapotere di Alessandro Sesto, considerato ab aeterno
uno straniero usurpatore.
Che poi l'avanzata fosse tutt'altro che gioiosa, come dimostrarono
i morti di Rapallo trucidati dalla soldataglia svizzera al
soldo del Valois, non fece che acuire l'ansia che in quelle ore
attanagliava Alessandro Sesto, timoroso soprattutto che le manovre
simoniache della sua elezione dessero la stura a un concilio che
ne decretasse la deposizione.
La fuga di Alfonso in Sicilia e la conseguente defezione degli
Aragonesi gettava ancor pi il papa in una particolare condizione
di debolezza in cui non gli rimaneva altro che asserragliarsi in
Castel Sant'Angelo, da poco trasformato in fortezza grazie agli
accorgimenti di Antonio da San Gallo, e attendere inerme l'approssimarsi
dell'invasore.
Questi venne, ma, preoccupato di inimicarsi le potenze europee,
senza alcuna intenzione di deporre il papa.
Un'esitazione che Alessandro seppe sfruttare prontamente, approfittando
di un pertugio che gli garantisse un'insperata via d'uscita.
Egli non solo concesse il transito alle armate francesi, ma offr
che il figlio Cesare, in qualit di cardinale legato scortasse l'armata
sino ai confini col regno di Napoli.
Fu una mossa geniale: non solo Alessandro scamp il rischio
della deposizione, ma addirittura ottenne il giuramento di obbedienza
che Carlo goffamente fu costretto a pronunziare.
E poco male che Roma sub ugualmente il saccheggio che il
sovrano francese non pot e non volle evitare per soddisfare gli
appetiti dei suoi scherani: qualche casa depredata, soprattutto se
appartenente ai rinnegati giudei, vittime preferite della soldataglia
che infier sino a distruggergli la sinagoga, erano un prezzo
risibile per la sopravvivenza dei Borgia.
D'altro canto non ci volle molto prima che Carlo fosse punito
della sua insolenza: penetrare come il burro in Italia e indossare
la corona di Napoli ottenuta praticamente senza colpo ferire il 22
febbraio del 1495 indusse gli Stati italiani e europei a considerare
finalmente la discesa per quello che era, un'invasione che andava
immediatamente arginata.
Un mese dopo, il 31 marzo, a Venezia viene stretto il patto tra
Repubblica veneta, Spagna, Massimiliano Primo di Germania e Ludovico
il Moro, ai quali le fortune dei francesi dovettero apparire a
dir poco eccedenti. A loro si aggiunse ben volentieri Alessandro
che, incurante di cambiare bandiera, conferiva alla Lega appena
formata il carattere di Santa: come sacra era la missione che la
coalizione si prefiggeva nel vendicare l'onta procurata dal tracotante
Valois.
A questi, al cospetto di una s larga intesa, non rimase che la
fuga che, seppur drasticamente limitata nello scontro di Fornovo,
in cui, intercettato dalle forze avversarie, perse la gran parte delle
truppe e del bottino, gli consent di riparare in Francia a meditare
sulla sua avventatezza.
Alessandro, rientrato trionfalmente a Roma dopo che il passaggio
a ritroso delle armate francesi aveva consigliato una salubre
parentesi orvietana, pot togliersi qualche sassolino dalle pantofole
aurifregiate: regol subito i conti con le refrattarie famiglie
romane, usando i metodi spicci per i quali  divenuto famoso e
soprattutto dedic le sue attenzioni a un fastidioso frate fiorentino
che, approfittando della scampagnata francese, aveva alzato
irrispettosamente la testa, pervasa da una maniacale quanto devastante
pulsione moralizzatrice.
Ovviamente ci riferiamo a Girolamo Savonarola, il priore di
San Marco in Firenze che, rapito nell'eroico sforzo di riportare
la sua citt, l'Italia e la Chiesa a purezza di costumi e fervore di
vita religiosa, non esitava ad attaccare, con la veemenza propria
del suo carattere, la curia romana, che gli pareva fonte d'ogni
male, e, neanche troppo indirettamente, lo stesso pontefice.
Alessandro, oltre a una buona dose di risentimento personale,
non poteva tollerare che nella predicazione del frate si esaltasse
re Carlo di Valois come il novello Ciro venuto a flagellare e rinnovare
Stati e Chiesa, soprattutto dopo l'impegno profuso sottobanco
per staccare i fiorentini dal cordone ombelicale francese.
Dopo che le prime proibizioni a predicare ottennero per tutta risposta
l'acuirsi delle invettive scagliate contro le vaccae pingues
di Roma, contro i vizi di Babilonia, contro la Chiesa ribalda,
il papa decise che fosse tempo di agire, soprattutto quando il tentativo
di corruzione del rabbioso fanatico, cui fu sollecitamente
offerto il cappello cardinalizio, venne incenerito dalla vampa del
zelante ardore del religioso.
Il 13 maggio 1497 part la scomunica, ricusata per dal coriaceo
frate che, pur professando sottomissione al papa, considerava
l'anatema viziato da motivi falsi e contrari alla carit cristiana.
Alessandro bolliva di rabbia, ma Firenze si schierava con Savonarola,
non avendo mai nutrito particolare simpatia per il Borgia.
Solo la minaccia dell'interdetto costrinse finalmente la signoria
da poco restaurata a impedire la predicazione al sempre pi inferocito
monaco, giunto a impetrare l'aiuto delle potenze straniere
per la convocazione di un concilio che deponesse il pontefice simoniaco,
eretico e infedele.
Alla fine, avversato dalle opposte fazioni, abbandonato da chi
non lo voleva seguire nella disobbedienza al pontefice e dal popolo stesso, che da lui aveva invano atteso il miracolo, il Savonarola
fu arrestato nel maggio del 1498.
I giorni che dilazionarono l'inevitabile condanna sul rogo servirono
a placare la sete di vendetta di Alessandro: e chiss se il
povero frate, mentre subiva le carezze della corda, il solletico del
fuoco sotto i piedi e lo strazio di un'intera giornata sul cavalletto,
si pent di avere osato infastidire il crudele pontefice con le sue
farneticazioni moraleggianti. Finalmente, il 24 dello stesso mese,
Savonarola vide cessare le sue sofferenze dopo essere stato degradato,
impiccato e arso.
Liquidata cos la questione Savonarola, che a ogni buon conto
costitu l'unico sussulto in cui il Borgia si espresse in un'altrimenti
asfittica materia religiosa, il pontefice poteva di nuovo dedicarsi
al passatempo molto pi dilettevole della politica, in cui
l'elezione sul trono di Francia di Luigi 12esimo apriva nuovi e insperati
scenari.
Questi infatti, quando era solo il semplice duca d'Orleans, dovette
accettare il matrimonio con sua cugina Giovanna, figlia di Luigi
11esimo, un'infelice creatura che definire deforme  un eufemismo.
In realt il suo cuore batteva per Anna di Bretagna, la moglie di
Carlo Ottavo.
Quando nell'aprile del 1498 costui pass a miglior vita, favorendo
l'ascesa al trono di Luigi, per il nuovo sovrano si prospettava
la possibilit di concretizzare il suo sogno d'amore. Serviva
per la dispensa papale per annullare il precedente matrimonio e
impalmare la bella Anna.
Sar che Alessandro fosse sensibile ai moti dell'animo, sar
molto pi che favorendo il sovrano gigliato avrebbe ottenuto un
prezioso alleato per le ambizioni del figlio Cesare, che proprio in
quei giorni aveva dismesso la porpora, il divorzio fu approvato
senza troppi patemi.
Neppure la ripudiata si dovette dolere troppo, visto che di l a
breve fonder un monastero a Bourges che le varr la santit.
Quanto al papa, si affrett a spedire immantinente Cesare alla
corte di Francia per raccogliere il frutto della generosit paterna.
La gita oltralpe si rivel particolarmente propizia: Cesare intascava
un matrimonio d'alto rango con la principessa Carlotta
d'Albret, sorella del re di Navarra; otteneva carta bianca per avviare
le operazioni in Romagna, propiziate dall'imminente attacco che
Luigi in combutta con Venezia stava per sferrare ai danni del ducato
di Milano; assumeva il titolo di duca di Valentinois, che gli
varr il soprannome con il quale  passato alla storia, Valentino
appunto.
Re Luigi, di contro, otteneva la neutralit papale nel perseguire
la missione che fu di Carlo Ottavo, cio l'insediamento sul trono di
Napoli.
Messe in piedi le tessere del domino, bastava solo una piccola
spinta, la quale non tard a manifestarsi.
Nell'estate del 1499, mentre le truppe francesi piombavano su
Milano decretando la precipitosa fuga di Ludovico il Moro e l'inizio
di una soggezione straniera che durer per i futuri trecentosessanta
anni, Alessandro preparava la strada al figlio destituendo
i principi di Romagna insolventi nei pagamenti, dichiarandoli
privati dei loro feudi.
Come prevedibile i baroni risposero picche e finalmente il Valentino
poteva scatenare le truppe mercenarie che aveva raggranellato
grazie al generoso contributo della Camera Apostolica.
Fu un attimo: Forl e Imola caddero in un amen, mentre Alessandro
non sapeva se ridere per i successi del figlio o piangere per
il prosciugamento delle casse papali.
Per fortuna incombeva l'Anno Santo del 1500 che insieme alla
cessione simoniaca di dodici cariche cardinalizie, frutt la bellezza
di 100.000 ducati.
La campagna poteva continuare: nel novembre dello stesso
anno Cesare conquistava Pesaro, Rimini, Faenza. Alessandro,
pazzo di gioia, nominava il figlio prediletto duca di Romagna, realizzando
di fatto lo sfaldamento dello Stato pontificio a beneficio
di un principato ereditario in cui i Borgia si sarebbero eternati: il
sogno, tanto a lungo accarezzato, si stava avverando!
Nel frattempo Francia e Spagna si allearono con l'intento di
dilaniare e spartirsi il regno di Napoli: quello che fu definito dal
Gregorovius uno degli atti pi obbrobriosi della politica di gabinetto
fu invece benedetto da Alessandro Sesto, mosso dall'intima
convinzione di porsi in mezzo ai due contendenti e di godere, in
un futuro prossimo, delle fatiche altrui. Gli aragonesi avevano
le ore contate, come tutti coloro che si trovarono sulla strada del
pontefice e del suo diabolico figlio, ai quali ormai nulla sembrava
precluso.
Nell'estate del 1501 fu la volta dei Colonna e dei Sabelli, dei
Gaetani e dei Pojano, le cui confische accrebbero il ducato di Sermoneta,
concesso in gentile feudo a Rodrigo, il figlioletto di Lucrezia
e Alfonso, e il ducato di Nepi, con cui Alessandro gratific
il pi piccolo dei suoi figli, Giovanni, a riprova di quanto fosse
smisurato il suo amore paterno.
Nel 1502, la quasi totalit del patrimonio di Pietro era divenuto
un possedimento dei Borgia e Cesare non cessava di conquistare.
Nell'estate di quell'anno si impadron di Urbino e Camerino, inscenando
la macabra cena di Senigallia con la quale stermin tutti
i suoi capitani che stavano tramando contro di lui.
Se il figlio agiva, il padre non stava certo a guardare: era venuto
il momento di regolare i conti con gli Orsini e a farne le spese fu
addirittura Giovan Battista, uno dei cardinali che aveva appoggiato
l'elezione di Alessandro; ma quei tempi erano ormai lontani
e i Borgia non volevano essere debitori di nessuno.
D'altronde nulla sembrava bloccare questa inarrestabile ascesa,
volta ora a inglobare la Toscana, nulla se non il volere dell'Altissimo,
che giudic sufficiente l'empio operato del suo rappresentante
in Terra.
Cos il 18 agosto del 1503, Alessandro abbandonava le scene
stroncato da ci che si affrett a identificare come un attacco di
malaria.
Il figlio lo segu quattro anni dopo, costretto, ormai privo
dell'appoggio paterno, ad assistere all'inevitabile sgretolamento
del regno che si era cos fulmineamente costruito.
Quanto fosse fatuo il sogno dei Borgia lo rivela la rapidit della
caduta: una splendida architettura politica che, priva del sostegno
di un'effettiva classe dirigente, era destinata a soccombere nel
momento in cui le fosse venuta a mancare l'appoggio di una delle
sue fragili gambe, sia essa la virt di un principe guerriero o la
fortuna propiziata dal potente genitore.
Il quale  vero che consacr l'intera esistenza all'inganno, di
cui grottescamente fu vittima egli stesso se, dando fede a quanto
sostengono in molti, la causa reale della sua dipartita fu determinata
dalla svista con la quale ingurgit il veleno altrimenti
destinato al cardinale Castellesi; come  vero che sino all'ultimo
si mantenne fedele alla sua natura immorale, giacendo con
due meretrici che avrebbero dovuto lenire i freddi tremori della
febbre. Ma fu anche colui che, pur arricchendosi enormemente,
seppe nutrire una certa compassione per i poveri i quali, secondo
l'interpretazione dello storico Hans Conrad Zender, lo amarono
per tutti gli undici anni di governo tanto quanto nell'ora della sua
elezione [...] vivendo in una condizione di libert e di insperato
benessere.
Magari  un'opinione eccessivamente revisionista, viziata da
una volont anticonformista di ribaltare una tradizione sedimentata.
Di fatto Alessandro, forse perch troppo assorbito dai delitti
personali, non scaten mai la sua crudelt indiscriminatamente,
indirizzandola verso l'umanit che solo una fede fanaticamente
distorta intenderebbe come eretica.
Egli anzi apparve sorprendentemente tollerante, n volle mai
sentir parlare di censura o tantomeno di pratiche inquisitoriali.
Roma  una citt libera disse il 2 febbraio 1502 all'ambasciatore
di Ferrara, aggiungendo: Qui ciascuno pu pensare e scrivere
ci che ritiene opportuno.
Espressioni dettate da una stupefacente umanit, che sommate
alla dedizione con cui si dedic alla famiglia, lo resero l'interprete
pi puro della parola papa, quella che nei tempi antichi rispondeva
al dolce etimo di padre.

Capitolo 10.
Paolo Terzo.

Se il buongiorno si vede dal mattino, colui che diverr pontefice
nel nome di Paolo Terzo visse un'alba luminosa, presaga delle
imprese future.
Era ancora un giovinetto infatti, quando, complici le sue scappatelle,
gli stravizi e una condotta di vita poco consona a ci per
cui era stato messo al mondo, assaggi le crudezze delle segrete
di Castel Sant'Angelo. Allora si chiamava ancora Alessandro Farnese
e a ridurlo in cos misera condizione fu addirittura la madre.
Sembra proprio che la matrona, al secolo Giovannella Caetani,
fosse un tipo da prendere con le molle, a giudicare dalla caparbiet
con la quale seppe opporsi a un'ingiunzione papale nel novembre
del 1487 in cui le si imponeva di restituire una serva mora
che presso di lei aveva trovato riparo. Donna volitiva dunque, a
tal punto da segnare gli schemi della strategia ascensionale familiare,
nella quale il terzo marmocchio sfornato il 28 febbraio del
1486 a Canino, il feudo del viterbese che da un centinaio d'anni
arricchiva i possedimenti farnesiani, figurava destinato alla carriera
ecclesiastica.
Buttare alle ortiche anni e anni di studio, impreziositi dagli insegnamenti
di un personaggio del calibro di Pomponio Leto, per
inseguire furori guerreggianti e amori altrettanto focosi dai quali
il giovane Alessandro sembr essere contagiato al pari del padre
e del fratello, apparve come minimo sconveniente a chi aveva
intessuto con pazienza la partitura su cui si librava la coreografia
politica dei Farnese: che il rampollo sbollisse in gattabuia i propri
ardori e accettasse di buon grado il cammino che era stato sapientemente
tracciato!
Per la verit sull'episodio girarono svariate versioni, alcune con
sfumature sensibilmente pi inquietanti. Secondo quanto riportato
in una missiva del 22 novembre del 1558, con la quale Francesco
Maria Cybo informava il suo congiunto Alberico I, marchese
di Massa, risulta che all'origine della carcerazione dell'impenitente
discolo ci fosse in realt il tentativo da questi azzardato di
avvelenare la scomoda madre, uno dei mirabili esempi di amore
filiale di cui il patriziato romano non ha mai lesinato di dare sfoggio.
Peccato che la testimonianza sia viziata dal legame dinastico
che accomunava entrambi gli interlocutori a Innocenzo Ottavo, il
pontefice che verosimilmente sfrutt la carcerazione del giovane
Farnese come strumento di ritorsione da adottare contro il di lui
fratello Angelo, delle cui imprese guerresche aveva di che dolersi:
gettare fango sulle casate avversarie era uno sport largamente
praticato, soprattutto da chi si affannava a emendare la memoria
non sempre candida dei propri avi.
Il dato certo  che nel 1486 il futuro pontefice era in galera, la
cui rudezza lo estasier a tal punto da indurlo in seguito a
comminarne le delizie al maggior numero di persone.
Una saggezza questa, alla quale giunger pi tardi, negli anni
della maturit e della grazia, acquisita insieme alla tiara: nel
maggio dello stesso anno l'insofferenza giovanile gli impose invece
di abbreviare la corroborante esperienza, alla quale si sottrasse
con una fuga tutt'altro che elegante a bordo di una cesta,
secondo la testimonianza divertita di Benvenuto Cellini.
Considerata poco salubre la terra pontificia, l'intraprendente
Alessandro propese per quella di Toscana, dove si lasci sedurre
dalle lusinghe umaniste della corte medicea.
 qui che, oltre ad affinare i dotti strumenti di cui era stato dotato,
svilupp quel gusto per le cose belle della vita da cui non
seppe separarsi mai: l'amore per le belle donne, la passione per i
balli mascherati, per gli spettacoli con buffoni e cantanti e per le
commedie licenziose titilleranno costantemente il senso del frivolo
di questo altrimenti arcigno personaggio.
Il soggiorno toscano, oltre a ritemprarne lo spirito, procur ad
Alessandro una bella raccomandazione con la quale il Magnifico
auspicava una riconciliazione con il pontefice, dalle cui grinfie il
Farnese era cos subdolamente sgusciato.
Il matrimonio celebrato il 25 febbraio del 1487 tra Maddalena,
figlia di Lorenzo, e Franceschetto, figlio naturale di Innocenzo
Ottavo, poneva il signore mediceo e il pontefice in pi che buoni
rapporti, la cui serenit era stata ulteriormente sottolineata dalla
fresca nomina alla porpora cardinalizia con la quale Innocenzo
aveva gratificato il secondogenito del Magnifico, quel Giovanni
de' Medici destinato a divenire papa col nome di Leone Decimo.
Forte del sodalizio, Lorenzo poteva suggerire al consuocero di
accogliere Alessandro, il cui essere persona doctissima et molto
gentile, lo poneva nella condizione ottimale a ricoprire un ruolo in seno alla Segreteria Apostolica: nondimeno il consiglio era
accompagnato dalla richiesta di dispensa per il rocchetto, la
sopravveste di lino bianco che indicava lo status clericale, per il
quale il Magnifico ammetteva candidamente che il giovane nutriva
noia.
La sfacciataggine di Alessandro apparve smisurata: non solo
abusava della benevolenza del potente signore toscano per riannodare
le fila della propria carriera ecclesiastica, ma addirittura
sfruttava l'autorevole portavoce per comunicare il fastidio che
in lui comportava indossare quell'abito, avanzando una pretesa
dal sapore smaccatamente arrogante.
Di fronte a un patrocinatore cos influente, per, il papa non poteva
rispondere come avrebbe meritato l'insolenza del giovane, o
quanto meno era impossibilitato a manifestare la pienezza del suo
pensiero: cos Alessandro pot dormire sogni tranquilli e ottenere
nel 1490 il posto da segretario.
Ovviamente la sua ambizione non poteva accontentarsi di questo
misero impiego da travet e fortunatamente per lui, la Famiglia
vigilava e provvedeva.
Oltre a una madre intraprendente, infatti, il nobile Alessandro
ebbe la ventura di annoverare tra i propri congiunti anche la conturbante
Giulia Farnese, la gallina dalle uova d'oro sulle cui doti
si costruirono i fasti della dinastia.
Nata nel 1474, l'affascinante pulzella aveva raggiunto un'et
sufficientemente matura per svolgere il ruolo al quale era stata
debitamente procreata: la merce di scambio. Il matrimonio che
ella contrasse il 9 maggio del 1490 con quel mostro di bruttezza
che fu Orsino Orsini ripagava in parte le speranze che in lei furono
riposte sin dall'atto di nascita.
Ma colei che fu definita la Bella per antonomasia, non poteva
esaurire la sua funzione con un dozzinale sposalizio utile
tutt'al pi a cementare i rapporti tra due famiglie di pari grado.
Fu cos che, unanimemente, madre, fratelli, suocera e addirittura
marito, pur con diversi gradi di convinzione, sottoposero Giulia
alle attenzioni di chi, erano certi, non sarebbe rimasto insensibile
alle arti della fanciulla; ma soprattutto, quei ruffiani nauseabondi,
gettarono la ragazza tra le braccia di chi, in virt del potere di cui
era investito, avrebbe contribuito in maniera preponderante ad
alimentare le ambizioni di ognuno di loro.
Costui non poteva che essere Rodrigo Borgia, il cardinale pi
influente dell'epoca.
Colui che trasse maggior vantaggio dalla tresca, propiziata con
tanto ardore, fu proprio Alessandro, che bruciando ogni tappa di
una fulminante carriera divenne protonotario apostolico l'8 luglio
1491, per poi essere creato cardinale il 20 settembre del 1493,
dopo che il Borgia assurse alla dignit papale.
Un'accelerazione che non pot non essere notata dalla sempre
sagace saggezza popolare che da allora salut Alessandro col titolo
di Cardinal Fregnese con evidente allusione alla parte
anatomica di Giulia su cui poggiavano tanto le sorti del neo eletto
quanto quelle dell'intera famiglia.
Comunque per il giovane porporato il futuro si spalanc, quasi
quanto le cosce della sorella: eppure, nonostante il prestigio annesso
alla nomina, Alessandro ebbe la sfrontatezza di lamentarsi
per l'inadeguatezza delle entrate cui sperava di attingere, ricorrendo
per l'ennesima volta alle grazie della consanguinea affinch
la situazione mutasse immantinente.
Giulia, con ammirabile spirito di abnegazione, scrisse il 10 giugno
del 1494 una lettera all'amato in cui esordiva con l'espressione:
Dov' il tesoro mio  il cor mio!, ricalcando spudoratamente
un passo evangelico di Matteo, in cui non  diffcile intuire
il suggerimento del fremente fratello.
Il senso dell'epistola era sin troppo chiaro: se il Borgia voleva
continuare a nutrirsi della pienezza della fanciulla, oltre a gioielli
e ammennicoli vari doveva procurare concreti appannaggi ad
Alessandro, della cui miseranda condizione la missiva non lesinava
di addurre i particolari pi lacrimevoli.
Il povero papa sarebbe stato ben lieto di appagare le richieste
dell'amante insoddisfatta, ma si trovava nella spiacevole situazione
di non avere sottomano nulla che accontentasse l'ingordigia
del rapace Farnese.
Costui, indispettito dai traccheggiamenti dell'anziano innamorato,
intima alla sorella di rimanere in quel di Bolsena, dove un
lutto familiare l'aveva all'epoca condotta, intimando allo smanioso
pontefice che, se non si fosse adoperato al pi presto, non
avrebbe mai pi rivisto Giulia.
Al desolante siparietto si aggiunse anche Orsino Orsini che, recitando
finalmente la parte del marito geloso, indossava la veste
del tutore dell'onore reclamando il rientro della moglie sotto il
tetto coniugale, il quale, per somma stizza del pontefice, si trovava
nella landa di Bassanello.
Fu allora che il Borgia esplose in quella grottesca lettera
cui abbiamo accennato in precedenza, ingiungendo all'ingrata e perfida
Giulia di non ardire a tornare dal marito e risiedere presso di
lui, altrimenti l'avrebbe fulminata con la scomunica late
sententie et maledictionis eterne.
A risolvere la situazione provvide l'insperata cacciata di Piero
de' Medici, con cui il 2 novembre dello stesso anno s'inaugurava
la breve quanto fragile stagione della Repubblica fiorentina: ora
che i Medici erano in disgrazia, il Borgia poteva con cuore molto
pi leggero sottrarre la legazione apostolica al loro congiunto
Giovanni e affidarla al Farnese, appagandone finalmente le brame
smodate.
Le quali, forti di una rendita di 100 scudi mensili, nonch della
gestione dei ricchi possedimenti del Viterbese, potevano finalmente
esprimersi in tutto il loro splendore.
La misura di questo fu testimoniata dall'acquisto nel 1495 di
palazzo Fertis, a cui le cure di Antonio da San Gallo, Michelangelo
e Giacomo della Porta, conferiranno - oltre il nome imperituro
dei Farnese - anche la magnificenza di cui oggi godono
molto pi i francesi che i romani.
Un fiore all'occhiello per il giovane cardinale, ma dannatamente
costoso, visti i debiti contratti per assicurarsi lo stabile e i servigi
degli illustri artisti.
Fu in tale spiacevole condizione che il Farnese venne colto dalla
ferale notizia della privazione della tanto sudata legazione: le
logiche simoniache, mai decadute negli ambienti curiali, avevano
convinto il Borgia a concedere l'ufficio in beneficio aUn proprio
parente, complice l'affievolirsi della passione per Giulia, a partire
dal settembre del 1496.
Le lagnanze di Alessandro si levarono altissime sino a giungere
a Venezia, dove ferirono le orecchie del cronista Marin Sanudo,
tanto da rimanere impresse nei suoi Diarii del 1498 in tale forma:
Il Famesio, Cardinal romano fratello di madona Julia, per esser
povero Cardinal, pareva volesse refutar el capello.
Tanto per cambiare, Alessandro minacci di abbandonare la
porpora, rinnovando l'antipatia mai sopita per una carica in cui si
era distinto solamente per essere il fratello della - lei s - leggendaria
Giulia, come non esitava a sottolineare la testimonianza del
diarista veneziano.
E ancora una volta fu sempre lei a togliere le castagne dal fuoco:
nell'agosto del 1499 riaccendeva i sensi del settantenne
Alessandro Sesto, e come per lei torn a battere il cuore del papa, cos Farnese
pot uscire dallo scoramento e riaccendere le proprie speranze.
Stavolta non a vuoto: fu gi un fruttuoso risultato il conferimento,
il 28 aprile 1501, del vescovato e dunque delle rendite di
Corneto e Montefascone. Segu, pi prestigiosa e remunerativa, il 26
novembre 1502, la legazione della Marca che il Farnese deterr
ad Ancona anche dopo la morte di papa Borgia.
In effetti la scomparsa del benefattore non  che influ pi di
tanto sulle sorti del marpione Farnese, visto che proprio grazie
agli insegnamenti carpiti a un s mirabile maestro egli era ormai
in grado di camminare sulle sue gambe, non pi malferme come
un tempo.
Solo in un punto dimostr difformit con quanto appreso dal
Borgia: sebbene al pari suo non fu insensibile alle grazie femminili,
Alessandro concentr tutte le proprie energie in un unico
amore, dimostrando quanto la propria fantasia non potesse minimamente
competere con quella del suo ispiratore, con buona
pace dei detrattori che, forti della propaganda protestante e della
vena vituperante di Pasquino, lo bersaglieranno, specie dopo che
sar fatto papa, con le accuse pi infamanti di foia incontinente,
di sodomia, di pratiche incestuose.
Ancorch bollato da Lutero come vescovo degli ermafroditi
e papa dei sodomiti, bisogna ammettere che il criterio interpretativo
di una lussuria senza freni mal si adatta sia al Farnese
cardinale che al Farnese pontefice, al quale al massimo si pu
imputare la noia di una monogamia costante per quanto illecita.
Silvia Ruffini fu la dama romana benedetta dalle attenzioni del
Farnese; la quale, seppur maritata, seppe ricambiare tanta fedelt
con una figlia, Costanza, cui si unirono i fratelli Pier Luigi, Paolo,
Ranuccio che perlomeno ebbe la compiacenza di sfornare dopo la
dipartita del consorte.
Fu allora che la gioia della paternit fece risbocciare in Alessandro
l'amore per la famiglia, alla quale inizi a restituire parte di
ci che le aveva sottratto.
Detto in altri termini, fu anch'egli interprete di uno svergognato
nepotismo, a riprova di quanto il dovere alla gens di appartenenza
fosse un imperativo categorico a cui non seppe e non volle abdicare
nessun uomo di Chiesa degno di questo nome.
Fu qui che il Farnese corse di nuovo in parallelo con il Borgia,
in un'ottica di ascesa gentilizia che privilegiava ci che alla famiglia
conveniva, sino alla feroce rimozione di ogni tipo di scrupolo
etico, come la poco edificante manipolazione della sorella Giulia
lasciava presagire.
Si assiste anche in questo caso a una sorta di cancellazione delle
aspirazioni personali, annullate da una sollecitudine determinata
a fare della famiglia una dinastia, a conferirle un avvenire di pubblico
rilievo, di statuale risalto.
 dunque tale familismo il motore che agiter l'operato di Farnese,
grazie al quale egli potr addirittura autoassolversi, trincerandosi
dietro la responsabilit di proiettare in avanti le sorti
della casata farnesiana, di cui inizia ad avvertire il peso dopo la
conseguita paternit.
Si fosse limitato a ci saremmo quasi disposti ad assolverlo
anche noi: purtroppo, come vedremo, sar interprete sin troppo
fedele del ruolo di capo della Cristianit, il cui potere, sommato
a una crudelt che sfugge alle logiche sin qui tracciate, addurr
tanti lutti di cui forse solo gli achei non si dolsero.
Ma quei tempi erano ancora di l da venire: al momento Alessandro
 un uomo che, per la causa della famiglia, pi che servire,
di fatto, si serve della Chiesa, in seno alla quale inizia un
lungo apprendistato destinato a culminare con lo scranno pi
alto.
Conclusasi in un soffio l'esperienza di Pio Terzo, il papa che successe
al Borgia il 22 settembre del 1503, quando aveva praticamente
gi un piede nella fossa, si apr il pontificato di Giuliano
della Rovere che gi l'1 novembre prendeva possesso del Vaticano
col nome di Giulio II.
Pur essendo stato un fiero avversario del Borgia, il nuovo papa
non infier contro il Farnese, il cui essere un'evidente emanazione
del papa libertino l'avrebbe posto nella spiacevole situazione di
subire ritorsioni retroattive.
Ancora una volta Alessandro dovette ringraziare la sorella Giulia,
o meglio il matrimonio che la figlia di lei, Laura Orsini, contrasse
col nipote di Giulio II, Nicola della Rovere.
In virt di tale sodalizio il Farnese, oltre a superare indenne i
dieci anni di pontificato di colui che avrebbe potuto essere un
potenziale nemico, ottenne da questi ulteriori benefici e privilegi,
che ne accresceranno la ricchezza e soprattutto il prestigio.
Cos, quando l'11 marzo del 1513 venne eletto, a trentotto anni,
papa Leone Decimo, fu proprio il Farnese, ormai forte di una certa visibilit,
a pronunciarne il nome al cospetto dei cardinali riuniti in
conclave.
Per la verit una vulgata racconta che, al momento dell'enunciazione,
un forsennato Alessandro agitasse il foglietto col nome
del prescelto, gridando indecorosamente Palle! Palle!, con evidente
riferimento alle sei sfere che campeggiavano sullo stemma
nobiliare dei Medici: vedere eletto il figlio del Magnifico, con il
quale il Farnese aveva intrattenuto pi che ottimi rapporti, lasciava
intravedere un avvenire tanto radioso da scatenare una soddisfazione
incontenibile, e certo poco elegante.
E non a torto: il pontificato mediceo comport l'annessione
dell'arcivescovato di Benevento, con le relative prebende,
nonch finalmente l'assunzione degli ordini maggiori con i quali il
26 giugno del 1514 Alessandro fu ordinato prete.
S, avete capito bene: sino a quel momento la carriera del Farnese,
compreso il cardinalato e la legatura, era avvenuta all'interno
dei rassicuranti confini del diaconato, in uno stato di perenne
ambiguit che gli aveva impedito sinora di assumere la responsabilit
della consacrazione sacerdotale.
Gi dal 1513, da molti considerato l'anno della svolta, Alessandro
aveva deciso di mettere la testa a posto, di non indulgere pi
alle lusinghe terrene e di consacrarsi anima e corpo alla causa del
Signore: chiuse la relazione con Silvia Ruffini, decorosamente
sistemata nell'ombra, e avvi quel percorso che finalmente, a cinquantuno
anni suonati, lo elevava al rango di presbyter.
Tanto precoce il suo ingresso nella carriera curiale, quanto tardiva
questa sua assunzione degli ordini maggiori: una mossa forse
calcolata in vista del papato.
E di fatto, nel concilio che segu la morte di Leone Decimo, fu il Farnese
il nome pi gettonato alla successione.
Peccato che bast il sibilo di Pietro l'Aretino per dirottare il
voto verso altri lidi. La pasquinata con la quale il flagello dei
principi sferz il Farnese, infatti, colse dolorosamente nel segno,
inchiodando l'aspirante papa all'episodio pi vergognoso della
sua esistenza. Cos, quel fusti sensale/ del sangue tuo per esser
cardinale rimbalz ingigantendo in tutta Europa, ritornando a
Roma come un marchio d'infamia a cui si prefer l'algida innocenza
del fiammingo Adriaan Florensz, creato papa cl nome di
Adriano Sesto, il 9 gennaio del 1522.
Troppo breve si rivel, comunque, questo pontificato, perch
Farnese dovette preoccuparsene. Subito impopolare per il suo
ascetismo austero, cos antitetico all'edonismo fastoso della
Roma rinascimentale, il papa venuto dal Nord moriva il 14 settembre
1523.
Sembrava davvero fatta per l'ormai anziano cardinale, che gi
sognava il soglio cos pazientemente coccolato. Gli intrighi di
palazzo decisero altrimenti: un'inedita cordata tra Colonna e Medici,
portava sul trono di Pietro l'ennesimo esponente di questi
ultimi, bruciando al rush finale il Farnese dopo un'appassionante
testa a testa.
Cos, per grazia del Signore e molto pi di Pomponio Colonna,
il 19 novembre del 1523 Giulio de' Medici veniva consacrato
papa col nome di Clemente Settimo.
Alessandro mastic amaro, tanto da accusare il rivale, una volta
raggiunto l'agognato scranno, di avergli sottratto dieci anni di
pontificato.
Un periodo che avrebbe potuto impiegare molto pi proficuamente
dispensando il benessere di figli e nipoti, mai assenti dal
proprio orizzonte mentale, da ben altra posizione e con ben altra
incidenza.
Fu invece costretto a vivere quegli anni turbinosi come comprimario,
incapace di influenzare gli eventi che insanguinarono
l'Europa e l'Italia e che culminarono nel drammatico sacco di
Roma del 1527.
Dalle finestrelle di Castel Sant'Angelo, in cui si era asserragliato
insieme al papa mentre i lanzichenecchi facevano scempio
della Citt Eterna, assisteva impotente alla contesa tra
Francesco Primo di Valois e Carlo V degli Asburgo, deflagrata dopo
che le mire
espansionistiche di quest'ultimo, tese a un ripristino dell'universalit
imperiale, cozzarono con la resistenza autonomista del
re francese. Degna metafora della politica ondivaga del papato,
quello sparuto gruppo di porporati subiva imbelle l'ira imperiale
scatenata da continui voltafaccia, di cui il Farnese paradossalmente
assurgeva a simbolo avendo un figlio, Pier Luigi, alla
testa degli invasori e un altro, Ranuccio, tra le file dei difensori
dell'Urbe.
Quanto avr sofferto il povero cardinale, consumato nel cruccio
di non poter dirigere le sorti della propria schiatta, che, pur
scissa in due poli contrapposti, dimostrava proprio per questo la
sua vitalit: al momento poteva concedere solo l'amore paterno,
dispensato senza distinzioni in attesa di giorni migliori.
Questi vennero, ma se portarono prosperit al Farnese furono
esiziali per molti altri.
Dopo gli ultimi anni spesi a rimediare agli errori di una politica
camaleontica, anche Clemente assurse alla gloria immeritata
del Signore.
Fu quasi scontato l'esito del conclave che il 13 ottobre 1534
finalmente eleggeva Alessandro Farnese col nome di Paolo Terzo, un
onore che a detta di molti si sarebbe conquistato sul campo, dopo
quasi quarant'anni di servizio.
A sancirne la vittoria fu piuttosto la sua equidistanza sia dal
partito imperiale che da quello francese, suscettibile di tradursi
in autorevole mediazione internazionale, e molto pi l'intima
convinzione che essendo gi quasi settuagenario e riputato di
complessione debole e non bene sano [...] avesse a essere breve
pontificato, come acutamente osserv Guicciardini.
I romani comunque sembrarono gradire: dopo centotr anni, da
quando nel 1431 era morto Martino V, e dopo tredici papi forestieri,
la tiara tornava a un concittadino. Avessero saputo cosa
aveva in serbo per loro il buon Paolo, probabilmente avrebbero
dato maggior credito alla voce di Pasquino che solitaria salutava
il neo eletto come pazzo cervello, mal vecchio, papasso,
augurandogli la morte e assicurando che come in terra era famoso
in bocca di Pasquino, del pari sar nell'oltretomba dolente
in bocca del diaulo.
Ovviamente Paolo Terzo, non deluse le aspettative dell'ignoto
ammiratore. Neppure fece in tempo a indossare l'anulus
piscatoris che gi era tutto un fermento di nomine e prebende a vantaggio
dei consanguinei: nel 1534 elevava al cardinalato due nipoti,
il quattordicenne Alessandro, figlio di Pier Luigi, e il sedicenne
Guido Ascanio Sforza di Santafiora, figlio di Costanza, alla quale
auguriamo abbia patito meno nel metterlo al mondo di quanto
debba soffrire chiunque sia costretto a pronunciarne il nome.
Che poi entrambi i virgulti si riveleranno entusiasti mecenati
non fa che risarcire in parte le ricchissime donazioni che a essi
furono concesse, inclusi gli impieghi negli uffici pi lucrativi della
Curia.
Lo sguardo magnanimo di Paolo si pos anche su un terzo e
quarto nipote, Ranuccio e Ottavio, ai quali don rispettivamente
la porpora e le nere finestre del blasone di Camerino, anticipando
di qualche secolo le suggestioni cromatiche che, invertite, faranno
la fortuna di Stendhal.
Colui che pi di tutti godette delle attenzioni paoline fu proprio
il primogenito Pier Luigi, per il quale il papa promosse una
carriera che assomigli drammaticamente a quella prospettata dal
Borgia per il Valentino.
Le somiglianze finiscono qui, poich la statura degli emuli non
riusc a competere con quella dei maestri.
Creato Gonfaloniere della Chiesa, nonostante dieci anni prima
avesse calpestato Roma coi lanzi, Pierluigi si mosse con quella
certa grossolanit da parvenu tipica dei Farnese, pi che da sottile
tessitore di trame alla Borgia.
La protezione e la dedizione che il padre gli concedeva, seppur
utile ad alimentare ambiziosi disegni di conquista, fu sciupata
come logoro drappo sotto cui celare a stento gli atti nefandi
cui la sua natura sanguinaria tendeva. La sua discesa agli inferi
fu scandita da un crescendo di azioni criminose, la pi squallida
delle quali culmin nello stupro del ventenne vescovo Cosimo
Gheri, in quello che pass tristemente alla storia come oltraggio
di Fano.
Per il resto la sua vita fu la cronaca di un tiranno dagli appetiti
smodati, cui la cessione delle citt di Parma e Piacenza, unite in
ducato e concesse dal padre nel 1545 a detrimento dei possedimenti
della Chiesa, non poteva che saziare limitatamente.
Non stupisce dunque che nel 1547 Pierluigi trovi la morte sotto
una gragnuola di colpi inferti dalle lame di congiurati, stanchi
della barbarie del signorotto e benedetti dai Gonzaga e da Carlo V
che non ne toller il voltafaccia filofrancese.
Solo l'intervento precipitoso del figlio Ottavio salv la causa
dei Farnese che rimasero nel ducato per almeno altri due secoli.
Intanto, l'istigatore occulto di queste trame fatiscenti, mentre
con una mano distribuiva ricchezze alla sua schiatta, chiudendo
un occhio sulla sua deplorevole condotta, con l'altra benediceva
le istanze di rinnovamento della Chiesa, di cui sfacciatamente si
era autoproclamato difensore.
Questa d'altronde navigava in acque perigliose: lacerata dalla
tensione franco-imperiale, subiva gli attacchi della Riforma, per
cui i chiodi dell'affissione di Wittenberg dovettero apparire ben
pi strazianti di quelli conficcati in una quanto mai remota crocifissione.
Senza contare che all'orizzonte si profilava il terreo profilo della
minaccia turca, a cui un'Europa dilaniata dai conflitti sembrava
una preda sin troppo appetibile.
Indossando la maschera del pacificatore universale - fermo restando
la sua limitazione all'ambito cristiano - Paolo rugg contro
il cane infedele, auspicando, tanto per cambiare, una santissima
crociata.
 sin troppo agevole scovare le ragioni che smossero la smania
zelante del pontefice: scagliare contro il Turco gli eserciti europei
avrebbe decongestionato l'affollato agone continentale, in cui l'Italia
e con essa i Farnese subivano inesorabilmente la restrizione
delle proprie libert.
Mai Te Deum fu pi convinto di quello intonato per l'impresa di
Carlo V a Tunisi, dove nel 1535 l'imperatore ebbe ragione della
flotta di Kaireddin Barbarossa, cui segu il feroce saccheggio della
citt e la liberazione di migliaia di schiavi cristiani.
Peccato che ci che fu salutato come l'inizio di una
fiammeggiante campagna contro la Sublime Porta, si spense nelle paludi
nordiche in cui gli eserciti francesi e imperiali continuarono a
sfiancarsi.
Tanto pi che i tenui legami su cui si reggeva la Lega Santa, costituita
per far fronte al pericolo orientale, si infrangevano contro
le rocce di Prevesa, dove il 27 settembre 1538 le navi veneziane
pagavano il tributo alla vendetta del mai domo Barbarossa. Si
esaurivano cos gli effetti della tregua di Nizza, in cui il 28 marzo
dello stesso anno Francia e impero si erano impegnati a deporre
l'ascia di guerra, incitati dalla sin troppo flebile voce di Paolo Terzo,
arrochita dagli anni e dai vizi cui nonostante tutto non riusciva a
rinunciare.
Svanita cos l'illusione di una crociata, il pontefice fu costretto
a utilizzare l'unico strumento che ancora gli rimaneva per mantenere
un alto profilo internazionale: occorreva un concilio, anzi
il concilio.
Quello che si apr a Trento il 13 dicembre del 1545 fu infatti il
pi famoso conciliabolo della storia del cattolicesimo, ma anche
la pi grande occasione mancata della parabola millenaria di questa
istituzione.
La risposta che la Chiesa avrebbe dovuto concedere ai quesiti
riformisti dei protestanti, alle istanze di rinnovamento che da pi
parti si sollevavano al cospetto di un edificio reso logoro dall'abuso
del potere e dal desolante spettacolo della sua rovina sotto
le crepe di un inarrestabile decadimento terreno, si smorz nel
ghigno di una maschera traboccante intolleranza e insofferenza,
a cui segu l'inesorabile crudelt che scand le azioni oscurantiste
della Controriforma.
A ci si ridusse quello che  stato sbandierato come l'inizio
della riscossa cattolica.
Il dogma prevalse sulla riforma e soprattutto chiuse le porte in
faccia a qualsiasi riconciliazione con i figli dissidenti della Croce.
Della cui fuga la chiesa si autoassolse, anzi, ribad ancor pi
torvamente se stessa e la validit della Scrittura ancorata al proprio
magistero interpretativo, per cui valse il principio della giustificazione
per fede.
Ci fu tanto di Paolo in questo, troppo per la verit.
Troppo smaccato l'intento di coprire le proprie malefatte, dettate
da una brama familiare che fu l'unico faro verso cui navig per
tutta l'esistenza. Altro che amore per la verit, altro che tardive
folgorazioni sulla via di Damasco.
La sua chiusura, la stessa che frustrer gli intenti armonizzanti
che avevano condotto Carlo V speranzoso al Concilio, fu figlia
dell'ambiguit della sua cattiva condotta, che seppe celare dietro
una coltre di crudele austerit.
D'altronde la spietatezza del suo animo s'era gi rivelata nel
1536, quando concesse al re Joo Terzo l'istituzione dell'Inquisizione
portoghese, con cui questi sapr trastullarsi ai danni di
conversos ed ebrei lusitani.
In lui, in Paolo si riflett lo spirito del Concilio, quel concilio
che secondo l'acuto ambasciatore spagnolo Juan de Vega fu
lo que el papa mas teme, assecondando il giudizio mai troppo
ascoltato di Pasquino per cui delle proposte di rinnovamento Paolo Terzo fu simulator infame.
Non pi piet comprensiva per l'errante recuperabile, non pi
indulgenza tollerante per il deviante reindirizzabile, ma arcigna
occhiuta vigilanza, durezza punitiva, furia repressiva.
D'altronde, che altro si poteva attendere da colui che fu il promotore
di una delle pi grosse infamie che oltraggiarono Roma?
Fu proprio Paolo Terzo che il 21 luglio del 1542 emise la bolla Licet
ab initio con la quale si inaugurava la tristissima Congregazione
del Sant'Uffizio, destinata a essere il luogo in cui si sarebbero
decretati i verdetti pi spaventosi e terribili mai ascoltati sulla
faccia della terra.
Nasceva l'inquisizione romana, quell'esclusivo club che tra i
suoi iscritti cont la presenza di tanti venerandi indagatori della
verit destinati a diventare papi: a partire da Paolo Quarto, del cui cupo
fanatismo avremo modo di indagare i recessi, sino all'attuale Benedetto
16esimo, che della pia istituzione occup parimenti il posto di
Grande Inquisitore, pur celato dal titolo molto pi rassicurante di
Prefetto, dopo che per volont di Paolo Sesto, nel 1965 ne sono stati
ridisegnati ruoli e competenze, mutandola in Congregazione per
la Dottrina della Fede.
Come se non bastasse, nel marzo di quello stesso anno Paolo
aveva gi vergato la bolla Cupientes Judaeos, destinata a inasprire
la condizione in cui versavano le gi poco felici comunit
ebraiche della penisola italiana: la disposizione apparve poi mitigata
dai privilegi concessi il 23 gennaio 1544 agli ebrei stabilitisi
ad Ancona, seppur non fosse certo ignaro della presenza, tra
questi, di nuovi cristiani tornati alla fede avita; ma c' da giurare
che l'iniziativa, piuttosto che grondare spirito d'umana tolleranza,
fosse molto pi dettata dal rilancio dell'economia anconetana,
culla mai dimenticata delle sue antiche fortune.
C' ancora chi si ostina a considerare il papato di Paolo Terzo non
solo appiattito sui negotii o pulsante di mondani appetiti, ma accondiscendente
ai moti dell'anima e attento e sensibile all'afflato
religioso. Egli, secondo questa lettura, avrebbe rinnovato ordini
religiosi collaudati dai secoli, promosso la fioritura di nuovi, in
una primavera in cui i sai dei Teatini, dei Chierici Regolari di S.
Paolo Decollato, dei Cappuccini danzarono assieme al velo delle
Angeliche e delle Orsoline.
Peccato che al fianco di questo tripudio di carit abbia trovato
voce anche la delirante foga di Ignazio di Loyola, alla cui Compagnia
di Ges Paolo don piena legittimazione con la bolla Regimini militantis ecclesiae del 1540. Appare superfluo ricordare
cosa signific la smania di intervento militante della Compagnia
di Ges pronta, ove si tratti di promuovere la salute delle anime
e la dilatazione della fede, a un impegno strenuo, continuato,
senza dilazione, in assoluta obbedienza a qualsivoglia
comando pontificio, perinde ad cadaver, allo stesso modo di un
cadavere, secondo l'agghiacciante massima del suo farneticante
fondatore.
Cos ovunque fossero infedeli da conquistare, presso i turchi o
nelle lontane contrade delle Indie; ovunque, in casa e fuori, fossero
eretici o scismatici da debellare, questa truppa d'assalto subito
mobilitabile seppe lasciare il segno, le cui conseguenze ancora
appaiono drammaticamente attuali.
Eppure Paolo ne apprezz lo slancio missionario, promuovendone
il radicamento in Africa, America, Asia.
Troppo per essere bilanciato da un'unica nota positiva, la nomina
a vescovo di Bartolomeo de Las Casas che, prendendo possesso
nel 1543 della nuova sede episcopale messicana di Chiapas,
diverr l'unica voce critica dello scempio che si stava compiendo
in nome di Dio oltreoceano.
E troppo indaffarato, Paolo, per cogliere i lamenti di quelle genti
lontane, occupato com'era a compiere stragi in terre nostrane, col
piglio feroce del papa re, la spietatezza del principe temporale.
Nel 1540 la sua furia angelica si abbatteva su Perugia, la cui
ribellione, repressa con rudezza crudele, vedr azzerata l'autonomia
comunale, schiacciata come un monito dall'imponente mole
che il papa commission ad Antonio da San Gallo a imperitura
memoria.
N ci sarebbe stato bisogno, ch il ricordo di quella che fu detta
guerra del sale, dall'odiosa tassa all'origine della rivolta, rimase
talmente inciso da indurre i perugini a mangiare pane sciapo
nei secoli a venire sino a oggi.
Segu lo scatenamento della guerra ad familiam contro la riottosit
dei Colonna, assediati nel 1542 a Paliano, loro roccaforte:
un'impudenza che pagarono con la distruzione del castello e la
cacciata dai loro possedimenti.
Tutto mentre Roma soffocava sotto il peso di un aumentato fiscalismo:
all'aggravarsi delle imposte dirette si aggiunse il cosiddetto
sussidio triennale, che, a dispetto del nome, a forza di proroghe,
da temporaneo si fece definitivo per il costante incalzare
della necessitas d'introiti.
Non bast a Paolo Terzo un imponente maquillage urbanistico, a
cui si dedic con dovizia di mezzi e artisti per emendare la sua
memoria cos invisa ai romani: figurarsi quanto poco si dolsero
tutte le altre vittime della sua crudele azione quando appresero la
novella della sua morte, occorsa il 10 novembre del 1549.
Se addirittura un papa, Benedetto 16esimo, si dorr nel 1775 del
tentativo di riabilitazione proposta per il Farnese dal cardinale
Querini nella sua Imago, non saremo certo noi a impedire che su
Paolo Terzo scenda un pietoso oblio.
...
.
...
Capitolo 11.
...
.
...
Paolo Qaurto.
...
.
...
Chi mostr quanto spietato potesse essere l'occhio e ancor pi
il braccio di Dio fu senza tema di smentita Gian Pietro Carafa,
colui che, dopo una carriera tessuta a seminare il terrore, divenne
papa con il nome di Paolo Qaurto.
Con lui la Chiesa indoss la plumbea cappa del fanatismo intransigente,
imboccando la strada dell'oscurantismo che dovr
attendere il secolo dei lumi per poter di nuovo essere rischiarata.
Ci che colpisce  come tanta crudele determinazione abbia potuto
allignare in un sol uomo, trasfigurando quasi la sua natura
umana in un affilato strumento persecutorio, sciolto da remore o
da piet, fuso in un'adamantina volont di eradicazione.
A meno di non ammettere che non di trasfigurazione si tratti,
tentazione peraltro scusabile vista la frequentazione degli ambienti
cui questo libro ci ha condotti, ma piuttosto una delle innumerevoli
possibili manifestazioni con cui l'animo umano possa
palesarsi.
Certo  consolatorio immaginare che tali eccessi siano il frutto
di una degenerante pratica del potere, tanto pi se questo si  nutrito
nella convinzione che le gioie terrene non solo siano frivole,
ma addirittura pericolose per la salvezza dell'anima e dunque da
perseguire e spazzare via con determinazione feroce.
Eppure quanto sin qui narrato conferma che l'espressione
della crudelt non  solo una conseguenza necessaria di quella
pratica, ma l'incontro di questa con uno spirito gi predisposto
ad accoglierla e ad amplificarla per soddisfare le sue pulsioni.
Pietro Carafa fu uno degli esemplari pi drammaticamente evidenti:
con buona pace di chi, e sono davvero pochi, tenti ancora
di giustificarne le azioni per spirito di corpo e pietosa stolidezza
dottrinale.
D'altronde, su un personaggio che ha portato a dire ai romani
che se la madre avesse avuto la facolt di conoscere il futuro l'avrebbe
certamente strangolato nella culla, ulteriori derive psicoterapiche
appaiono alquanto superflue.
Purtroppo la madre in questione, al secolo Vittoria
Camoneschi, non sembr essere dotata di particolari doti divinatorie e
anzi stim una benedizione quel figlio, nato il 28 giugno del 1476
a Capriglia, in terra avellinese.
Di diverso avviso si scoprir il padre, Giovanni Antonio, barone
di Sant'Angelo della Scala, il quale in barba alla sua volont,
dovr ingoiare la fuga del figlio quattordicenne e il suo ingresso
nell'ordine domenicano. Che tutta la vicenda puzzi di propaganda
apologetica lo dimostra il fatto che proprio il genitore sostenne
gli studi teologici del pargolo, al termine dei quali ebbe cura di
affidarlo alle sapienti mani dello zio Oliviero Carafa.
Questi, forte della sua carica di arcivescovo di Napoli nonch
cardinale, introdusse il nipote nel 1494 alla corte di
Alessandro Sesto, presso la quale si era gi distinto per le mirabili imprese
contro i turchi, compiute in qualit di ammiraglio della flotta papale,
come abbiamo precedentemente ricordato.
Insomma, colui che diverr il paladino incorruttibile della morigeratezza
della Curia, avvi la sua carriera attraverso una vile
raccomandazione.
Questa si riveler particolarmente efficace, permettendo al giovane
Gian Pietro di bruciare le tappe e divenire protonotario apostolico
nel 1503 e l'anno successivo vescovo di Chieti.
Furono anni intensi in cui il nostro antieroe, oltre a incrementare
la gi vasta cultura umanistica e teologica, impreziosita dalla
conoscenza di greco, ebraico e latino, assapor quel lusso di cui,
pur non rimanendone contagiato, comprender il valore esteriore
di manifestazione del potere.
Una lezione che non esiter a ricordare quando verr il momento
di ostentare al mondo la sua assoluta posizione dominante
(almeno secondo la sua distorta visione della realt).
Forte di questi insegnamenti, nel 1506 fu inviato da Giulio II
in missione diplomatica a Napoli: l'occasione era propizia, oltre
che a rendere omaggio a Ferdinando il Cattolico, alla sua prima
visita nel regno appena conquistato, anche e soprattutto per battere
cassa, ricordando gli impegni feudali che la corona napoletana
doveva alla Santa Sede.
Il fallimento di questa parte della missione instiller in Carafa
un odio inveterato contro gli spagnoli che lo accompagner tutta
la vita: quanto fossero boriosi gli iberici era cosa risaputa gi
ai tempi dei Borgia, ma ci che sino a quel momento trapelava
come un confuso sentimento xenofobo di stampo popolare, assunse
nel legato pontifcio proporzioni apocalittiche.
A detta di Bernardo Navagero, ambasciatore veneziano presso
la Santa Sede, il futuro pontefice si spinger sino a dipingere gli
spagnoli come eretici, scismatici e maledetti da Dio, semi di
Giudei e Mori, feccia del mondo.
Non sappiamo quanto di questa acrimonia fosse una tara ereditata
da una famiglia i cui sentimenti filofrancesi da sempre avevano
esposto al biasimo spagnolo: di certo la mentalit dominatrice
di cui gli hidalgos erano rapaci interpreti, unita agli orrori del
Sacco che di l a poco sarebbero stati perpetrati dal lro imperatore,
contribuirono a far nascere in Carafa un montante desiderio
di rivalsa dal sapore sciovinista.
Disciolta in essa, la frustrazione di appartenere a una terra ormai
destinata a essere fatta a brandelli per soddisfare gli appetiti
stranieri, si trasform in uno pseudonazionalismo che riusc a
sfogarsi solo in disperato connubio con un fanatismo intransigente,
la sola attitudine in grado di appagare Carafa.
Tutta la sua esistenza sar dunque improntata al raggiungimento
di quegli strumenti che gli permettessero di affermare la
sua superiorit su un mondo che sostanzialmente gli sfuggiva di
mano, in un'inedita quanto cupa reinterpretazione dell'antica favola
della volpe e l'uva.
Dopo la disfatta napoletana, nel 1507 Gian Pietro stim saggio
recarsi a Chieti dove i cittadini, orfani del loro vescovo, non
dubitiamo essersi strappati le vesti nell'insopportabile attesa che
questi prendesse finalmente possesso della sua diocesi.
Qui visse un periodo di silenzio, nel quale affin l'animo ad
accogliere le aspirazioni riformatrici di cui la Chiesa aveva disperato
bisogno.
Sino al 1513, quando il rinnovato riconoscimento delle sue doti
cos spiccate alla cooperazione internazionale, gli garant una serie
di missioni diplomatiche in Inghilterra, Fiandra e Spagna.
In tali peregrinazioni si consum l'episodico incontro tra
Carafa ed Erasmo da Rotterdam, il quale rimase favorevolmente
impressionato dal prelato tanto da lodarne l'impegno religioso e
l'erudizione.
A giudicare dall'apprezzamento che gli scritti del filosofo otterranno
presso il futuro Paolo Quarto c'e da chiedersi quanto questi
fosse versato nell'arte della dissimulazione o quanto Erasmo fosse
soggiogato da quella follia per la quale tesser il celeberrimo
Elogio.
Sicuramente l'esperienza estera serv, oltre che a rafforzare la
sua sfiducia verso le corti europee, anche a tessere una formidabile
rete di amicizie di cui sapr giovarsi a tempo debito.
Inoltre Carafa pot osservare da vicino gli effetti devastanti di
ci che considerava la nascente peste luterana, la cui strisciante
azione iniziava a lacerare subdolamente l'unit dell'Ecclesia.
Per far fronte a essa, addestr vista e udito a cogliere dettagli,
informazioni e spifferi sino a raggiungere un grado di maestria
tale da essere considerato l'emanazione dell'occhio inscritto nel
triangolo con il quale Dio esplicava la propria natura indagatrice.
Quanto fosse penetrante quell'occhio lo riveler la pungente
prassi inquisitoriale, del cui acume si dorranno tutti coloro che
avranno la sventura di sostenerne lo sguardo.
Intanto l'ascesa al trono spagnolo di Carlo d'Asburgo e molto
pi la pretesa imperiale da questi avanzata, prima osteggiata e poi
accordata da papa Leone Decimo nel 1519, convinse il nunzio ad abbandonare
la Spagna: insormontabile la reciproca diffidenza che caratterizz
da subito il rapporto tra questi e il novello imperatore.
Tornato in Italia Carafa giudic indispensabile la nascita di un
ordine nel quale convogliare tutto lo sdegno accumulato nella
sua lunga vacatio europea: serviva un'armata che si attrezzasse
prontamente a contrastare i draghi fiammeggianti dell'eresia,
la quale piuttosto si rivel un'accozzaglia di esaltati in cui
desiderio di riforma e aspirazioni ascetiche convivevano confusamente
con una naturale inclinazione all'intransigenza e al
fanatico rigorismo.
Sodale compagno in questa avventura fu Gaetano da Thiene,
uno zelante sacerdote che, condividendo gli appassionati bisogni
del combattivo Carafa, cre con lui l'arcigno ordine dei Teatini,
dal nome latino della citt di Chieti, Teate, di cui costui era vescovo.
La nuova congregazione, approvata con breve pontificio il 24
giugno del 1524, oltre a prefiggersi un ritorno alla regola primitiva
della vita apostolica, ebbe il discusso merito di costituire l'esempio
che ispirer i ben pi temibili gesuiti, affascinati"dall'impostazione
marziale con cui tra le sue file si forgiava, si organizzava
e si selezionava una milizia votata alla gloria del Signore.
Tanta passione non poteva che offrire il fianco a una satira feroce,
diretta a sbeffeggiarne il vantato rigorismo morale e disciplinare:
chietino (attenzione alla pronuncia cos pericolosamente
vicina a ben altro epiteto) divenne dunque sinonimo di santit
affettata e fanatico bigottismo.
Incurante degli sberleffi o meglio, temprato da essi, Carafa
continu la sua pia opera di ascetismo rinunciando addirittura
ai benefici ecclesiastici che di volta in volta gli venivano concessi.
Cos mentre era impegnato anima e core a rendere se stesso un
exemplum di specchiata virt, giunse l'annus horribilis 1527, in
cui i lanzichenecchi spinti dal furore imperiale vennero e devastarono
l'Urbe. Notoriamente miscredenti al punto da abbellire
le chiese con i propri escrementi, questi trovarono normale
imprigionare Gian Pietro e tutta la combriccola di zelanti frati, la
cui fervente attivit giudicarono quanto meno fastidiosa.
Sfuggito avventurosamente dalle segrete cui quelle amorevoli
braccia l'avevano confinato, Carafa ripar a Venezia in virt
dell'ausilio dell'ambasciatore Venier, dove riusc insieme ai compagni
a mantenere vivo l'Ordine.
Qui, mentre l'Europa veniva squassata da conflitti e lacerazioni,
il nostro pens bene di dedicarsi a un'intensa attivit di controllo
del clero, tra le cui fila si stavano affacciando le prime manifestazioni
di dissenso ereticale.
Iniziarono a cadere le prime teste letteralmente colpite dal suo
rigore implacabile, che riconosceva nel lassismo del clero una
delle cause del dilagante dissesto.
Questa feroce azione indagatrice non far sconti neppure a un
personaggio del calibro di Ignazio di Loyola, della cui ortodossia
il Carafa giunse a dubitare: ovviamente tali insinuazioni rimasero
lettera morta, sia di fronte al governo veneziano, generalmente
tollerante, sia in seno alla Curia che aveva gi intuito le potenzialit
insite nel guerriero di Cristo per eccellenza.
Ci non ferm Carafa, che anzi perfezion l'architettura sulla
quale si innester tutta la sua rabbia persecutoria: ribadendo la
dogmatica intangibilit delle dottrine cattolico-romane e l'autoritario
primato della Sede apostolica, il teatino si convinse che esse
sarebbero state carta straccia se non innervate da una lotta
spietata contro i luterani, rafforzata da un netto rifiuto di ogni accordo
con i protestanti.
Accanto a ci si imponeva la necessit di una serie di riforme
atte a ridefinire compiti e funzioni della Curia romana, a restituire
prestigio ai vescovi e al papato, non senza l'ausilio di un
agguerrito ordine religioso di stampo militare di cui si era gi
preoccupato della creazione.
Tutto l'impianto nascondeva una lucida analisi politica, tra i
cui flutti Carafa veleggiava come un timoniere navigato: non gli
era sfuggito infatti che la critica teologica e dottrinale delle lite
colte rischiava ovunque di saldarsi alla diffusa insofferenza popolare
verso la Chiesa di Roma, fornendo il pretesto alle aggressive
politiche ecclesiastiche con cui gli Stati di tutta Europa miravano
a ridimensionare il potere e l'autonomia della gerarchia romana.
Carafa stabiliva dunque un nesso tra riforma della Chiesa e lotta
all'eresia, che coinvolgeva la difesa di tutti gli aspetti del potere
pontificio, compreso quello relativo, guarda caso, allo Stato et
alle cose temporali, identificando nel dissidio dottrinale un primo,
pericoloso passo verso la contestazione dell'ordine sociale e
politico costituito.
Siamo alle solite: ci che in fondo premeva anche al pi fanatico
inquisitore era la necessit del mantenimento dello status quo,
la preservazione di un assetto sociale nel quale godere privilegi
acquisiti in un percorso millenario.
D'altronde era stato crocifisso un dio per quello, e non sia mai
che quattro straccioni eretici abbiano l'ardire di rendere sterili i
frutti di quell'altissimo sacrificio.
Se poi tali onestissime rivendicazioni si incontravano con le
fissazioni monomaniacali di cui il Carafa dette impressione di
essere affetto, ecco che il concetto di eresia assurgeva immantinente
a vette vertiginose, includendo tra le sue spire allargate
tutto ci che recava fastidio alla sensibile suscettivit del pio riformatore.
Non bast pi scagliarsi contro il protestantesimo, ma anche
contro ogni comportamento giudicato immorale e corrotto: gli
abusi ecclesiastici andavano cos eliminati allo stesso modo e con
gli stessi strumenti con cui si dovevano combattere l'erasmismo,
la cultura filologica e umanistica, il luteranesimo, il calvinismo,
l'anabattismo ecc.
Quanto fossero genuine le pulsioni riformatrici che Carafa si
ostinava a sbandierare lo dimostrano i fatti che anticiparono, accompagnarono,
deviarono e conclusero il famoso concilio tridentino,
alla fine del quale la Chiesa apparir drammaticamente
cambiata. In peggio.
 vero infatti che nel 1536 Carafa fece parte di quella commissione
che, spinta dalla ritrovata volont riformatrice di Paolo Terzo,
aveva il compito di denunciare puntigliosamente i mali del clero.
Come  vero altres che ci vollero ben tre inviti papali prima che
Carafa abbandonasse Venezia e decidesse di recarsi a Roma nel
mese di settembre: per lui, intransigente di ferro, non deve essere
stato semplice accettare di lavorare gomito a gomito con le anime
candide dei riformatori (quelli reali) molto pi disposti al dialogo
che non alla sferza, ai quali Paolo Terzo aveva deciso di affidare la
diagnosi del corpo malato dell'Ecclesia.
Non saremo certo noi a insinuare il sospetto sulla fortunata
coincidenza tra la risposta alla convocazione papale e l'elevazione
cardinalizia con cui l'integerrimo prelato fu gratificato il 22
dicembre dello stesso anno: comunque Carafa si rec a Roma, e
vi giunse come lupo travestito da pecora.
Intendiamoci: il futuro inquisitore contribu alacremente alla
stesura della relazione che la commissione present al papa nel
1537, il famoso Consilium de emendando ecclesia, che diverr
la base programmatica su cui instradare il prossimo inevitabile
concilio.
 vero altres che fu tra i pi accesi sostenitori delle proposte
pi radicali di riforma: a lui  ascrivibile il puntiglio con il quale
si sottolinearono tutti i principali abusi ecclesiastici, dal cumulo dei benefici alla non osservanza della residenza dei vescovi,
dalle esenzioni e dispense concesse dai tribunali di Curia alla
mancata vigilanza su confessori, predicatori, scuole e stampa
di libri.
Che poi la commissione fin per ritrarre un identikit che assomigliava
in modo imbarazzante proprio a colui che di essa fu il
massimo ispiratore, vale a dire Paolo Terzo, non fa che aggiungere
l'ennesima nota grottesca al gi nutrito curriculum della storia
ecclesiastica.
Ma  anche vero che le motivazioni profonde che mossero il
Carafa furono altre e ben pi sottili.
Ci che si stava profilando era infatti una sotterranea lotta nelle
segrete stanze curiali, un silenzioso scontro tra due fazioni che
vedeva opposti Zelanti a Spirituali, i cui paludamenti religiosi
erano solo maschere esteriori dietro le quali si celava l'ennesima
contesa del potere.
I primi, raccolti intorno a Carafa, la cui figura equivaleva a un
formidabile magnete, costituivano la frangia pi intransigente
della gerarchia ecclesiastica, interpreti della linea dura che rifiutava
qualsiasi cooperazione con i protestanti considerati semplicemente
eretici; essi erano fautori di un rinnovamento che avesse
nella Chiesa cattolica il suo punto di partenza e di arrivo, interpretata
come l'unica istituzione la cui auctoritas doveva regnare
sovrana sia in campo dottrinale che morale.
Gli altri rappresentavano l'ala pi moderata presente nei vertici
curiali, favorevole al dialogo col mondo luterano di cui apprezzavano
se non gli aspetti dottrinali (e in alcuni casi anche quelli),
almeno le istanze morali di rinnovamento e ripristino degli antichi
valori cristiani; esponenti di spicco di questa fazione, le cui
prospettive di apertura affascinavano anche un animo inquieto
come quello di Michelangelo Buonarroti, erano il cardinale inglese
Reginald Pole e il cardinale Giovanni Morone.
 evidente che l'inflessibilit del Carafa mai e poi mai avrebbe
raggiunto un compromesso con questi ultimi: la sua adesione alla
commissione dunque aveva ben altri propositi.
Da un lato gli consentiva di stare francobollato al pontefice,
permettendogli di attrarlo progressivamente verso le proprie posizioni;
dall'altro gli offriva la possibilit di esercitare una funzione
di supervisione evitando che le conclusioni della commissione
giungessero a pericolose derive; in ultimo, ed  forse la motivazione
pi cogente, indirizzare i contenuti del documento programmatico
gli avrebbe fornito uno strumento da ritorcere contro
i suoi eventuali nemici: una volta individuati i mali che attanagliavano
la Chiesa, chiunque fosse incappato in quelle mancanze
avrebbe potuto essere rimosso con forza, grazie a una autorit
riconosciuta unanimemente.
Carafa infatti guardava lontano, avendo colto perfettamente
quale fosse la materia del contendere.
Il concilio, che ormai si profilava all'orizzonte, non avrebbe
mai costituito un ponte verso il mondo protestante, al contrario
sarebbe stato una diga contro cui infrangere l'esiziale pestilenza
eretica che aveva osato diffondersi.
Ecco l'unico valore che Carafa attribuir all'assemblea pi
famosa della storia della Chiesa, divenire il mezzo attraverso il
quale essa si sarebbe rinsaldata nel senso pi cupo del termine,
rinserrando le fila in cui non sarebbe passato neppure un ago che
ne minasse la granitica coesione e l'assoluta convinzione di costituire
la sola istituzione deputata a trasmettere il mandato divino.
Quando Carafa pensava alla Chiesa, pensava ovviamente a se
stesso, immaginandosi come la perfetta incarnazione della sua
incorruttibilit: se i nemici della Chiesa andavano schiacciati, i
suoi nemici dovevano essere annientati.
Quanto avesse ragione lo dimostra il torto che dal quel momento
fu commesso contro il mondo.
Infatti, mentre nel 1537 i lavori della commissione si
liquefacevano di fronte all'inconciliabilit delle posizioni, ognuna radicalizzata
sulle proprie convinzioni, Carafa lavorava sottotraccia,
insinuandosi nell'atteggiamento equidistante ancora mantenuto
da Paolo Terzo rispetto ai due schieramenti.
Alla fine anche il pontefice abdic alla propria indole, molto
pi simile a quella del Carafa di quanto abbia voluto ammettere
sino a quel momento, concedendo nel 1542 l'istituzione del tanto
sospirato tribunale romano del Santo Uffizio.
Finalmente, forte dello strumento inquisitoriale, tra gli anni
Quaranta e i primi anni Cinquanta del 16esimo secolo, Carafa pot
condurre in porto il suo ormai definito programma di conquista
dei vertici ecclesiastici a cui si accompagn il mai sopito spirito
di opposizione antimperiale.
Nelle sue mani il Sant'Uffizio divenne un temibile strumento
di ricatto e selezione della classe dirigente ecclesiastica, avviando
indagini e raccogliendo documentatissimi dossier ai danni di
prelati, vescovi e cardinali, anche solo lontanamente sospettati di
professare dottrine eretiche. L'Inquisizione romana riusc a bloccare
l'ascesa di tutti coloro che si opponevano non solo alla linea
intransigente carafiana, ma anche di quegli esponenti del partito
filoasburgico che associavano la loro posizione religiosa al pur
tramontato tentativo di conciliazione inseguito da Carlo V.
Il potere di Carafa cresceva a dismisura, tanto che alla morte di
Paolo Terzo, avvenuta nel novembre del 1549, il suo veto fu decisivo
a impedire che le pressioni politiche di Carlo V portassero sul
soglio Reginald Pole, che oltre a leader spirituale era anche uno
dei pi autorevoli rappresentanti del partito imperiale in seno al
Sacro Collegio.
Carafa, presentando al conclave l'abbondante documentazione
inquisitoriale puntigliosamente raccolta, blocc l'elezione di un
personaggio che costituiva in buona sostanza un temibile avversario
politico.
Neppure l'elezione di Giulio Terzo nel 1550 ferm lo zelo
inquistoriale del cardinale teatino, che anzi fu sfruttato per ostacolare
nomine e promozioni dettate dalla volont del nuovo pontefice.
Carafa incarnava ormai una sorta di auctoritas parallela, capace
di muoversi alternativamente e indipendentemente ai dettami
pontifici.
Eclatante fu in tal senso l'inchiesta che questi istru nel 1552 ai
danni del cardinale Morene, l'altro esponente di punta del partito
degli Spirituali: avr sudato freddo il poveretto e forse qualcosa
di pi prima che il pontefice, finalmente informato dei fatti,
per giunta accidentalmente, procedette a bloccarla d'autorit, nascondendo
nelle proprie stanze gli incartamenti processuali prodotti
dal Sant'Uffizio.
Che lo stesso papa fosse costretto a nascondere le prove denuncia
quanto opprimente fosse l'occhio del Carafa, il cui cupido
sguardo ormai si allungava sul soglio di Pietro.
E difatti, dopo che nel 1555 la morte di Giulio in port all'elezione
di Marcello II, il cui effimero pontificato si consum in
appena un mese, complice, a detta del cronista una piaga segreta
a una gamba - sulla cui esizialit non saremo certo noi a gettare
l'ombra del sospetto -, finalmente Pietro Carafa prendeva possesso
di ci che considerava suo di diritto, divenendo papa il 23
maggio 1555 con il nome di Paolo Qaurto.
Da subito fu evidente che questo papa non aveva nessun interesse
per l'unit dei cristiani e che tutte le sue energie erano
indirizzate a una politica bieca e profondamente reazionaria,
volta all'autoesaltazione. L'elezione vide il ritorno dei riti sfarzosi,
degli ori e degli argenti, poich, come egli argomentava,
occorreva incutere timore e rispetto agli altri e particolarmente ai
sovrani in visita che avrebbero dovuto ascoltarlo a bocca aperta
e in ginocchio.
Pi che il vicario di Cristo, questo settantanovenne alto, dalla
testa grossa e conica, tormentato dai reumatismi eppure elastico
nei gesti, dall'aspetto selvaggio e con la voce crepitante e
catarrosa, doveva apparire come la collera di Dio incarnata: le testimonianze
del tempo lo ritraggono efficacemente come un uomo
d'acciaio che sprizzava scintille anche dalla dura pietra su cui
camminava.
Quelle stesse testimonianze che abbellirono salacemente il racconto
del furore di Carlo V nell'apprendere la novella dell'avvenuta
elezione, da cui il nuovo pontefice avr tratto un'ulteriore
nota di giubilo, certo di aver inflitto un dispiacere al suo antico
avversario.
Ma Carafa non era tipo da baloccarsi con queste inezie: ora
che poteva agire alla luce del sole, si prodig di oscurarlo con la
propria furia.
Dopo neppure pochi mesi, tra maggio e giugno dello stesso
anno, si preoccup di innalzare l'inquisizione all'inusitata funzione di vero e proprio organo di governo della Chiesa: ne ampli
sia il numero dei componenti, saliti da otto a quindici, sia le competenze,
estese alla repressione degli abusi ecclesiastici che sino
a quel momento erano affidati ad altri tribunali.
Si instaurava cos, sotto l'egida inquisitoriale, un governo improntato
a una linea di autoritario rinnovamento istituzionale e di
rigoroso controllo religioso, dilatato dall'ambito dottrinale fino a
quello politico e amministrativo.
Un governo affamato di sangue.
Sintomatica dell'inasprito giro di vite fu la costituzione di un
organismo di controllo sull'attivit dei funzionari pubblici, il cui
eloquente nome di Congregazione del Terrore degli Ufficiali di
Roma non necessita di commenti ulteriori.
N stupisce l'acuirsi dell'azione persecutoria perpetrata ai danni
di coloro che erano considerati i nemici di Cristo per eccellenza:
agli ebrei non fu lasciato scampo, a dispetto degli ottimi vantaggi
di cui la Santa Sede godeva in virt della loro attivit feneratizia.
La bolla Cum nimis absurdum del 14 luglio 1555 istitu il ghetto
ebraico di Roma, imponendo una serie di obblighi tra cui
spiccavano il divieto di possedere beni immobili e di esercitare attivit
commerciali e professionali, l'intimazione di vendere ai cristiani
le propriet, l'obbligo di ridurre al dodici per cento l'interesse sui
prestiti e infine l'onta di portare il famigerato berretto giallo come
segno distintivo.
La particolare dedizione con cui Paolo Quarto si accaniva nell'adottare
provvedimenti di natura economica, tanto lesivi per gli ebrei
quanto vantaggiosi per i ceti mercantili cattolici, rivela come l'offesa
costituita dalla presenza ebraica fosse molto pi oltraggiosa
per Mammona che non per Dio stesso.
Eppure al cospetto della potente divinit pagana fu costretto
a piegarsi anche lo straripante antisemitismo del pontefice che
aveva individuato nei marrani portoghesi di Ancona il successivo
bersaglio.
Per nulla convinto della bont della loro conversione, egli si
scagli come un ossesso contro la fiorente comunit, producendo
arresti e condanne a morte tra coloro che, vista l'importanza del
ruolo economico rivestito, avevano goduto di importanti privilegi
sia sotto Paolo Terzo che sotto Giulio Terzo. Tocc alle comunit
ebraiche orientali rimettere in riga il pontefice: nel 1556, il boicottaggio
dell'importante porto adriatico, crocevia dell'economia
di quel settore geografico, costrinse il Carafa a tornare sulle sue
decisioni, dimostrando che, quando si trattava di affari, non c'era
fervore religioso che tenesse.
D'altronde questo non aveva di che lamentarsi, visto che il suo
ardore scaldava le innumerevoli pignatte colme di trementina
bollente con cui a Piazza Navona si continuavano a friggere alacremente
tutti coloro che erano in odor di eresia.
Valga per tutti la testimonianza del povero studente nolano Pomponio
Algerio che il 19 agosto del 1556 sub l'ignobile supplizio
semplicemente per aver negato l'autorit papale (e immaginiamo
in quale modo gli sia stata estorta la confessione) subordinandola
a Cristo, l'unico e solo capo della Chiesa.
Ma l'elenco fu lungo, drammaticamente lungo, e mentre Paolo
si dilettava a redigerlo, in Europa la Storia andava avanti.
Deluso dall'esito del Concilio e ancor pi convinto che il papato
ormai languisse in un pantano immobilizzante, Carlo V aveva
firmato il 25 settembre 1555 la Pace di Augusta, senza appunto
preoccuparsi di coinvolgere la Chiesa.
Fu il trattato in cui tutti i principi tedeschi ribadirono la famosa
formula del Cuius regio, eius religio Di chi () il potere, di lui
(sia) la religione, secondo la quale, nei territori del Sacro Romano
Impero, era possibile scegliere tra cattolicesimo e luteranesimo:
alla popolazione non rimaneva che aderire alla religione del
principe di quel territorio oppure era costretta a cambiare regione,
dimostrando che la sensibilit verso le aspirazioni degli umili era
un miraggio anche per chi si professava loro alfiere.
Contestualmente a ci Carlo V abdic a favore del figlio Filippo
II in Spagna e del fratello Ferdinando Primo d'Asburgo come successore
imperiale.
Ovviamente lo spropositato ego di Paolo Quarto si imbufal di fronte
a una serie di atti che ne decretavano la marginalit, senza contare
quanto lo sdoganamento dello scisma luterano debba averlo reso
quasi idrofobo.
Decret in un concistoro che l'atto di abdicazione di Carlo non
era valido e quindi che Ferdinando non era legittimato al trono
dell'impero.
Poi si apprest a condurre la sua personale crociata, non confidando
in nessun altro che non fosse legato a lui dal vecchio e mai
tramontato vincolo di sangue.
Ebbene s, anche l'apostolo perfetto cedette all'afflato degli
affetti, indulgendo a una politica smaccatamente nepotistica che
lo accomunava a tutti i suoi predecessori, con l'unica differenza
che in questo caso si tratt della prosecuzione naturale del suo
egocentrismo, convinto che l'innalzamento dei propri parenti non
avrebbe mai offuscato la benedicente mano del padre padrone.
Questa si pos accondiscendente sul capo del nipote prediletto,
Carlo Carafa, uno sregolato capitano di ventura, spregiudicato e
di malaffare, che venne eletto alla dignit cardinalizia nel 1555
per divenire successivamente segretario di Stato.
Quest'ennesima incarnazione del dittatore da operetta risolse
tutta la sua abilit nell'abbindolare incredibilmente l'amorevole
zio, cui la passione verso la carne della sua carne deve averne
offuscato la proverbiale sagacia: il resto della sua politica fu un
vero e proprio disastro.
Sfruttando la naturale idiosincrasia del pontefice nei confronti
degli spagnoli, l'audace nipote si proponeva di rimettere in discussione
l'assetto della penisola italiana in modo da ricavarne
compensi territoriali per s e per la sua famiglia. Quanta nobilt!
Fu in tal senso che sfrutt l'incidente occorso nell'agosto del
1555 nel porto di Civitavecchia, in cui il legato imperiale Carlo
Sforza aveva catturato due galee francesi: Carlo fece credere allo
zio che il blitz fosse connesso a una congiura perpetrata ai suoi
danni dal mai domo partito filoasburgico, le cui trame sarebbero
state intessute dal cardinale Ascanio Sforza di Santa Flora.
A riprova di ci Carlo present due lettere da lui intercettate
che inchiodavano lo Sforza alle sue responsabilit, con le quali il
porporato si lamentava presso l'imperatore di non essere riuscito
a impedire l'elezione di Paolo Qaurto.
La reazione fu immediata: per lo Sforza si aprivano le prigioni
di Castel Sant'Angelo, mentre le terre dei cardinali della fazione
imperiale, in primis i Colonna, furono confiscate e sapientemente
distribuite tra i Carafa.
Per ultimo Paolo Quarto si alleava con i francesi che avrebbero fornito
12.000 effettivi per servire la Santa Sede in funzione antispagnola.
Pur convinto che sia francesi che spagnoli fossero dei barbari
della cui presenza l'Italia doveva fare a meno, il pontefice scelse i
transalpini, convinto che a tempo debito si sarebbe potuto
sbarazzare di questi molto pi facilmente degli iberici, con i quali pervicacemente
si ostinava a non voler avere nulla con cui spartire.
Questi, dal canto loro, oltre a ricambiare la spassionata opinione
che Carafa nutriva nei loro confronti, prevennero la pecoreccia
politica del papa inviando alla volta del patrimonio di San Pietro
un esercito guidato dal famigerato Duca d'Alba, uno che quando
c'era da menare le mani non faceva sconti a nessuno.
Le truppe francesi, pi che spaventate dalla sinistra fama del
condottiero, dovettero ritirarsi, visto che il loro impegno era richiesto
in ben altro fronte, presso la Rocca di San Quintino, dove
la loro sconfitta avrebbe definitivamente spalancato al predominio
spagnolo le porte sul territorio italiano. Mentre Roma rimaneva
potenzialmente in bala di un esercito invasore per colpa
della cieca avidit di un inetto che aveva dalla sua il solo merito
di essere imparentato con il papa.
Grazie a una provvidenziale mediazione di Venezia, l'esercito
spagnolo si ferm sotto le mura della citt, ma il pontefice fu
costretto a riconoscere Filippo Secondo come buon sovrano cattolico e
dovette rinunciare all'alleanza con la Francia, dichiarandosi neutrale
e firmando la poco fruttifera Pace di Cave nel settembre del
1557.
Che la politica internazionale di Paolo Quarto non fosse ottenebrata
solo da un accecante amore parentale ma anche da una particolare
concezione del mondo fu evidente dal comportamento che egli
adott con l'Inghilterra.
Nel 1559, l'ambasciatore inglese Edward Crane lo Inform che
Elisabetta Prima Tudor era succeduta sul trono d'Inghilterra a
Maria I, la famigerata Bloody Mary. Paolo, il cui amore per le donne si
limitava al giudizio con cui l'Aquinate le aveva definite uomini
abortiti, nutriva per un debole per l'ex sovrana, capace di emendare
la memoria dello scellerato padre con un bel rogo su cui bruci
un non cospicuo numero di altrettanto scellerati protestanti.
Con il tatto che lo contraddistingueva Paolo chiese
all'ambasciatore se Elisabetta si rendesse conto che l'Inghilterra fosse una
propriet della Santa Sede sin dall'epoca di Re Giovanni, diffidando
dunque la bastarda, l'usurpatrice, l'eretica di rinunciare
alle sue ridicole pretese e di presentarsi immediatamente al suo
cospetto per chiedere perdono.
Ovviamente Elisabetta, due mesi dopo, ruppe le relazioni diplomatiche
con Roma.
Tutto mentre quel genio di Carlo Carafa, il cardinale condottiero
e imbroglione, sperperava la propria esistenza tra lusso e stravizi,
tra cui spiccava anche l'intollerabile peccato di omosessualit, il
cui reiterarsi costitu motivo di scandalo, tanto da costringere alla
denuncia il cardinale di Lorena.
Una pratica che a quanto pare lo accomunava al fratello Giovanni,
il generale della Chiesa che aveva goduto anch'esso della
benevolenza dello zio.
La quale, di fronte a tali accuse, non pot pi dimostrarsi compiacente,
costringendo Paolo Quarto a condannare pubblicamente il
comportamento dei nipoti nel concistoro del gennaio 1559.
Sdegno e amarezza pervasero da allora l'animo del papa, non
certo incline a sentimenti positivi, e la delusione con la quale egli
vide dissipato quel briciolo di amore che era stato in grado di dispensare
fu confortata da quell'unica passione nella quale aveva
dimostrato di non avere rivali: perseguitare divenne dunque il suo
unico motto.
Cos nel 1559 il pontefice deluso trov diletto nel compiere
quell'atto che forse fu il pi criminale di tutta la sua non invidiabile
carriera: redasse il famigerato Index librorum prohibitorum
che costitu il punto pi profondo in cui si inabiss l'intolleranza
e la buia intransigenza della Chiesa.
 vero che di siffatte liste esistevano gi dei precedenti pi o
meno illustri, come il Cathalogus librorum Haereticorum, partorito
a Roma l'anno prima e anticipato da svariati Indici prodotti
a Parigi, Lovanio, in Portogallo, in Spagna e nella Serenissima.
In essi riverberava l'antichissima tradizione del controllo dottrinale,
politico e morale sulla produzione letteraria, con cui la
Chiesa si distingueva da tempo immemorabile, ma si trattava di
iniziative con limitata validit locale, prive peraltro della severit
che invece contraddistinguer il documento del 1559.
Il rigore estremo, indiscriminato e talvolta persino grossolano
con cui questo primo Indice romano dei libri proibiti falciava senza
distinzioni e con impeto distruttivo gran parte della cultura
europea, derivava sia dalla circostanza che per la prima volta la
Chiesa metteva ufficialmente in cantiere un'operazione di repressione
culturale di portata tanto vasta, sia dal fatto che la redazione
era stata affidata al Sant'Uffizio - ormai estensione quasi
fisica dello stesso pontefice -, sia infine dalla convinzione che la
penetrazione dell'eresia potesse essere fermata soltanto tramite
provvedimenti censori drastici, diretti semplicemente e aprioristicamente
a eliminare tutti i testi eterodossi o solo sospetti, inclusi
quelli considerati puramente e semplicemente immorali.
L'Indice inizi a distinguere cos tre categorie di libri, ciascuna
ordinata alfabeticamente: quelli di autori che combattevano
consapevolmente o si discostavano con continuit dall'ortodossia,
di cui venivano proibite in blocco tutte le opere, che trattassero
o meno di argomenti di fede; quelli di autori che talvolta
cadevano nell'eresia e altre volte in altri tipi di errori (come
ad esempio la magia), di cui si censuravano solo alcuni testi; e
infine tutti quei libri gi composti o in futuro firmati da eretici
conclamati o stampati sotto il loro nome, tutti gli "scritti comparsi
negli ultimi quarant'anni senza indicazione dell'autore,
dell'editore, della data o del luogo di edizione, anche se non
concernenti argomenti religiosi, e tutti i volumi in futuro pubblicati
senza licenza ecclesiastica.
In base a questi dettami era incorsa nelle censure dell'indice
non solo la letteratura religiosa protestante, ma anche la migliore
cultura umanistica e rinascimentale europea, dal Decameron di
Boccaccio all'intera produzione letteraria di Erasmo, da alcune
opere di Savonarola a quelle di Machiavelli, secondo il criterio
tipico dell'intransigenza carafiana per il quale l'uso della critica
storico-filologica introdotto dall'Umanesimo aveva costituito il
cavallo di Troia della contestazione delle verit di fede e aperto
cos la strada all'eresia.
L'operazione era perfettamente in linea con il terrore dell'avanzare
inarrestabile della cultura e della conoscenza, da sempre
considerate perniciose da una Chiesa che aveva bisogno dell'ignoranza
del gregge per prosperare.
I decreti che definivano l'Index contenevano, tra le altre cose,
il divieto di stampare, leggere e possedere versioni della Bibbia
in lingua volgare senza previa autorizzazione personale e scritta
dal vescovo, dall'inquisitore o addirittura dall'autorit papale:
tale divieto rester valido fino al 1758, quando verr abrogato da
papa Benedetto 14esimo.
Le proteste di moltissimi stampatori e librai, le difficolt di dar
esecuzione da parte degli inquisitori locali a un Indice cos drasticamente
formulato, la disapplicazione cui and incontro, non
solo in Francia ma anche nella cattolicissima Spagna, indussero
il Sant'Uffizio a stampare nello stesso 1559 un'Istruzione circa
l'indice con la quale si cerc di mitigare parzialmente il precedente
furore censorio e di fornire pi precise direttive agli inquisitori
locali, senza per modificare la sostanza di uno strumento
repressivo reso dalla sua stessa draconiana intolleranza pressoch
inutilizzabile.
Ma ormai la strada era segnata e costitu il maggior lascito che
questo pontefice concesse all'umanit.
Fortunatamente anche per lui venne il momento di abbandonare
questa valle di lacrime: dopo una lunga malattia, il 18 agosto
1559, Paolo Quarto rendeva la sua fulgida anima al Signore.
Quello stesso giorno il popolo di Roma, oppresso da quattro
interminabili anni di cupo rigore inquisitoriale, esplose in
un tumulto che vide la folla mutilare la statua del pontefice in Campidoglio,
trascinata per le strade e gettata nel Tevere, per poi rivoltarsi
contro la sede dell'Inquisizione romana, allora al convento
domenicano di S. Maria sopra Minerva, dove furono aggrediti
e feriti non pochi frati domenicani, fatti fuggire i prigionieri e
incendiato il palazzo.
Nulla rispetto a ci che Gian Pietro Carafa ebbe la sventura di
compiere: Fu papa e tanto basta, come sottoline rinarrivabile
Pasquino.

PARTE TERZA.
GLI INQUISITORI.
I MASTINI DELLA CHIESA.
Capitolo 12.
Corrado di Marburgo.

Se c' una parola che pi di tutte condensa nella memoria collettiva
la cupezza e l'orrore, la crudelt e l'oppressione con cui
la Chiesa ha schiacciato sotto i suoi piedi le epoche passate 
l'inquisizione. Nel sentirla,  impossibile non immaginare carceri
putrescenti, catene, bracieri attizzati tra i cui carboni ardenti sfavillano
ferri incandescenti, pronti a martoriare corpi nudi che si
dimenano sugli strumenti di tortura, convulsi nelle pose di un'atroce
agonia.
Proprio in quei corpi risiede la forza evocatrice di quella parola,
capaci di risvegliare morbose curiosit voyeuristiche con cui
soddisfare pulsioni altrimenti nascoste dietro la vigile cortina del
buonsenso e del vivere civile.
E pensare che coloro che inscenarono tali macabri teatri, inseguivano
proprio la salvaguardia dell'ordine costituito, riservando
siffatti trattamenti a tutti coloro che costituivano la minaccia
di una pericolosa deriva di ordine sociale, siano essi bollati come
adoratori del diavolo, fattucchiere, miscredenti, in una parola
eretici.
O almeno questa  la risibile giustificazione che adottano tutti
quelli che da alcuni anni a questa parte si sforzano di cancellare
con un colpo di spugna revisionistica quella che ai loro occhi si
presenta come una leggenda nera.
Secondo questi paladini della verit, la critica storica si sarebbe
adagiata sulla diffamazione protestante, illuminista e marxista,
cadendo nella trappola dell'estremismo e del pressapochismo che
la condannerebbe all'inevitabile esito di consumarsi quale fossile
di ideologico anticlericalismo.
Soggetta a queste suggestioni, per altro ingigantite da una lunghissima
speculazione che attraverso libri, pellicole, fumetti,
quadri, avrebbe condizionato l'opinione comune tanto capillarmente
quanto profondamente, questa tradizionale visione non
corrisponderebbe affatto alla realt dei fatti: l'inquisizione si imponeva
come uno strumento necessario, utile alla salvaguardia
delle comunit e dei loro archetipi culturali, un baluardo all'ombra
del quale i nostri avi avrebbero prosperato.
Come se non bastasse, a questa inoppugnabile difesa qualitativa
gli arditi restauratori della memoria storica adducono motivazioni
quantitative, agitando dati che senza ombra di smentita
dimostrerebbero come nel corso della sua santa attivit, tale istituzione
non avrebbe mietuto quell'incalcolabile numero di vittime
che le attribuiscono i suoi detrattori, ma al massimo poche
centinaia di morti.
Ora, tralasciando il ribrezzo che si accompagna alla pretesa di
un approccio contabile in relazione a fenomeni umani, tanto pi
forte se sconfinante nella morte, vorrei pacatamente controbattere,
accettando di inabissarmi al livello della discussione.
 vero che molti fatti furono gonfiati dalla propaganda luterana
e successivamente da quella illuminista, peraltro assai simile a
quella stessa ondata denigratoria con cui la Chiesa ha sgretolato
il mondo pagano preesistente.  vero che l'inquisizione produsse
meno vittime di quanto non accadde in quasi milleseicento anni
di continue lotte intestine tra le varie sette cristiane.
Rimane comunque sbalorditivo che gli apologisti ignorino (o
meglio, facciano finta di ignorare) che il nocciolo della questione
non sia la validit di computi numerici, ma la straziante evidenza
che la Chiesa, un'istituzione a suo dire predicatrice di pace, amore
e carit, abbia comunque autorizzato o perpetrato la condanna,
la tortura e l'uccisione di persone ree d'aver contraddetto i dogmi
di un Dio altrimenti onnipotente, onnipresente e infinitamente
misericordioso.
Tanto pi che proprio grazie a tali strumenti, oltre che all'inganno
e alla macchinazione politico-economica, conditi da donazioni
falsificate o appoggi garantiti dal papato ora a questo
ora a quel potente, la Chiesa  riuscita ad assicurarsi un proficuo
presente e tenta tutt'oggi di perpetuarsi a tutti i costi per il futuro
a venire.
Quanto poi sia opportuno confinare nel ghetto della pericolosit
sociale uomini e donne che ebbero l'unica colpa di manifestarsi
diversamente dalla logica del pensiero dominante, rientra in quella
soffocante univocit del pensiero che chiunque dotato di un
briciolo di intelligenza dovrebbe rifuggire come la peste, a meno
di non apparire come portatore insano di stolidezza conclamata.
Per concludere, trovo imbarazzante introdurre una revisione
numerica, non fosse altro che essa si basa su una percentuale di
documenti molto bassa, il cui elenco sarebbe certamente pi elevato
qualora gli archivi ci fossero pervenuti integralmente.
Peccato che essi non siano scampati alla furia di quello stesso
popolo di cui si pretende che la Chiesa e l'inquisizione siano gli
alfieri, il quale al contrario, terrorizzato ed esasperato dalle amorevoli
cure cos puntigliosamente espresse, non esit ad assaltare
i tribunali e i dispensatori di giustizia l arroccati, non appena la
disperazione della loro condizione gliene offrisse il destro. Per
tacere della distruzione di intere liste di sospettati e condannati
cui provvidero zelantemente gli stessi esecutori del pio mandato,
evidentemente orgogliosi del proprio operato al punto da preferire
che non ne restasse alcuna traccia.
Un imbarazzo che non sfior minimamente il prode personaggio
che incombe nel titolo, il quale sicuramente non mi avr perdonato
per aver sofferto la dilazione di una lunga quanto doverosa
introduzione prima di rifulgere nel racconto delle sue gesta.
Queste si iscrissero nella parabola del 13esimo secolo, quando una
Chiesa in affanno cominciava a mostrare i denti e i muscoli in risposta
a un attacco alla sua autorit senza precedenti, laddove
bogomili, catari, valdesi e poi anche dolciniani danneggiavano con
capillari infiltrazioni il corso sereno e maestoso della sua unit.
Non che sino a quel momento la santa istituzione avesse fatto
molto per impedire questo lento sgretolarsi: l'arroganza dell'onnipresente
clero romano, a cui si accompagnavo abusi intollerabili,
lasciava poco spazio a un sentimento benevolo tra i cuori
palpitanti delle popolazioni europee.
Ai quali d'altronde non sfuggiva quanto deplorevole fosse divenuta
la corruzione in cui versava l'ingombrante sistema ecclesiastico,
tanto da far lamentare uno dei maggiori minnesangr
dell'epoca, l'eccelso Walther von der Wogelweide, che addirittura
si rivolgeva a Dio accusandolo del suo torpore di fronte alle
ruberie e ai delitti commessi dai suoi indegni ministri.
Si palesava dunque una situazione insostenibile, tale da spingere
lo stesso pontefice a deplorare i propri sacerdoti descrivendoli
come peggiori delle bestie che sguazzano nel loro stesso letame.
Ora di fronte a un tale stato di cose, sarebbe lecito attendersi,
oltre che un salutare esame di coscienza, anche un repentino cambiamento
che ricollochi coloro che si professavano i custodi della
volont divina - e che anzi traevano ragione di esistere proprio in
virt di tale rivendicazione - sui giusti binari di quel percorso che
riconducesse a quel Dio tanto abusato.
Neanche per sogno! Le tentazioni alle quali il clro indulgeva
sempre pi assiduamente, oltre all'impossibilit di rinunciare a
facili guadagni ricavati nello svolgere il pi semplice degli atti
che gli erano dovuti, sia esso una comunione o un'estrema unzione,
spinsero la Chiesa a rispondere nel modo che ha sempre ritenuto
il pi conveniente e fruttifero: quello cio di reprimere nella
violenza le sacrosante aspirazioni di rinnovamento, giustificando
la stessa con un geniale ribaltamento in cui tutta la giustezza delle
accuse che le venivano imputate perdeva la sua validit, confusa
tra le ombre di una non meglio identificata eresia.
Tanto pi insistenti le richieste del cambiamento, tanto pi crudele
la risposta che le zitt.
Ecco dunque profilarsi la necessit di quella Inquisizione di
cui il nostro Corrado fu interprete fedelissimo.
Di lui sappiamo che nacque in Germania, in un anno imprecisato
tra il 1180 e il 1190, proprio negli anni in cui il pontefice Lucio
III promulgava la bolla Ad abolendam gettando le basi di ci che
di l a poco sarebbe divenuta l'inquisizione.
Nel documento infatti si affacciava il principio giuridico, sinora
sconosciuto al diritto romano, secondo il quale anche in assenza
di testimoni, si poteva essere accusati di eresia e dunque subire
un processo. Bastava dunque un sospetto o una semplice delazione
per istruire la causa processuale alla quale, contrariamente a
quanto finora accaduto, era lo stesso vescovo o un suo delegato a
sovrintendere.
La differenza fu sostanziale: se fino a quel momento, infatti,
la Chiesa si era limitata a definire quali proposizioni teologiche
fossero eretiche e, al massimo, procedere alla scomunica, adesso
si faceva carico ai vescovi di andare in cerca degli eretici e
processarli. Da qui il termine inquisire che fu all'origine di tanto
orrore.
Tali sottigliezze giuridiche furono ben note al nostro Corrado,
visto che le fonti ce lo consegnano come persona molto istruita,
tale da raggiungere il titolo di magister ottenuto dopo gli studi
teologici e giurisprudenziali probabilmente a Parigi o Bologna.
Contrariamente a quanto supposto dallo storico ecclesiastico
Hausrath, Corrado non appartenne n all'ordine francescano n
a quello domenicano, svolgendo la propria azione in qualit di
prete secolare in quel di Magonza. Del resto il fraintendimento 
assolutamente giustificabile, a giudicare dallo zelo con il quale il
chierico si dedicher alla lotta contro le eresie, manifestando una
frenesia che non avrebbe sfigurato tra le fila degli appassionati
seguaci di Domenico e successivamente tra gli adepti del poverello
d'Assisi.
Ci in cui le fonti concordano, naturalmente tutte di chiara
impronta cattolica,  la descrizione di un uomo dalle labbra
sottili, integerrimo, esempio di morale ascetica, incorruttibile
e dotato di vasta erudizione teologica: sostanzialmente il profilo
del perfetto inquisitore.
Questo dunque deve aver colto in lui l'ottimo Gregorio Nono,
quando il 12 giugno del 1227 lo legittim a compiere la sua azione
meritevole, quella cio di estirpare la malerba dal campo del
Signore: l'uomo perfetto o meglio il prete perfetto a cui affidare
la carica di inquisitore generale per quella terra di Germania dove
le eresie sopravanzavano di gran lunga il numero dei grani dei
rosari snocciolati per esorcizzarle.
D'altronde il curriculum di Corrado era impeccabile: si era gi
distinto nell'opera grandiosa di accanito sostenitore della propaganda
pontificia ai tempi della nefasta crociata contro gli albigesi,
quando appoggi l'operato scellerato di Innocenzo Terzo, attraverso
un'attivit predicatoria tanto veemente quanto incessante, in cui
incitava al massacro degli eretici, giustificando e addirittura santificando
ogni atrocit.
Dalle parole pass presto ai fatti, incendiando il rogo sul quale
in una cupa mattina del 1212 perirono ottanta valdesi sulla piazza
di Strasburgo, il cui sacrificio firm il biglietto da visita con il
quale Corrado si presentava al mondo in qualit di sradicatore
dell'eresia.
Tale ferocia non si arrest alla morte di Innocenzo III: al conseguente
rilassamento generale registrato tra chi portava avanti
la crociata genocida, al punto da spingere gli eventi verso una
tregua sacrosanta, solo la voce di Corrado si alzava stridula, incapace
di perdere il suo ardore assassino.
La sua furia crudele necessitava di nuovi orizzonti, nuove terre
da mondare, nuove anime da salvare e soprattutto nuovi corpi da
carbonizzare.
Eccolo dunque ritornare nella Germania natia a intraprendere
un'accorata opera di esaltazione della futura crociata, che si
concretizzer con la quinta spedizione in Outremer, quella del
1217.
Nel frattempo non si pu certo dire che Corrado stette con le
mani in mano: gli Annales Wormatienses ci informano che gi
nel 1214 egli fece bruciare in tutta la Germania, senza trovare
resistenza, tutti gli eretici che voleva mentre i Gesta Treverorum
ricordano non solo una quantit smisurata di persone di basso
rango e di entrambi i sessi combusta sulle pire dell'impietoso
fanatismo del prete, ma si peritano anche nell'esaltarne l'inflessibile
coraggio e l'ammirevole passione per la sua causa.
In questo caso l'aggettivo possessivo va inteso in senso letterale,
dal momento che le prodigiose gesta sin qui compiute furono
frutto di un'iniziativa personale, priva del mandato papale, che
comunque benedisse l'intraprendenza del suo figlio diletto.
Tanto da conferirgli incarichi sempre maggiori fino a concedergli
il potere di interferire nella gestione degli affari di diversi
principi elettori del Sacro Romano Impero, tra cui il duca di Sassonia
e il conte di Askanien.
Corrado dimostr di eccellere anche in tale frangente: tessendo
intrighi e sfruttando disinvoltamente lo strumento della corruzione,
seppe agitare il clero e la nobilt tedesca con aspre contese
al termine delle quali la sua influenza sui monasteri teutonici si
avviava a diventare assoluta.
Tutte macchinazioni dalle quali emerge la figura di un fosco
mestatore, che univa la mortificazione fisica al plagio e alla gestione
tirannica del potere: come speriment suo malgrado Elisabetta
d'Ungheria, la moglie del langravio di Turingia che ebbe la
sventura di subirlo come confessore.
La poveretta, che gi di suo dimostrava una spiccata vocazione
all'autodistruzione, risult completamente plagiata dai crudeli
dettami imposti da Corrado, che la sottopose a impossibili pratiche
ascetiche sconfinanti nel sadismo, con tutto il corollario di
digiuni, avvilimenti corporali e negazioni delle pulsioni, fino a
rendere la fanciulla uno spettro vivente.
Tale fu il carico delle privazioni a cui la misera dovette sottostare
che nel 1231, appena ventiquattrenne, essa spir.
Corrado ben presto fu additato, seppur a mezza bocca, come il
maggior indiziato dei mali che avevano portato la sventurata alla
tomba: pens saggio dunque esaltarne il trapasso con la stesura di
una bella biografia.
Questa, farcita di elementi agiografici tanto stucchevoli quanto
smaccatamente pretestuosi, ebbe l'unico valore di apporre un
contributo decisivo alla causa di canonizzazione organizzata in
fretta e furia mentre il corpo della fanciulla era ancora caldo. Gregorio
Nono non ebbe difficolt ad apporre il proprio sigillo all'intera
vicenda, convinto che una santa in pi sul calendario avrebbe
quantomeno smosso se pur impercettibilmente l'asticella di un
asfittico indice di gradimento, in cui la Chiesa languiva al ribasso.
Cos nel 1235 l'anima di Elisabetta poteva finalmente librarsi al
cospetto dei beati, mentre Corrado veniva circonfuso di gloria per
essere stato l'artefice di un cos mirabile traguardo.
Un encomio che gli deve essere stato recapitato attraverso la
celestiale tromba degli angeli, visto che le sue spoglie mortali
avevano abbandonato questa valle di lacrime da almeno un paio
d'anni, complice la sua condotta straordinariamente crudele, contro
cui non era difficile pronosticare una reazione che ne avrebbe
inevitabilmente e opportunamente accelerato la scomparsa, come
avremo modo di vedere.
Nel frattempo, la ferocia di Corrado ebbe modo di esprimersi
esponenzialmente grazie alla benevolenza del mai giustamente
lodato Gregorio Nono, che in quel dannato 1231 premi gli sforzi
compiuti dallo zelante prelato nominandolo giudice indipendente
degli eretici con ampi poteri di inquisizione: in pratica Corrado
divenne in assoluto il primo inquisitore di Germania.
L'istituzione della carica, gi deprecabile di per s, fu accompagnata
da un'inaudita concessione: l'esenzione totale da tutte le
ordinarie procedure canoniche.
Questo significava che Corrado poteva agire a sua completa discrezione
senza dover rendere conto a nessuno delle motivazioni
delle sue condanne. In pratica era sufficiente un suo sospetto o un
suo capriccio per fare di qualsiasi persona un mucchio di carne
bruciata. Si stima che almeno un quarto dei sentenziati durante
il suo mandato fossero cattolici del tutto ortodossi.  importante
farlo notare, a dispetto di tutti coloro che ancora ai nostri giorni
reputano i tribunali dell'inquisizione equi e garantisti. Intere comunit
furono sterminate, moltissime famiglie vennero estirpate:
tutto perch l'eresia era ritenuta come peste, come la contaminazione
del carbonchio che colpisce le greggi tanto da richiedere
l'azione purificatrice delle fiamme.
D'altronde cos si esprimeva Gregorio Nono nella missiva che inviava
l'11 ottobre di quell'anno al magister Corrado, augurandogli
salute e benedizione apostolica e non vergognandosi per inciso
di lodare il Creatore per aver reso numerosi i doni della sua grazia,
eleggendo il predicatore al rango di suo figlio prediletto.
L'epistola continuava con la solita retorica in cui il fanatismo
trionfalista produceva l'ennesimo ringraziamento rivoltante per
un combattente la cui efficace energia si era scagliata inesorabilmente
contro la malvagit dell'eresia, tanto da estirparne un
numero cospicuo di frutti malati.
Ma andando avanti nella lettura si giunge a un punto in cui  impossibile
non sobbalzare per lo sdegno, perlomeno per chiunque
dotato di un minimo di coscienza: il pontefice, augurandosi che
l'inquisitore possa combattere senza alcun limite queste volpi
che per ogni genere di vie nascoste hanno devastato la vigna del
Signore voleva che non fosse Corrado a occuparsi di indagare
le cause, pregandolo e esortandolo per la remissione dei suoi
peccati che questi cercasse intorno a s validi collaboratori per
l'estirpazione dei funesti eretici.
L'ipocrisia di Gregorio  intollerabile! Non solo conferiva a
Corrado l'autorit di massacrare a suo piacimento, ma addirittura
ne mondava la necessaria responsabilit, invitandolo a demandare
al braccio secolare il lavoro sporco.
Che poi la lettera vada letta come l'autorizzazione ufficiale di
avvalersi dell'autorit civile di cui utilizzare strutture e forze non
toglie una virgola alla protervia con la quale il papato pretendeva
di consegnare immacolate al giudizio di Dio e degli uomini le
mani inevitabilmente macchiate di sangue dei crudeli esecutori
del suo mandato.
Comunque Corrado fu ben felice di interpretare letteralmente i
suggerimenti papali e si dot delle abilit esecutorie di due degni
compari, il fratello laico domenicano Conrad Dorso e il laico
Giovanni, che compensavano la pressoch assenza di qualsiasi
istruzione teologica con uno straripante entusiasmo animato da
istinti belluini.
Cos i tre, cavalcando come i cavalieri dell'Apocalisse (il quarto
era temporaneamente a riposo sullo scranno di Pietro) misero
a ferro e fuoco la Germania.
Roghi si innalzarono a Erfurt, Magonza, Colonia, Marburgo
dove secondo gli Annales Colonienses maximi per una quantit
innumerevole di persone.
Catari e valdesi vennero perseguitati con una crudelt quasi
impossibile a descriversi a parole: Corrado non si limit a torturare
e straziare un numero impressionante di uomini e donne
accusati di eterodossia, ma si preoccup di diffondere materiale
calunnioso per infangare la loro reputazione, accompagnando
alle sevizie fsiche anche le staffilate della violenza psicologica.
Affidandosi alla falsa etimologia proposta da Alano di Lilla, che
reputava il termine cataro derivato dal latino catus ossia gatto,
attribu loro la consuetudine di praticare ritualmente
l'anulingo
agli innocenti felini, annoverando tale discutibile pratica come
segno evidente di adorazione del Demonio.
E meno male che il vecchio Alano, formatosi alla rinomata
Scuola di Chartres, passava per conoscitore vastissimo di tutto lo
scibile umano, tale da meritarsi l'appellativo di doctor
universalis: gli era evidentemente sfuggito che l'etimologia della parola
cataro derivi molto pi verosimilmente dal greco Katiapex; [kathars], puro, ma evidentemente anch'egli fu disposto a cedere
un briciolo della sua reputazione pur di vedere i nemici della fede
dediti ad attivit blasfeme, della cui infamia ne fosse marcata addirittura
l'origine.
Il gorgo dell'orrore non aveva fondo e tra le sue acque spumeggianti
Corrado sguazzava felice come un pesce: n i due sodali erano
da meno, visto che il terrore provocato dalle loro gesta attribu
all'alacre Dorso il numero evidentemente esagerato ma eloquentemente
sintomatico di mille esecuzioni, coadiuvato dal suo attendente
Giovanni che, per quanto guercio e mutilato, condivideva
con il padrone la sacrosanta regola per la quale era meglio che perissero
cento innocenti piuttosto che scampasse un solo colpevole.
D'altronde i due non avevano di che preoccuparsi qualora (e
ne dubitiamo fortemente) le loro coscienze fossero turbate dalle
possibili ritorsioni che le loro anime macchiate da siffatti peccati
avrebbero subito una volta al cospetto dell'Onnipotente: la
magnanima solerzia di Gregorio si era preoccupata di estendere
anche a loro, come a tutto il braccio secolare, il salvacondotto che
gli spianasse la strada per il paradiso.
Ben diverso trattamento invece era previsto per tutti coloro che
a diverso titolo avessero prestato soccorso agli spregiatissimi eretici:
siano essi legulei, avvocati, notai che in virt del loro ufficio
era prevedibile prestassero assistenza agli imputati, rischiavano
essi stessi di perdere per sempre la loro carica se non addirittura
di finire bruciati sul rogo, perpetrando con una violenza
sistematica lo stupro delle pi elementari norme di diritto su cui si 
sempre tentato di impostare le regole del vivere civile.
Ovviamente, per un'istituzione che ha sempre avuto come pretesa
aspirazione il raggiungimento delle eccelse vette celesti, 
pi che naturale considerare simili minuzie terrene come un retaggio
del quale sbarazzarsi con una vigorosa scrollata di spalle.
L'entit precisa di quella persecuzione ci sfuggir probabilmente
per sempre. Corrado scovava adepti del catarismo ovunque,
persino tra i canonici, che senza esitare faceva bruciare sul rogo.
Cos procedette contro Heinrich Minnike, prevosto di Goslar,
che in segreto seguiva le dottrine dualiste, facendolo ardere vivo
senza nessuna piet; cos questo folle sanguinario in un biennio
trasform la valle del Reno nel teatro di una delle pi efferate
giustizie sotto i colpi della quale cadeva chiunque senza distinzione
di sesso, et o ceto sociale.
D'altronde, lo zelo di Corrado era pi che giustificato, visto
che, a suo dire, era rivolto contro le file ributtanti degli adepti di
una nuova e letale religione: il luciferismo.
Questo, sorto dalle ceneri dei gruppi catari annientati, avrebbe
compiuto nefandezze di ogni genere, congiurando contro Dio e
la Sua Chiesa per riportare l'Angelo Ribelle in cielo e sostituirlo
al Creatore.
Sull'esistenza di questa fantomatica setta per la verit esiste
pi di un dubbio, che invece non sfior minimamente la fervida
quanto allucinata convinzione dell'inquisitore.
Comunque tanto bast per essere argomento di fede e convincere
Gregorio Nono che, dando credito alle indicazioni fornite da
Corrado, promulgava nel 1231 la bolla Vox in Roma con la quale
l'Inquisizione compiva un ulteriore salto dalle conseguenze storiche
pesantissime.
In essa infatti si profilava la drammatica connessione tra eresia
e stregoneria, secondo la quale il sabba non era pi relegato a
elemento della superstizione popolare, ma assurgeva al rango di
rito orgiastico e diabolico le cui protagoniste erano le streghe.
Queste venivano ormai delineate secondo i caratteri con i quali
sono state consegnate alla memoria storica, in cui abbandonati
i panni di un'innocua follia borderline, apparivano ormai come
delle infidi e terrorizzanti megere il cui scopo principale era copulare
con il Signore delle Tenebre e preparare l'avvento del suo
regno di ombre.
Da qui ai roghi il passo fu breve, come sanno tutti coloro che
non sono attraversati da accecanti bagliori revisionistici: si stavano
gettando le basi di ci che diventer una vera e propria ecatombe
e tutto grazie alla visionaria brama di sangue di Corrado.
La cui furia implacabile iniziava a essere ritenuta esagerata anche
dagli stomaci forti dell'episcopato.
Va bene ripulire le campagne da quattro straccioni cenciosi;
passi il fal di qualche prelato minore dalla dubbia fede, ma allungare
le mani sugli intoccabili era veramente intollerante.
Lo zelo di Corrado infatti non conosceva requie e giunse ad accusare
di eresia anche i pezzi grossi dell'aristocrazia locale, quali
i conti di Solms, Amsbreg, Looz.
In particolare, quando il signore di Sayn sent sul collo il fiato
putrido dell'inquisitore, pens bene di rivolgersi all'arcivescovo
di Magonza, il quale in un sinodo congiunto con i suoi omologhi
di Treviri e Colonia invit Corrado a bruciare con pi moderazione.
La squisita formula celava il perentorio ordine di darsi una regolata
ma a quanto pare Corrado faceva orecchie da mercante,
visto che il suo operato fu tra gli ordini del giorno discussi nella
dieta di Magonza del 1233, figurando come l'ennesimo elemento
di attrito tra Federico Secondo e suo figlio Enrico per dirimere i quali
l'assemblea era stata convocata.
Enrico si ergeva a tutela della nobilt tedesca, insofferente degli
sconfinamenti che l'implacabile inquisitore sempre pi arditamente
osava, mentre Federico appoggiava l'inaudita durezza
di Corrado, sorprendentemente confacente ai suoi intenti politici
che prevedevano, oltre a un compiacimento di facciata nei riguardi
del pontefice, anche l'allettante prospettiva di vedere tolti di
mezzo fastidiosi oppositori tra le file aristocratiche.
La contesa ebbe la soluzione pi ovvia: mentre padre e figlio si
scornavano, il 30 giugno dello stesso anno una mano ignota (dietro
cui non  difficile immaginare il volto di un cataro esasperato
o quanto meno indignato dell'infamante associazione con cui
Corrado aveva insozzato la purezza di quella setta accostandola
al culo di un gatto) poneva fine a una carriera di nefandezze e di
mostruosit freddando l'inquisitore sulla via per Marburgo.
Mentre la Germania festeggiava l'avvenuta dipartita, una sola
voce si lev altissima a piangerne la scomparsa, quella di Gregorio
Nono, che il 21 ottobre invi al Nord un necrologio con siffatte
parole: Voi principi della Chiesa di Germania, com' che non
piangete e vi lamentate del crudele assassinio, perpetrato dai servi
dell'oscurit, di Corrado di Marburgo, servo della luce e guida
della sposa di Ges Cristo?.
Alle avare lacrime dei principi risposero copiose quelle della povera
Elisabetta d'Ungheria che, convinta di essere sfuggita con la
morte alle grinfie del sadico confessore, se lo vide tumulato al fianco
nella chiesa di Marburgo per gentile concessione di Gregorio Nono,
che cos onorava la memoria del suo indefesso collaboratore.
Quell'inumazione ha avuto il solo effetto di ingigantire la santit
di Elisabetta, esaltata dalla sopportazione di un abbraccio eterno
del quale avrebbe volentieri fatto a meno.
.
Quanto al ricordo lasciato da Corrado su questa terra,  eloquentemente testimoniato dai sassi che sino a poco tempo fa gli studenti lanciavano contro l'effige di un monaco ritratto su una fontana posta sulla Steinweg, una delle strade principali di Marburgo, alla quale la tradizione popolare attribuiva le fattezze del mai abbastanza maledetto inquisitore.
...
.
...
Capitolo 13.
...
.
...
Nicholas Eymerich.
...
.
...
C' stato un momento nella secolare storia della Chiesa in cui
la crudelt si  elevata a scienza. Un furore ferino, un bisogno
elementare di prevaricazione, di distruzione, di annientamento
dell'altro  stato imbrigliato in una forma adamantina, affilata,
inesorabilmente pura, in cui un impulso irrazionale fu sublimato
attraverso una codificazione razionale e una giustificazione aprioristica
tanto pi implacabile quanto pi agghiacciante.
 quanto avvenne con Nicolas Eymerich o meglio con il suo
Manuale che, oltre a condensare l'opera nella quale il domenicano
consumer la sua intera esistenza, sar destinato a divenire il
compendio dell'arte inquisitoria, la summa di tutta l'esperienza
persecutoria con cui il clero detter le sue leggi.
Eppure la nitidezza di quella forma attrae come un potente magnete
e non stupisce che la figura del suo autore goda oggi di una
meritata fama grazie alla rinascita letteraria in un ciclo che ne
celebra la spietatezza e l'ingegno, ingigantendo un personaggio
a cui vorremmo restituire una pi consona statura storica: meno
appariscente ma altrettanto letale.
Nicolas Eymerich nacque a Gerona, in Catalogna, nel 1320, in
un'epoca in cui la Chiesa appariva lacerata da forti tensioni interne,
tali da indurre il papato all'inaudita scelta di abbandonare la
sede romana e trasferirsi in terra di Francia dove, dal 1309, vivr
quel particolare settantennio che passer alla storia come cattivit
avignonese.
A ci si sommavano altri traumi altrettanto profondi. La vacatio
oltralpe fu inaugurata infatti con l'estirpazione di una minaccia
del tutto nuova, non pi originata da pericolose derive eterodosse
miranti a infettare il corpo della Cristianit ma allignata al suo
interno, tanto da rappresentare l'essenza stessa del suo potere terribile:
l'ordine templare.
Ci determin quell'imponente salto di qualit della lotta all'eresia,
attraverso il quale agli inizi del 14esimo secolo gli efficienti e
zelanti apparati inquisitoriali, in una drammatica e cannibalesca
resa dei conti, ebbero ragione della pi potente organizzazione
cristiana dell'epoca, un corpo militarmente organizzato e teologicamente
investito di un potere formidabile. Un potere che stava
divenendo talmente vasto da risultare inevitabilmente esiziale per
chi, come il papa, si considerava l'unico depositario del volere
divino e dunque dell'auctoritas da esso scaturito.
E poco male che la riaffermazione di tale primato passasse attraverso
la demolizione dei templari, vanto della Chiesa ridotto al
rango di eresia, e compiacesse un sovrano terreno come Filippo
il Bello, cui i debiti contratti con il possente ordine lo rendevano
testimone interessatissimo se non addirittura istigatore nemmeno
troppo occulto della persecuzione fratricida: ribadendo la propria
limitatezza umana, incapace di accogliere la dogmatica trinit
con la quale Iddio ispirava la sua forma essenziale, il pontefice
doveva essere l'unico al vertice della piramide della Cristianit,
il solo catalizzatore del comando ispirato da Dio.
 in questo clima che dunque il nostro eroe mosse i primi passi
nel mondo clericale, entrando giovanissimo nell'ordine domenicano
in cui, durante il noviziato, attinse alla conoscenza teologica
del frate Dalmau Moner. Di lui il discepolo non esiter a tracciare
un ritratto pi che lusinghiero, utile a rafforzarne l'idea di santit
quanto a esaltare chi come Eymerich era destinato a rinnovarne
l'eredit.
Ma forse, pi che gli eventi prodigiosi dei quali ebbe premura di
farcire quella trita agiografia, il giovane Nicolas fu impressionato
dallo zelo con cui l'antico maestro spos la causa domenicana,
decidendo di assumerne l'austera intransigenza contro chiunque
si dimostrasse talmente incauto da metterne in discussione l'ortodossia:
che, in quegli anni, si celava sotto l'imbarazzante sagoma
di un saio, grigio come l'anima degli odiati francescani.
Se la distruzione dei templari aveva determinato uno scarto
attraverso il quale le alte gerarchie ecclesiastiche erano giunte
all'eliminazione di un pericoloso concorrente nella gestione del
potere temporale, stanato e strappato dal seno stesso della Chiesa
come il frutto maligno del cancro dell'eresia, sul piano teologico
il clero era lacerato da una centenaria disputa che contrapponeva
coloro che contro quell'eresia avevano eretto la pi fulgida
difesa, l'Ordo Praedicatorum di Domenico di Gzman e l'Ordo
Minorum di Francesco d'Assisi.
In realt, pi che uno scontro dottrinale essa rappresentava l'ennesimo
confronto attraverso il quale l'Ecclesia tentava di risolvere
quella semplice quanto terribile scelta a cui la morte del Dio
incarnato l'aveva condannata: abdicare al potere o spogliarsene
definitivamente.
Tutta la millenaria storia della Chiesa  stata innervata da questo
dualismo, il vero peccato originario in cui  annaspata la natura
bipolare di questa schizofrenica istituzione di cui Domenico
e Francesco rappresentavano gli estremi.
Non a caso i due furono quasi contemporanei: fu come se Iddio
rinnovasse ai fedeli la sfida lanciata con il sacrificio del suo unico
figlio, ricordando dopo pi di mille anni di pazienza che fosse
giunto il tempo di effettuare quella benedetta scelta.
O forse fu l'estremo tentativo operato dall'Altissimo per salvare
coloro che invece quella scelta l'avevano gi fatta da un pezzo, in
virt della quale disprezzavano il mondo dai loro alti scranni ricoperti
d'oro, per nulla intimoriti di aver cos rinnegato Dio stesso.
Quella stessa opzione vide il nostro Nicolas orientarsi molto
pi verso chi, come Domenico, difendeva fanaticamente quel
potere combattendo tutti i nemici esterni che ne avrebbero minato
l'autorit, piuttosto che aderire alla scelta di Francesco e lottare
contro i vizi e le tentazioni del proprio animo.
Forte di questa ferrea determinazione, Eymerich comp i suoi
studi prima a Tolosa e poi a Parigi, dove il raggiungimento della
laurea in teologia nel 1352 lo vedeva ormai dotato di quelle armi
con le quali avrebbe annientato tutti i nemici della vera fede (o
almeno quella che il potere ritenesse tale).
La stesura di una serie di scritti attir l'attenzione su questa
raffinata mente teologica, apprezzata al punto che nel 1357 venne
chiamato a sostituire Nicolau Rossell, nel frattempo eletto cardinale,
nel ruolo di inquisitore generale d'Aragona, Catalogna,
Valenza e Maiorca.
L'Inquisizione in queste lande risaliva al 1238, quando l'allora
sovrano Giacomo Primo d'Aragona, altrimenti conosciuto come il
Conquistatore per le belle gesta compiute nello strappare Maiorca,
Minorca, Ibiza e Formentera agli odiati musulmani (viene
quasi da malignare che cercasse una meta per le vacanze estive)
cedette alle lusinghe di Raimondo di Penafort, un domenicano
tanto potente quanto invasato.
Basti pensare che a questi l'evangelizzazione degli infedeli fu
tanto a cuore da indurlo a scomodare addirittura Tommaso d'Aquino
affinch redigesse un testo che fornisse ai missionari le conoscenze
intellettuali necessarie a controbattere le obiezioni dei
musulmani. Quello non ci pens due volte e sforn la Summa
contra gentiles, sulla scorta della quale il buon Raitnondo pot
esercitare la sua brava missione fino a raggiungere, manco a dirlo,
la santit.
Comunque, al di l di queste sporadiche impennate, non si pu
certo dire che l'inquisizione aragonese fosse tra le pi alacri in
Europa; anzi, sonnecchiando e stiracchiandosi con inefficienza e
senza metodo, era giunta sino a ben oltre la met del 14esimo secolo
senza troppi clamori.
Con l'ingresso di Eymerich la solfa cambi decisamente.
Gli bast un anno per ricevere il titolo onorifico di Cappellano
del Papa, una sorte di medaglia al valore conquistata sul campo
per celebrare l'impegno profuso nel contrastare eretici e bestemmiatori.
La brutalit dei suoi mezzi fu tale che si prefer stralciare
le cronache dei processi, di cui sopravvisse per la memoria nella
reintroduzione della crudelissima pratica di punire gli accusati
con la perforazione della lingua affinch non offendessero con le
loro blasfemie le delicate orecchie dei giudici.
E a lui dunque che si deve l'introduzione dell'infamante mordacchia,
il bavaglio di ferro che ostruiva la bocca dei condannati,
che speriment anche il grande Giordano Bruno poco prima di
essere arso: a questi spett l'onore di assaporare una versione ancora
pi crudele dell'infernale marchingegno, visto che la scatola
di ferro che gli fu infilata in mezzo ai denti era dotata di un paio di
graziosi aculei, uno che straziava la lingua, l'altro che strappava
il palato.
Tanto zelo, pur essendo apprezzato dalle parti della Curia, procur
ben presto inimicizie e opposizioni compreso il biasimo del
sovrano Pietro Quarto d'Aragona: non a caso questi si era meritato
l'appellativo di Cerimonioso in virt di un rispetto per la forma
e per la sostanza della dignit reale la cui venerazione non
soffriva ingerenze di sorta, meno che mai quelle papali, tentate
attraverso gli offici del suo grande inquisitore.
I dissapori si tramutarono in aperta ostilit nel corso del 1370,
quando il domenicano, al culmine di un processo spettacolare,
aveva indotto l'ebreo Astrae De Piera a pentirsi pubblicamente in
una cattedrale gremita sino all'inverosimile, per poi condannarlo
al carcere perpetuo dove avrebbe scontato le sue presunte colpe
di stregoneria.
Quella sentenza non piacque per niente al sovrano tradizionalmente
condiscendente nei confronti delle comunit ebraiche.
Gi nel 1360 egli aveva concesso il permesso di erigere una torre
che attestasse il prestigio e l'importanza della comunit ebraica
di Alghero, perseguendo quella politica di tolleranza inaugurata
dalla casata d'Aragona sin dai tempi di Alfonso Quarto, il quale con
un decreto del 1335 garantiva agli ebrei parit di trattamento ai
sudditi cristiani.
Ma non c'era verso di liberarsi dell'ingombrante inquisitore,
che, forte della protezione del papa e del suo legato, sfuggiva
ai reiterati tentativi di rimozione con i quali Pietro Quarto intendeva
toglierselo dai piedi.
Sin dal 1360, quando il fanatismo di Eymerich si spinse a perseguire
accanitamente lo spiritualista francescano Nicola di Calabria,
protetto dalla corona seppur in odor di beghinismo.
D'altronde era giunto anche per lui il momento di inserirsi in
quello scontro annoso in cui, come abbiamo visto, i domenicani
si accapigliavano con i seguaci di Francesco.
L'Inquisizione deve essergli sembrata lo strumento perfetto per
saldare i conti con i rivali, soprattutto dopo che le scelte estremiste
dei fraticelli, la frangia pi intransigente degli spirituali cos
decisa a spingere sino agli eccessi le scelte pauperistiche del fondatore,
non cominci ad apparire cos simile ai comportamenti
dei valdesi e dei catari.
Tanto pi che nel 1317 papa Giovanni 22esimo era stato costretto a
pronunciarsi contro i puristi ammonendoli a sottomettersi all'autorit
papale e a ricongiungersi con la corrente principale dell'ordine
francescano, quella dei conventuali che interpretava molto
pi blandamente (e molto pi convenientemente) il Mandato del
poverello d'Assisi.
Da quel momento gli spirituali furono dunque trattati alla stregua
di veri e propri eretici e dunque perseguiti come tali.
Ma ci non fece che acuire le ostilit, che raggiunsero a volte
livelli inauditi di follia e di puerile capziosit. Come dimostr la
diatriba che nel 1351 coinvolse il primate francescano di Barcellona
e l'inquisitore domenicano della stessa citt.
Il primo se ne usc affermando che il sangue versato dal Cristo
durante la crocifissione, toccando terra avrebbe perso la propria
divinit in quanto separato da quel corpo che di l a poco sarebbe
asceso al cielo.
Qualunque persona sana di mente, al cospetto di un'esternazione
tanto irrisoria, avrebbe al massimo reagito con una smorfia
di fastidio di fronte al tempo perso anche solo per ascoltare una
sciocchezza del genere.
Non cos il puntiglioso Nicolau Rossell che,  bene ricordarlo,
precedette Eymerich nella gravosa carica di inquisitore generale.
Questi, addirittura offeso dalle tesi del francescano, pens bene
di informare il pontefice redigendo una precisissima missiva nella
quale snocciolava i dirompenti termini della controversia.
La risposta di papa Innocenzo Sesto fu di quelle che farebbero cadere
le braccia anche al pi paziente degli storici: non solo non
derubric la lettera al rango dell'inezia ma addirittura convoc un
seminario di teologi perch approfondissero la questione.
A quel punto, chiunque sia costretto ad analizzare la cronaca
degli eventi, a meno di non abdicare all'idea che la storia degli
uomini sia stata un inanellarsi di gesta compiute da mentecatti,
deve necessariamente comprendere che la faziosit e il livore si
alimentava anche e soprattutto attraverso le banalit pi assurde,
basta che offrissero l'opportunit di nuocere l'avversario.
In virt di questa illuminazione non stupisce scoprire che il
simposio di dotti condivise l'indignazione del papa e di Rossell:
la teoria del francescano fu sconfessata ufficialmente e a tutti gli
inquisitori furono mandate istruzioni affinch venisse perseguito
chiunque fosse sorpreso a divulgarla, compreso il suo ideatore
che fu gentilmente invitato a ritrattarla pubblicamente.
Non sappiamo se attraverso uno speciale processo osmotico lo
zelo del predecessore abbia influenzato anche l'azione di
Eymerich, ma non dubitiamo che il suo accanimento contro lo spirituale
francescano sia stato originato da motivazioni tanto difformi.
Quali che siano le origini delle accuse, queste furono giudicate
spropositate da chi, come Pietro Quarto d'Aragona, appoggiava la predicazione
di Nicola di Calabria e considerava il processo attuato
contro il frate un ulteriore attacco diretto alla sua autorit.
Ma non c'era verso: Eymerich risultava essere pi infestante di
una pianta di gramigna e tutto quello che il sovrano riusc a ottenere
fu una ratifica di rimozione con la quale il Capitolo Generale
dell'Ordine dei Domenicani, riunito a Perpignano, intimava
all'inquisitore di abbandonare il ruolo tanto inviso al monarca.
La decisione non fu firmata dal pontefice e dunque Eymerich rimase
saldo nelle sue funzioni grazie alle quali collezionava sempre
maggiori atrocit, comminando pene inaudite quali il rogo e
lo scorticamento.
Al povero Pietro non rimase che alimentare la frangia interna
che sembrava agitare il monolitico ordine domenicano, appoggiando
Bernat Armengol, il cui astio da lungo tempo nutrito nei
confronti di Eymerich lo qualificava come interlocutore naturale
per accogliere i disagi del sovrano.
Gli sforzi di questo sembrarono approdare verso un esito felice
quando, due anni dopo, Bernat si oppose alla nomina con la
quale il Capitolo dell'ordine, tenutosi a Ferrara nel 1362, aveva
premiato Eymerich nel ruolo di Vicario Generale dei domenicani
di Aragona.
La diatriba che ne segu giunse alle orecchie del nuovo pontefice,
Urbano V, che si trov in obbligo di convocare i contendenti
per dirimere la questione. ?
Giudicando che l'incarico di inquisitore generale configgeva
con l'ufficio di vicariato, il pontefice rimosse Eymerich da
quest'ultimo, decidendo con salomonica sentenza di affidarlo a
un suo uomo, tale Jacopo Dominici, dubitando della neutralit di
Armengol di cui conosceva i rapporti con Pietro d'Aragona.
Il monarca dovette constatare per l'ennesima volta quanto fosse
stimato l'impegno di Eymerich come inquisitore, contro il
quale ogni tentativo di opposizione sembrava destinato a cadere nel
vuoto, ma soprattutto dovette rivivere ancora numerose volte la
spiacevole sensazione che la crudele persecuzione di cui
Eymerich era indefesso esecutore, sembrava avere come bersaglio finale
sempre e solo la sua maest.
Non erano passati che pochi anni quando nel 1366 il domenicano
tornava di nuovo all'attacco, questa volta contro gli scritti di
Raimondo Lullo e dei suoi ferventi seguaci.
Re Pietro schiumava di rabbia: non solo si tentava di infangare
la memoria postuma del grande filosofo morto nel 1316, considerato
il massimo esponente della cultura e della lingua catalane,
ma si accusava, attraverso la confutazione dei suoi scritti, le
simpatie spiritualiste della corte aragonese, cos vicine alle posizioni
tenute in vita dall'eccelso personaggio, la cui molteplicit
di interessi fu talmente universale da sfuggire a qualsiasi tipo di
catalogazione.
Pietro Quarto ordin che Eymerich fosse esiliato, ma l'inquisitore
aggir l'ingiunzione e, dopo un periodo di latitanza, riprese le
proprie funzioni. Subito ricominci a vessare i lullisti, proprio nel
momento in cui il re d'Aragona rendeva ufficiale l'insegnamento
delle dottrine del filosofo francescano.
In realt, lo scontro tra il sovrano e l'inquisitore celava un'architettura
pi complessa in cui si innestava una fitta rete di eventi
a carattere politico e spirituale. Dietro ogni avvenimento di questa
lotta, i cui fronti furono ridisegnati dall'insorgere dell'imminente
Scisma d'Occidente che si consum tra il 1378 e il 1429, si
ritrovavano, in una intersecata geometria di equilibri, le manovre
e le strategie messe in atto dai diversi attori coinvolti nella vita
sociale e religiosa della corona d'Aragona, tra la fine del Trecento
e gli inizi del Quattrocento: gli interessi politici di quel regno,
quelli del papato avignonese, il potere delle scuole filosofiche in
competizione tra loro per la difesa delle proprie posizioni all'interno
delle universit e, infine, il potere crescente del laicato e
del movimento beghino. Per ultimo, ma non meno importante, si
profilava sullo sfondo lo scontro tra lullismo e tomismo, la grande
tradizione della filosofia scolastica di cui Eymerich era appassionato
alfiere. I due movimenti spirituali e filosofici si contendevano
il primato di scienza filosofica posta a difesa della teologia, di
cui si perseguiva lo status di principale epistemologia, di scienza
del fondamento di tutte le cose.
La lotta tra Eymerich e Pietro era destinata a riaccendersi nel
1369, con la richiesta di tributi straordinari rivolta dal sovrano ai
municipi di Tarragona.
Il monarca, alla ricerca di finanziamenti per le guerre contro la
Castiglia, tent di estendere il diritto di vassallaggio, che normalmente
esercitava nei confronti dei municipi catalani, ai beni della
ricca chiesa della citt catalana.
La reazione del pontefice non si fece attendere: nel 1371 Gregorio
11esimo affid a Eymerich, considerato a ragione un servitore
fedele della corte pontificia avignonese, la difesa degli interessi
della Chiesa cos minacciata. La discesa in campo dell'inquisitore,
capace di smuovere delicati equilibri e di influenzare notevolmente
nobilt, popolo e clero, risolse a favore di quest'ultimo
la diatriba: il re fu costretto a revocare i provvedimenti contro i
diritti ecclesiastici dell'arcivescovado di Tarragona, ma riusc a
infliggere lo stesso una punizione esemplare a chi tanto pervicacemente
aveva osato ribellarsi alla sua autorit.
L'uccisione del verguer (una sorta di cancelliere) dell'arcivescovo
insieme ad altre dodici persone, il saccheggio della sede
dell'arcivescovado e un ordine di esilio per Eymerich, emanato
nel marzo del 1375, ratificarono quanto fosse adombrato il sire.
Per tutta risposta l'inquisitore intensific i suoi attacchi contro
gli scritti lullisti.
Con il Dialogo contra lullistas Eymerich dimostr, o almeno
cos parve a chi ritenesse comodo giungere a tali conclusioni, di
conoscere a fondo ci che egli considerava una vera e propria
eresia e il conseguente pericolo che rappresentava la sua crescente
espansione, resa ancora pi preoccupante dalla protezione politica
di cui godeva.
Papa Gregorio 11esimo, fidandosi ciecamente del giudizio di
Eymerich, ma molto pi infastidito dalla circolazione di libri religiosi
in lingua volgare che secondo gli insegnamenti lullisti avrebbero
permesso anche a dei semplici laici di attingere ai sacri scritti
senza la sacrosanta mediazione del clero, reag pubblicando due
bolle: la prima, Nuper dilecto filio, nel 1373, seguita l'anno successivo
dalla Conservationi puritatis fidei. Entrambe miravano al
medesimo obiettivo, vale a dire limitare la diffusione delle opere
di quel benedetto Raimondo Lullo.
Nel frattempo Eymerich, forte del suo appoggio in alto loco, si
permetteva il lusso di mettere sotto processo il giurista di corte
Francese Roma, tanto da suscitare lo sdegno del Consiglio dei
Cento di Barcellona.
A quel punto il re proib a Eymerich di predicare in quella citt,
ma il domenicano disobbed clamorosamente e, dal pulpito della
cattedrale di Barcellona, scomunic il giurista.
Il re schiumava di rabbia ma non c'era verso di ottenere la destituzione
del maledetto inquisitore.
Fu solo nel 1376, dopo che Eymerich appoggi la rivolta della
diocesi di Tarragona ancora infuriata con il monarca per come si
erano risolte le cose nella recente contesa e dopo che questi ebbe
l'ardire di scomunicare tutti coloro che si mantenevano fedeli a
Pietro Quarto, che il sovrano ebbe finalmente ragione dell'odiato domenicano:
il governatore locale radun duecento cavalieri e circond
il monastero dove Eymerich risiedeva, che riusc per a sfuggire
alla cattura, rifugiandosi dove sapeva che l'avrebbero accolto a
braccia aperte e cio alla corte di papa Gregorio 11esimo ad Avignone.
Qui finalmente il sommo inquisitore trov un attimo di requie
e pot redigere il trattato con il quale  giustamente passato alla
storia: il Directorum Inquisitorium.
Uno scritto di tal fatta vantava in realt un nobile precedente nel
trattato di Bernardo Gui, la Practica Inquisitionis Heretice
Pravitatis con cui nel 1323 vedeva la luce il primo manuale dell'inquisitore,
con l'evidente intento di fornire sistemazione procedurale
alla materia, afflitta ormai da una serie di inconvenienti sistematici
che un perseguimento capillare dell'eresia inevitabilmente
comportava.
Ma mentre questo manuale appariva viziato da un peccato di
narcisismo, in cui un inquisitore parlava a suo nome del proprio
metodo inquisitorio, fu solo con l'opera di Eymerich che si giunse
alla piena maturit di una divulgazione universale, capace di
rivolgersi a tutti gli inquisitori attraverso la capillare organizzazione
delle sentenze di teologi, giuristi e canonisti ai quali attingere
durante lo svolgimento delle funzioni procedurali.
La novit essenziale del manuale di Eymerich fu proprio questa:
riordinare tutto ci che era necessario sapere per ben indagare.
Egli offriva un trattato sistematico, elaborato interamente per
il solo scopo dell'esercizio della funzione.
Eymerich non inventa mai: bens legge, compara, confronta facendo
riferimento con molta parsimonia alla sua personale esperienza
di inquisitore.
A buon diritto, l'opera di Eymerich pu essere considerata
come il direttorio dell'inquisitore.
Ci che impressiona  il nitore razionale nel quale si stemper
la violenza inevitabilmente connessa con l'esercizio della pratica
inquisitoriale, attraverso la quale si perseguiva con crudelt ma
con metodo che potremmo definire scientifico. E soprattutto, si
giustificava tutto il terrificante meccanismo persecutorio attraverso
il fondamento della tradizione, ordinata secondo un rigore
aristotelico filtrato attraverso la robusta esperienza tomistica.
L'opera partiva da una constatazione fondamentale: ogni inquisitore
durante l'esercizio della sua carica doveva utilizzare
moltissimi testi di diverse categorie di cui per nessuno aveva
intrapreso un raggruppamento completo. Questo poteva portare a
gravi rischi di errore procedurale o di irregolarit e a una palese
assenza di unit nell'esercizio della funzione inquisitoria.
Eymerich dunque si preoccup di raggruppare in un unico libro
i testi sparsi non a caso, ma in modo che non mancasse nulla e
tutto fosse armoniosamente ordinato, rivelando una commovente
premura e una dedizione davvero fuori dal comune.
Da queste deliziose premesse, il Directorium (come  altrimenti
noto) poteva finalmente disvelarsi squadernando la sua armoniosa
struttura tripartita: nella prima parte, dedicata al radicamento
della fede, si snocciolava la raccolta dei testi pontifici, conciliari e
canonici riguardanti la definizione e la salvaguardia sia dottrinale
che giuridica della religione cattolica; nella seconda parte venivano
esposti i casi particolari, si indugiava sulla malvagit eretica,
e si illustrava agli inquisitori come fosse stata affrontata l'eresia
nel passato affinch sapessero come sottometterla in futuro; nella
terza parte si svelava la procedura inquisitoria propriamente
detta: l'insediamento dell'inquisitore, l'avvio dell'inchiesta, l'utilizzo
della denuncia, la preparazione del processo, le tecniche di
interrogatorio e le torture da usarsi per ottenere la confessione e i
diversi tipi di sentenze per terminare il processo.
Se si considera che alla limpidezza della trattazione si somm
lo zelo con il quale Eymerich si offriva di suggerire dieci astuzie,
utili per il duro mestiere a cui la sorte e il volere di Dio l'avevano
consacrato,  facile intuire il successo che accoglier la stesura del
vademecum, divenendo l'unico libro del suo genere a conoscere
gli onori della stampa agli inizi del 16esimo secolo: stampato una prima
volta nel 1503, verr rieditato altre cinque volte tra il 1578 e il 1607.
Tale fervore tipografico si dovette alla solerzia con cui la Curia
riconosceva il lavoro eymerichiano, preoccupandosi di incaricare
il canonista Francisco Pena di curarne la riedizione arricchendolo
di tutto ci che venne accumulandosi sulla delicata materia a partire
dalla morte dell'autore.
Quella stessa Curia che proprio in quel frangente si accingeva a
ritornare romana, dopo il lungo esilio avignonese.
E cos Eymerich, in compagnia del papa Gregorio 11esimo che a giudicare
dalle testimonianze coeve lo stimava oltre ogni dire, si accingeva
a varcare i cancelli della citt eterna nel 1377.
Qui rimase sino all'anno successivo, quando la morte del suo
protettore innesc quella frattura che sar conosciuta dai posteri
come Scisma d'Occidente.
Di fronte alla prevedibile elezione di un papa francese che
avrebbe quasi certamente riportato la Curia ad Avignone, i romani
si erano sollevati al grido di Romano lo volemo o almanco
italiano, condizionando neppure troppo velatamente gli orientamenti
del conclave riunito per scegliere il nuovo pontefice.
Divenne cos papa Urbano Sesto che, in quanto napoletano, soddisfaceva
almeno parzialmente il volere degli umori popolari. Non
cos si pu dire di quelli dei porporati che, infastiditi ben presto
dal carattere sospettoso e arrogante dell'ex arcivescovo di Bari, il
20 settembre si riunivano a Fondi e forti dell'elemento francese
eleggevano come antipapa Clemente Settimo.
Eymerich non esit a schierarsi al suo fianco. Sar che la sua
natura sanguinaria non poteva non accordarsi con quella di chi
aveva dimostrato una spiccata passione per le armi, magnificata
dal massacro di Cesena con cui Clemente, quando ancora si
chiamava Roberto di Ginevra, era occorso in qualit di legato
pontificio a sedare la ribellione nella citt marchigiana appena
l'anno prima: 4.000 morti e il titolo di Boia di Crsena, con il
quale da allora Clemente ebbe l'onore di essere insignito, costituivano
qualifiche di tutto rispetto ed Eymerich non aveva nessuna
difficolt a riconoscerne il valore.
E poi, la prospettiva di tornare ad Avignone non deve essere
dispiaciuta troppo all'inquisitore, consapevole che l'aria salubre
della citt era stata proficua per la stesura del suo capolavoro, di
cui si augurava poter rinnovare il successo con altre opere.
Fu quindi con convinzione che abbracci la causa dell'antipapa,
non esitando a contrapporsi anche a un santo del calibro di
Vicent Ferrer quando l'indomita azione di questi, orientata a un
tardivo tentativo di ricomposizione dello scisma, sembr farlo
propendere a favore del legittimo papa Urbano Sesto.
Nonostante fosse in tali faccende affaccendato, il grande
Eymerich non dimentic i suoi vecchi amori: non fece neppure in tempo
a rimettere piede ad Avignone che subito riprese alacremente
la sua campagna contro Lullo e i suoi seguaci, raccogliendo citazioni
e prove per dimostrarne l'eresia. Riusc, a suo dire, anche a
strappare al papa una bolla di condanna che in Aragona fu giudicata
un falso redatto dallo stesso inquisitore.
Ci non gli imped di rientrare nel regno aragonese nel corso
del 1381, quando l'intercessione del futuro Juan Primo, figlio di Pietro
Quarto, aveva mitigato le durezze delle posizioni paterne a proposito
dell'interdizione del domenicano, consentendogli il ritorno seppur
accompagnato dall'assoluto divieto di esercitare ancora la
funzione di inquisitore.
D'altronde la carica era occupata dall'antico rivale Armengol,
che si era giovato dell'assenza forzata di Eymerich per rinsaldare
le fila del partito scismatico in seno all'ordine domenicano e che,
sicuro dell'appoggio reale, poteva ora condurre il tribunale d'amore
e d'accordo con il sovrano.
Eymerich, una volta tornato in patria, non solo non riconobbe
la nomina dell'avversario, ma agit Barcellona e dintorni con la
diffusione di un piccolo pamphlet, intitolato Condemnatio, con il
quale nel 1383 divulgava la notizia della proibizione del lullismo
sancita nientemeno che dal papa stesso.
A quel punto re Pietro, pentitosi della magnanimit espressa
poc'anzi, ebbe uno sbocco di bile talmente furioso da ordinare
che il maledetto inquisitore venisse immantinente annegato.
Solo le pressioni della consorte, la regina Eleonora di Sicilia,
riuscirono a fargli commutare la pena in esilio permanente,
dimostrando quanto Eymerich, oltre a tanti santi in paradiso, godesse
inesplicabilmente anche di numerose grazie terrene, delle quali
seppe approfittare anche in quella delicata situazione: ignorando
la sentenza del sovrano egli rimase nella sua terra natale, giovandosi
una volta di pi del rampollo reale Juan che perseverava nel
dimostrare, insieme alla madre, un'insana propensione verso il
mefistofelico individuo.
Questi dal canto suo, nel 1386 dovette incassare il verdetto della
commissione incaricata di pronunciarsi sugli errori da lui individuati
in un testo di Lullo, il Philosophia amoris.
La commissione, formata da due domenicani e da sei francescani,
fu presieduta, manco a farlo apposta, dall'odiato Armengol
che, oltre a costituire la vecchia nemesi di Eymerich, ne incarnava
l'esatto opposto in quanto fiero sostenitore del papa romano
Urbano Sesto oltre che, come abbiamo appurato, intimo sodale del re
aragonese Pietro Quarto.
Il verdetto, autentico capolavoro di diplomazia ecclesiastica,
apparve cos come una vendetta con cui Armengol si toglieva la
soddisfazione di umiliare il mai domo rivale: pur riconoscendo la
presenza dell'errore dottrinale nelle proposizioni condannate dal
papa, affermava per di non aver trovato nessuna traccia di eresia
nell'opera di Lullo.
Questo insuccesso nella carriera di Eymerich fu per presto
compensato da nuovi eventi che lo riportarono in auge: la morte
di Pietro Quarto, non sappiamo quanto accelerata dai dispiaceri
indotti dal perfido domenicano, spianava la strada al successore
che pi di una volta aveva dimostrato la sua condiscendenza
nei confronti dell'inquisitore, contraddicendo spesso gli orientamenti
paterni.
E infatti Juan I, succeduto al padre nel 1387, contravvenendo ai
desideri del defunto genitore, che aveva mantenuto una posizione
di neutralit di fronte all'autorit dei due pontefici, si schier
dalla parte del papa avignonese, Clemente Settimo, consigliato in tal
senso da una commissione di giuristi e teologi che lui stesso riun
a Barcellona.
A pochi anni dall'inizio dello scisma, la decisione fu accolta
con entusiasmo da Eymerich, che si vide anche reintegrato nell'aprile
dello stesso anno, nel ruolo di Inquisitore della Corona d'Aragona.
La santa istituzione pot cos tornare a mietere a pieno regime,
punendo gli eretici, veri o presunti, con pene crudeli che il re eseguiva
puntualmente.
Ma l'idillio dur solo fino al 1388, quando la mai tramontata
campagna antilullista dell'inquisitore gironese caus un'ondata
di odio e di inimicizia che fin per travolgere lo stesso ispiratore.
L'episodio pi eclatante fu la ribellione della citt di Valenza,
accusata da Eymerich di essere un nido di eretici. I valenzani reagirono
con una coesione davvero sorprendente, passando rapidamente
dalla difesa al contrattacco: venne infatti istruito in tutta
fretta un processo contro l'inquisitore catalano, di cui si chiedeva
la sospensione dall'incarico per corruzione e diffamazione.
Eymerich, intanto, come al solito sprezzante delle disposizioni
altrui, proseguiva la sua campagna processando Pedro Sesplanes,
rettore di una chiesa locale e noto discepolo di Lullo, e scrivendo,
nel 1389, il Tractatus contra doctrinam Raymundi Lulli a cui aggiunse
una seconda redazione del Dialogus contra lullistas.
Mentre tutta la corte di Juan Primo e il Consejo de dento di Barcellona
chiedevano a gran voce un castigo per Eymerich, l'inquisitore
metteva per iscritto le ragioni che lo muovevano contro Pedro
Sesplanes, nel trattato De duplici natura in Xto, completato nel
1390.
Ma ormai il tempo dell'inquisitore volgeva alla fine: due anni
pi tardi, il frate domenicano fu definitivamente rimosso dal re
dall'incarico di inquisitore, conferito a frate Eiximenis de
Navasa. Costretto anche a lasciare Valenza, Eymerich si rifugi per tre
anni alla corte avignonese, dal 1394 al 1397, dove, assecondando
l'ispirazione che quel luogo gli concedeva, riusc a comporre altre
opere tra cui la famosa Fascinatio lullistarum, ormai vittima
di una patologia monomaniacale.
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Nonostante l'ordine di esilio emanato da Martino Primo, successore di Joan Primo di Aragona, Eymerich riusc a rientrare in patria, dove mor il 4 gennaio 1399, circondato dai suoi confratelli nel convento domenicano di Girona. Ovviamente nessuno si vergogn di incidere sulla sua lapide il seguente epitaffio: Praedicator veridicus, inquisitor intrepidus, doctor egregius.
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Capitolo 14.
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Toms de Torquemada.
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In una Spagna devastata dai roghi sul limitare del 16esimo secolo, un anziano cardinale  disposto a condannare a morte lo stesso Cristo in nome di cui opera la sua santa persecuzione.  difficile non cogliere Torquemada dietro la figura del Grande inquisitore mirabilmente incastonata ne I fratelli Karmazov di Dostoevskij. Una suggestione talmente potente da spingere il genio russo a innalzarla a paradigma della Chiesa stessa e porla al centro della sua vena speculativa sulla fede e il suo rapporto con Dio.
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Nel racconto, l'inquisitore condanna il Cristo reincarnato dopo un'assenza di quindici secoli proprio per la promessa di libert sancita con la sua crocifissione, prospettando un bene che gli uomini nella loro incoscienza e nel loro disordine congenito non potranno mai concepire e di cui addirittura hanno paura e sgomento.
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Convinto com' che la felicit dell'uomo si poggi sull'autorit e sul mistero del dogma da cui essa scaturisce, egli si incarica di correggere l'opera di Dio, accingendosi a eliminare quel dono terribile in un atto che paradossalmente lo porta ad assumere su di s quella libert enorme e spaventosa di cui intende cancellare ogni traccia.
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L'episodio si chiude con un bacio, un rovente suggello con il quale il Cristo silenzioso risponde al lunghissimo monologo del suo carceriere, turbandolo al punto che questi non pu far altro che spalancare la porta della prigione e supplicare il Dio incarnato di scomparire senza mai pi tornare. Un gesto tanto innocente quanto ambiguo, capace di racchiudere in s il perdono ma soprattutto un terribile riconoscimento.
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Lo stesso che incass Torquemada, quello reale, anche se tale imprimatur non venne dalle labbra di nostro Signore Ges Cristo, bens da quelle terrene per quanto implacabili delle serenissime altezze di Castiglia e Aragona: re e regina cattolici per bolla pontificia targata Alessandro Sesto, 1494. Furono loro infatti, Isabella e Fernando che, alla vigilia della fusione dei loro due regni, costringeranno il papa ad autorizzare la creazione dell'inquisizione spagnola, dando vita a un'istituzione tanto simile e tanto diversa a quella che sino a quel momento aveva dato il peggio di s in tanta parte d'Europa.
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Cos, l'1 novembre 1478 un assai contrariato Sisto Quarto emanava la bolla Exigit sincerae devotionis affectus con cui, abdicando alle richieste delle regali maest, sanciva la nascita di quell'organismo di cui il nostro Torquemada sar tra breve fulgido rappresentante. Non poteva certo essere contento Sisto di consegnare nelle mani dei sovrani iberici uno strumento che sino a quel momento era stato un esclusivo appannaggio papale, attraverso il quale aveva esercitato la sua autorit e molto pi dispensato il terrore da cui essa sgorgava come figlia naturale.
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Ma la ventilata insinuazione con la quale Ferdinando Secondo d'Aragona minacciava di stornare il suo appoggio nell'Italia del Sud, dove il pontefice si stava baloccando nell'ennesimo tentativo di declinare la grammatica del potere attraverso la via delle armi, costrinse il vicario di Cristo a cedere suo malgrado.
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L'Inquisizione perdeva cos anche l'ultimo straccio di paludamento religioso, rivelando l'intima natura che dietro quella penosa copertura aveva inutilmente tentato di celare: il suo essere cio un cinico e crudele strumento di controllo politico, e soprattutto un mezzo efficacissimo con cui eliminare chiunque, a qualsiasi titolo, costituisse un ostacolo per il raggiungimento e il mantenimento del potere.
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E in quel momento, nella nascente Spagna, di ingombri ce ne erano davvero troppi.
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I due regni di Castiglia e Aragona infatti, che tra il 1474 e il 1479 si erano uniti letteralmente in matrimonio, rischiavano di non superare neppure la luna di miele, turbati com'erano da gravi tensioni interne. Era necessario mettere un freno a un'aristocrazia riottosa e turbolenta che si era affermata grazie alle guerre civili; risanare una finanza deficitaria e quasi al collasso; creare istituzioni capaci di garantire il controllo su un territorio che da secoli non aveva pi goduto di una confortante unit.
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Ma soprattutto si registravano strazianti lacerazioni religiose. O almeno questa era la convinzione delle cattolicissime maest che, decise a farla definitivamente finita con moriscos, conversos, marrani, criptogiudaici e quant'altro, posero al centro del proprio piano di consolidamento dello Stato la pi bieca e lucida campagna di persecuzione volta alla scintillante unit della confessione cattolica.
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Ma che ne era stato della proverbiale tolleranza che aveva contraddistinto sino a quel momento la variopinta terra di Spagna? Semplicemente non era mai esistita, se non in un mito consolidatosi nel tempo
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La favola in cui le tre religioni del Libro, cristiana, musulmana ed ebraica sarebbero vissute d'amore e d'accordo, sia nei primi secoli della dominazione musulmana sia, in seguito, nella Spagna cristiana del 12esimo e 13esimo secolo, si poggiava su una presunta assenza di discriminazione nei confronti delle minoranze e rispetto per il prossimo, princpi di cui non si riscontra minimamente la parvenza. Sia i cristiani che i musulmani ritenevano di essere i detentori della verit ed erano convinti dell'incompatibilit della propria fede con quella altrui; se si mostravano tolleranti era solo perch non potevano fare altrimenti: accettavano loro malgrado quanto non avevano la possibilit di impedire.
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La peculiare storia della penisola iberica rendeva dunque una situazione di fatto la presenza di comunit cristiane in terra islamica e di minoranze mudjares, musulmane, nei regni cristiani. Nel mezzo gli ebrei che, assimilando successivamente l'una e l'altra, poterono giocare il ruolo di intermediari nel passaggio di
consegna tra le altre due, sopravvivendo con alterne vicende nelle proprie peculiarit cultuali e culturali.
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Sotto gli islamici, in virt del patto della dhimma che garantiva disposizioni particolari ai popoli del Libro, essi riuscirono a impedire la conversione e a mantenere un proprio statuto, pur essendo soggetti a un'onerosa fiscalizzazione e a un'ancora pi pesante discriminazione civile e giuridica con la quale i padroni
non esitarono a ricordare sia a loro che ai cristiani quanto il concetto di un'effettiva uguaglianza fosse lontanissimo dai dettami del dhimma.
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Una condizione che sostanzialmente non mut con il cambio della guardia del 12esimo secolo, in cui i cristiani figli della Reconquista si accaparrarono progressivamente la posizione dominante. Salvo ricordare spesso e volentieri, quanto fosse scomodo per gli ebrei appartenere a una schiatta che aveva inchiodato sul legno il Salvatore, trasformandoli in capro espiatorio (chi meglio di loro?) ogniqualvolta una particolare congiuntura storica decretava l'acuirsi di una crisi e il conseguente rimodellamento che si imponeva alla societ per fronteggiarla.
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Gi mentre il morbo della peste imperversava nel 1348, i nemici di Cristo furono additati in tutto il continente come i naturali colpevoli della catastrofe strisciante, quando le popolazioni europee vacillarono di fronte allo sgomento suscitato da una calamit che non comprendevano e che non erano in grado di arginare.
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Le comunit cristiane si credevano vittime di una maledizione, punite per errori che non credevano di aver commesso. In un crescendo in cui l'isteria collettiva montava mano a mano che le pile di cadaveri si ammonticchiavano, i monaci ne approfittavano per ricordare ai fedeli di pentirsi e di cambiare condotta rivolgendosi a Dio, mentre la presenza in mezzo ai cristiani del popolo deicida appariva scandalosa.
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Dappertutto ci si scagli contro gli ebrei, contro i quali l'accusa di propagare la peste gettando veleno nei pozzi era l'ultima di una serie di infamie vomitate nei loro confronti. D'altronde era dai tempi dei faraoni che all'approssimarsi delle vacche magre gli ebrei sapevano che sarebbero iniziati i dolori. Nel frattempo, almeno in Spagna erano riusciti a ritagliarsi una nicchia nella quale campavano dignitosamente. Riuniti in comunit specifiche chiamate aljamas, essi godevano di una relativa autonomia: si amministravano in piena indipendenza sotto l'autorit dei propri magistrati; potevano avere le loro sinagoghe, le loro scuole, i loro cimiteri.
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Ben lontani dall'esperienza del ghetto, essi sceglievano il loro domicilio liberamente e se preferivano raggrupparsi in questo o quel quartiere era per pura comodit, dettata magari dalla vicinanza di una sinagoga, di una scuola talmudica o di una macelleria kosher dimostrando come l'uomo non vivesse di solo pane ma
spesso e volentieri anche di companatico.
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Allo scatenarsi di ogni nuova recessione per, l'illusione dei diritti acquisiti crollava come un castello di carte soffiato dal vento della tempesta che imperversava. I sovvertimenti sociali, economici e politici del 14esimo secolo, le guerre e le catastrofi naturali che precedettero e seguirono il lugubre incedere della pestilenza furono la miccia perfetta per scatenare la deflagrazione del sentimento antisemita che covava incessantemente sotto la cenere.
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Un odio che, oltre a essere nutrito dall'irrazionale pretesa di scaricare contro un presunto colpevole i possibili mali che affliggevano di volta in volta l'esistenza, si alimentava anche dell'invidia per il successo sociale che almeno una minoranza del popolo ebraico mostrava da sempre di saper raggiungere. I talenti che essi avevano rivelato nella pratica delle finanze pubbliche, delle medicine e delle lettere li avevano resi consiglieri molto ascoltati nelle corti o presso l'aristocrazia e rivelato nei loro confronti un alone di sordo risentimento.
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E poi c'era quel dannato vizio di prestare i soldi, quella vituperata pratica usuraia che, oltre a renderli sfacciatamente ricchi, attirava su di loro un'antipatia incontrastata, destinata a sfociare in un cieco sentimento di repulsione non appena le cose si mettevano male. Come successe nel 1391 quando l'onda lunga della devastazione portata dalla Morte Nera, con inflazione e aumento dei prezzi che gettarono nella miseria le classi meno abbienti, scaten una prima drammatica recrudescenza sfociata nei pogrom che insanguinarono la Castiglia.
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In questo stato di cose, aggravato anche da un pauroso vuoto di potere determinato dalla morte del sovrano Giovanni Primo che lasci il trono al figlio Enrico Terzo ancora fanciullo, fu relativamente semplice per la voce querula dei predicatori invasati scagliare la propria rabbiosa foga contro i maledetti ebrei, sempre pronti a
tramare per la maledizione del popolo cristiano. Nel giugno dello stesso anno Siviglia divamp sotto il fuoco di una rabbia intollerante: le sinagoghe vennero trasformate in chiese, le case furono saccheggiate, i giudei vennero assassinati mentre altri, terrorizzati, chiesero di ricevere il battesimo o si diedero alla fuga.
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Da Siviglia i disordini dilagarono per tutto il regno di Castiglia, a Cordova, Jan, Ubeda, Baeza, e altre citt in cui si assistette alle medesime scene di violenze e massacri. Neppure i paesi della corona d'Aragona, fino ad allora rimasti indenni all'isteria antisemita, forse in virt di un potere reale che aveva maggior autorit che non nell'omologa regione castigliana, rimasero indenni alla violenza dilagante.
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Nell'agosto del 1391 il contagio si trasmise a Saragozza, Barcellona, Lrida, Gerona, Valencia, Maiorca. Dappertutto si ripeterono le stesse scene: massacri, stupri, saccheggi, che ebbero come effetto la medesima conversione di molti ebrei, mentre altri si diedero alla fuga. Solo la Navarra fu risparmiata dalla furia, divenendo insieme all'Africa del Nord, il Portogallo e la Francia, la patria d'elezione dei transfughi provenienti dagli altri regni iberici.
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 difficile redigere il bilancio delle vittime. Alcune stime appaiono manifestamente esagerate, in particolare quelle fornite dai cronisti che parlano di migliaia di esecuzioni capitali. Pi che non le esecuzioni, fu lo scatenarsi dell'odio a spaventare gli ebrei. Chi non pot riparare all'estero, trov rifugio presso nobili disposti a concedere loro protezione in cambio delle loro indiscusse abilit; altri abbandonarono le grandi citt e si stabilirono in agglomerati pi ristretti, dove si sentivano meno minacciati.
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Ma a conti fatti, a decimare la popolazione ebraica spagnola furono pi le conversioni che non i massacri e l'emigrazione. Queste si fecero sempre pi numerose, soprattutto quando il potere civile decise di rendere impossibile la vita agli ebrei, ai quali era lasciata solo la via dell'abiura.
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La regina madre Caterina, nominata reggente durante la minorit di Giovanni Secondo di Castiglia, nel 1412 decise di rinchiudere gli ebrei in ghetti; da quel momento dovettero portare barba e capelli lunghi e cucirsi un cerchio rosso sui vestiti. Vennero loro interdette quelle professioni che esercitavano da tempo immemorabile, impedendogli di fare i medici, i farmacisti, i droghieri, i fabbri, i carpentieri, i sarti, i macellai, i calzolai, i commercianti e ovviamente gli esattori delle imposte.
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Anche se tale legislazione rimase nelle intenzioni della zelante regina - non essendo di fatto mai stata applicata - testimoni come fosse mutato l'atteggiamento nei confronti delle comunit ebraiche. Un cambiamento reso ancor pi evidente quando tali disposizioni furono estese nel 1415 alla corona d'Aragona, dove furono rese fattive con clausole ancora pi pesanti: fu sancito come illecito il possesso del Talmud; gli ebrei non potevano avere pi di una sinagoga in ogni aljama; erano obbligati ad ascoltare almeno tre sermoni l'anno, di solito ricorrenti nella seconda settimana dell'Avvento, il luned di Pasqua e un terzo giorno a discrezione delle autorit locali.
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Non stupisce dunque che in tali condizioni, a migliaia preferirono inginocchiarsi di fronte a un Dio che sino a quel momento non credevano fosse neppure nato, rinunciando a menorah e kippah: tra il 1391 e il 1415 avrebbero ricevuto il battesimo pi di met degli ebrei di Spagna, e tra essi numerosi rabbini e personalit in
vista, il cui tradimento spinse all'apostasia i meno colti. Almeno in apparenza.
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Eh s, poich le posizioni abbandonate dagli ebrei vennero occupate dai conversos, da coloro cio che avevano barattato il Dio del vecchio testamento con quello che si era rivelato con il volto molto pi umano di Cristo, sostanzialmente gli stessi che fino a poco tempo prima biascicavano le formule cabalistiche del Talmud
dentro le sinagoghe.
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La novit consisteva nel fatto che la conversione consentiva loro di accedere a professioni che erano e restavano interdette se avessero mantenuto la vecchia religione. Cos, riciclati come nuovi cristiani, poterono riprendere i loro affari l dove erano stati interrotti e in breve dilagarono tra i ranghi degli impieghi pubblici.
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Nel corso del 15esimo secolo li si vide invadere le municipalit, diventare scabini o giurati e anzi, dimostrando una spiccata adattabilit al loro nuovo status, essi intrapresero insperate carriere in campi che sino a quel momento sarebbero stati impensabili, entrando nel clero o negli ordini religiosi dove grazie al loro indiscutibile bagaglio culturale ascesero rapidamente a posizioni di responsabilit o di prestigio diventando canonici o priori.
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Il tutto mentre nel segreto delle proprie dimore o quanto meno nel recesso inaccessibile del proprio cuore, alcuni di essi continuavano a salmodiare gli antichi versetti della Torah, mantenendo accesa la fiammella della propria appartenenza religiosa attraverso quel fenomeno che fu definito con la formula oscura di cripto giudaismo.
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Fu questo il caso della potente famiglia della Caballeria di Saragozza, convertitasi sin dal 1414: si verr a sapere in seguito che il patriarca Pedro, morto nel 1461, non aveva mai cessato di recitare le preghiere ebraiche e di osservare il sabato. O quello ancora pi grave di padre Garcia Zapata, priore del monastero geronimita della Sisla, vicino a Toledo, che non mancava di celebrare tutti gli anni in settembre la festa dei Tabernacoli o che nel dire messa, durante il momento sublime dell'elevazione eucaristica, invece delle parole della consacrazione pronunciava a bassa voce frasi blasfeme e irriverenti.
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Ovviamente sar una delle prime vittime dell'inquisizione ad ardere sul rogo, ma il suo esempio fu seguito da un numero relativamente importante di marrani, come altrimenti erano chiamati gli ebrei convertiti, mutuando lo sdegno contenuto nella parola islamica muharram che significava cosa proibita: in tanti, a dispetto di una conversione forzata, continuavano a vivere segretamente nell'ebraismo, a leggere la Bibbia, a osservare il sabato, ad astenersi dal mangiare carne di maiale e cos via.
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Se tanta arte simulatoria fu apprezzata dalle lite che incoraggiavano e sostenevano l'assimilazione dei conversos, non cos fu per gli ambienti popolari che, insofferenti delle fortune di una scalata sociale inarrestabile, rimanevano ostili nei confronti dei nuovi cristiani, su cui riversavano lo stesso antisemitismo con
cui un tempo avevano accolto gli ebrei, nella convinzione che sia gli uni che gli altri sfruttassero il popolo e si accaparrassero i posti migliori della scacchiera sociale. Anzi, pi questi occupavano ruoli di rilievo, pi la riprovazione nei loro confronti aumentava.
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Fu normale dunque che nel 1473 accadde quanto si era gi visto nel 1391. In una Andalusia martoriata da una serie ininterrotta di cattivi raccolti, piegata dalla carestia, aggravata da un forte aumento dei prezzi, piagata dalle epidemie di peste che si abbatterono come flagelli sulla popolazione denutrita, fu inevitabile
che montasse l'odio per i ricchi, accusati di non patire la fame e di non essere sfiorati dal morbo, e per i commercianti, colpevoli di crudeli speculazioni e rincari sul pane.
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Si inizi a saccheggiare le case degli uni e degli altri senza una specifica distinzione che valutasse se fossero conversos o meno. Ci pens lo zelo dei predicatori a trasformare questi nel bersaglio principale della rabbia popolare, sotto la cui furia Cordova inizi a bruciare, in un incendio che presto dilag in tutta la Spagna.
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Fu su questo scenario di violenza che si instaur il regno dei Re Cattolici divenuti sovrani di Castiglia nel 1474 e successivamente d'Aragona nel gennaio del 1479, costretti ad affrontare quanto si era gi prospettato nella met del 14esimo secolo, quando un'ondata di violenza senza precedenti, fortemente innervata da un antisemitismo oltranzista, aveva squassato - come visto - la penisola iberica.
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Uno scenario che impose il problema dei giudei come prioritario e indusse pi che volentieri le teste coronate a dotarsi di uno strumento eccezionale come quello dell'inquisizione. Non era sfuggito a Ferdinando d'Aragona, molto pi determinato della moglie a imporre tale strumento e a estenderlo in tutta la Spagna, quanto tale istituzione potesse divenire un mezzo di azione privilegiato. Soprattutto imponendo una nuova formula in cui il ruolo della corona divenisse preponderante.
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Egli si era reso conto ben presto del profitto che le maest avrebbero potuto trarre, anche solo dal punto di vista politico dall'inquisizione, attribuendo a questa un ruolo specifico nell'organigramma dei poteri. E cos, come abbiamo visto, riusc a estorcere al recalcitrante Sisto Quarto quella maledetta bolla che gli garantir il diritto a procedere contro gli eretici por la via del fuego.
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Il nostro eroe, Torquemada, apparve e scomparve nelle pieghe di questi avvenimenti, e continu a sfuggire alla Storia che lo inseguiva, quasi intendendo celare se stesso a quello sguardo indagatore. La sua firma, apposta in qualit di priore dei domenicani di Segovia, accompagn la relazione sulle sospette trame dei nuovi
cristiani: ma la nascente organizzazione ispanica fece a meno del suo nome, e scelse come inquisitori tre oscuri personaggi che si distinsero particolarmente, se cos si pu dire, in una lunga sequela di atrocit in quel di Siviglia, involontariamente aiutati dal disperato complotto organizzato da alcuni facoltosi conversos
contro di loro.
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Tanta pudicizia cos inaspettata in un personaggio truce come Torquemada, nasceva forse dall'imbarazzo che celava l'origine del suo cognome, un marchio che all'epoca appariva assai difficile dissimulare. Il nostro buon Toms, in effetti, vantava tra i suoi avi un integerrimo difensore della fede, quel Juan de Torquemada, cardinale della Santa Chiesa, rinomato per la sua accesa difesa dell'ortodossia in occasione del 16esimo Concilio ecumenico svoltosi a Costanza tra il 1414 e il 1418: ma come lo zio portava l'eredit pesantissima di un cognome che rivelava una verit imbarazzante.
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Quella benedetta parola, Torquemada, era la stessa che indicava uno sparuto villaggio di poche anime sperduto sulla strada che conduceva da Burgos a Valladolid, in terra castigliana. Un insignificante puntino sulla mappa geografica, su cui la lente impietosa della Storia non avrebbe indugiato neppure per un attimo se l'illustre progenie di quel minuscolo pueblo non avesse attirato cos prepotentemente la sua attenzione con il clamore di gesta altisonanti.
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Si scopr cos che utilizzare un toponimo geografico al posto del proprio cognome era usanza molto diffusa allora come oggi tra le genti ebraiche. Ebbene s: l'ottimo Juan, il cardinale insignito da papa Eugenio Quarto del titolo di defensor fidei, il pi accanito difensore della sua epoca del principio di autorit pontificia, era in realt figlio di conversos, quegli ebrei costretti al battesimo in seguito alla grande persecuzione del 1391.
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E come lui, suo nipote Toms, destinato a diventare il pi inflessibile persecutore di coloro il cui sangue scorreva nelle proprie vene.
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Eppure non sembrava particolarmente preoccupato dei suoi natali, il giovanotto nato nel 1420, non si comprende bene se a Valladolid o ad Avila, le due localit che ancora si contendono con accanimento le origini di un cos fulgido interprete della fede: quando si tratt di scegliere quale strada avrebbe percorso nella vita, egli non esit a seguire il richiamo del sangue, tuffandosi su una carriera ecclesiastica che la prestigiosa posizione dello zio prometteva ricca di soddisfazioni.
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E infatti, divenuto giovanissimo frate del convento domenicano di San Paolo di Valladolid dove, aderendo all'austera riforma dell'ordine patrocinata dal padre generale Alfonso de San Cebrin, fu ben presto nominato priore del convento di Santa Cruz, a Segovia. Il suo zelo apparve evidente quando elabor un ambizioso progetto che prevedesse la costruzione di una chiesa e di un convento nella citt di Avila, da dedicare al santo aquinate, di cui, oltre a portare il nome, aveva riconosciuto la santa ispirazione quando, al momento di prendere i voti, decise di chiamarsi fray Toms.
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Naturalmente, come la gran parte degli uomini che intendano raggiungere velocemente l'obiettivo, il frate non si limit alla benedizione dei santi di cui intendeva portare in alto la fiaccola, ma si affid all'antichissima e sperimentata pratica di utilizzare private e provate conoscenze. Sfrutt cos la vicinanza di Hernn Nnez de Arnalt, il celebre segretario e tesoriere dei sovrani cattolici, di cui era confessore oltre che amico, e di Dona Maria de Avila, la cui comune discendenza
dai conversos conferiva una speciale predisposizione nel prendersi a cuore la causa dell'ambizioso prelato.
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I suoi contatti risultarono molto proficui tanto che nel 1475, fray Toms diveniva confessore personale di Ferdinando e Isabella. Fu da tale posizione che Torquemada assistette alla nascita dell'inquisizione spagnola, la cui creazione, affidata all'arcivescovo di Siviglia, Pedro Gonzales de Mendoza, fu strettamente monitorata dall'autorit reale. Da quella stessa posizione, Torquemada rischi di salutarne l'immaturo declino.
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I primi due inquisitori della diocesi di Siviglia vennero nominati il 27 settembre 1480, dopo che per due anni le Graziose Maest, soprattutto la regina Isabella, furono avviluppate da crucci insostenibili riguardo all'opportunit di agire o meno. Alla fine, come era prevedibile, la spunt il marito, che affid la missione ai domenicani Juan de San Martin e Miguel de Morillo: un prete secolare, il dottor Juan Ruiz de Medina, membro del Consiglio Reale, venne ben presto loro associato in qualit di consigliere giuridico.
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Le autorit municipali e i notabili, ai quali l'idea di avere tre inquisitori tra i piedi non piaceva per niente, li accolsero con molta riluttanza, tanto che il 27 dicembre i sovrani dovettero intervenire per ingiungere alla municipalit di prestare piena collaborazione. Bast comunque il loro arrivo per seminare il panico tra i conversos sivigliani. Secondo i cronisti contemporanei Andrs Bernaldez e Hernando del Pulgar, circa tremila famiglie se la diedero a gambe levate all'estero, dove la maggior parte di essi sarebbe tornata alla religione ebraica.
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Altri ancora, ottomila secondo le stesse fonti, avrebbero cercato riparo nei possedimenti dei grandi nobili della regione: il marchese di Cadice, il duca di Medina Sidonia, il conte d'Arcos. Ovviamente gli inquisitori, per nulla disposti a rinunciare alle loro prede, ingiunsero la volenterosa aristocrazia a farsi cortesemente da parte, pena l'incriminazione per complicit e intralcio all'azione del Sant'Uffizio.
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Ci fu per chi decise di opporre una strenua quanto disperata resistenza, illudendosi di intimidire i mastini della fede tanto da indurli ad abbandonare la citt. Purtroppo i sediziosi non avevano messo in preventivo la vena ciarliera della figlia del caporione, Susanna detta la hermosa hembra, cio la femmina bella, le cui
indiscrezioni bastarono a sventare il complotto. I congiurati furono subito arrestati, giudicati e condannati a morte, figurando tra le prime vittime dell'inquisizione spagnola.
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Ma questo non bast a fermare la furia sanguinaria dei giudici che anzi, indispettiti dal tentativo di opposizione, procedettero a numerosi arresti che culminarono con parecchie condanne a morte. Il primo autodaf venne organizzato il 6 febbraio 1481, inaugurando quel vergognoso atto di fede che, moltiplicandosi nei secoli, trover pace solo in Messico nel 1815: nel mezzo, morti e carcere a vita, che nei primi anni di espressione dell'inquisizione sivigliana significarono settecento esecuzioni capitali e migliaia di condanne ai ferri.
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Tanta severit lasci ovviamente allibiti soprattutto coloro che si erano prostituiti alla nuova religione per scampare alla persecuzione. I parenti delle vittime impetrarono l'aiuto di Sisto Quarto, implorando la coerenza di una carit cristiana che piuttosto che bruciare sul rogo, avrebbe dovuto istruire nella verit della fede coloro che avevano come unica colpa l'ignoranza.
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Al papa non parve vero: gli si offriva l'opportunit di revocare quella concessione estortagli nel 1478 per la quale ancora dormiva male la notte.
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In una vergognosa lettera del 29 gennaio 1482 confess di aver agito con precipitazione quando aveva aderito alle richieste del re Ferdinando e della regina Isabella: deprecando gli inquisitori che avevano abusato del loro potere, si impegnava a revocare l'autorizzazione con la quale aveva permesso ai sovrani cattolici di sfruttarne l'autorit a loro uso e consumo.
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Quanta ipocrisia! Era evidente che il suo intento non tenesse minimamente conto delle dolances delle povere vittime, ma mirasse alla restaurazione dell'inquisizione nella forma in cui aveva funzionato nel Medioevo, cio sottoposta all'autorit dei vescovi e dunque alla sua.
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Ferdinando d'Aragona, per nulla disposto a cedere uno strumento cos prezioso, fece ricorso a un impressionante pressing diplomatico tale da distogliere Sisto dai suoi intenti. Questi dunque, l'11 febbraio 1482 acconsent a lasciare in carica gli inquisitori e anzi permetteva la nomina di sette nuovi funzionari, accompagnando tuttavia questa concessione con un certo numero di condizioni: gli inquisitori avrebbero dovuto rendere conto ai vescovi; il Sant'Uffzio avrebbe rinunciato a tenere segreti i nomi dei testimoni a carico e i condannati avrebbero potuto presentare appello alla corte di Roma sulle sentenze emesse nei loro riguardi.
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La risposta di Ferdinando d'Aragona fu molto simile a uno sberleffo. Respinte tutte le condizioni, pretese di nominare gli inquisitori e si oppose categoricamente a concedere ai condannati la possibilit di fare ricorso a Roma: la tensione fra la Spagna e la Santa Sede non accennava a distendersi. Finalmente nel 1483 il papa fin col piegarsi alle pretese dei sovrani: cerc di salvare la faccia imponendo di concedere ai condannati il diritto di appellarsi, se non alla corte di Roma, almeno all'arcivescovo di Siviglia, ma sostanzialmente capitol su tutta la linea.
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Cos, il 17 ottobre di quell'anno, una nuova bolla istituiva il Consejo de la Suprema y General Inquisicin in cui finalmente Torquemada assurgeva al ruolo per il quale diverr tristemente famoso: quello di inquisitore generale dei regni di Castiglia, Leon, Catalogna, Aragona e Valencia. In effetti il suo nome era gi comparso nella lista dei sette inquisitori che il breve papale aveva concesso nel 1482, sancendo l'ingresso del frate nella benemerita istituzione: ma ora assurgeva al ruolo di star assoluta, il boss a capo dell'organizzazione.
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Ora era il Grande Inquisitore, depositario di un potere e di un ascendente che rivalegger con quello degli stessi sovrani. Il mito, per quanto sulfureo, iniziava a disvelarsi, complice un personaggio davvero fuori dall'ordinario. Colui che diventer il prototipo del fanatismo e della crudelt, godeva gi fama di grande austerit: non mangiava mai carne, estremizzando gli eccessi di un rigoroso vegetarianismo; indossava sempre e solo vesti di lino, la stoffa con la quale era confezionato il suo rigido abito domenicano; non indulse mai al lusso o a fronzoli costosi. Il che peraltro non gli imped di raggranellare un'immensa ricchezza, sottratta con le confische ai malcapitati che sbatteva volenterosamente in prigione, n di risiedere in dimore degne della maest della propria altisonante posizione.
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La quale dovette essere estremamente amata se  vero che durante i pasti era costretto a tenersi accanto il corno di un unicorno, a cui la superstizione popolare attribuiva formidabili doti antivenefiche, dimostrando una debolezza verso pratiche per le quali spesso e volentieri condannava gli altri a un bel tratto di corda.
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D'altronde quando  in gioco la sicurezza personale non si  mai troppo prudenti e il buon Torquemada teneva assai alla sua persona, tanto da farsi accompagnare nei suoi spostamenti da un codazzo di cinquanta guardie a cavallo e duecentocinquanta uomini d'arme, come testimoniano le tracce iconografiche dell'epoca. Tanta solerzia fu il frutto di uno zelo spietato che lo spinse a rifiutare addirittura l'episcopato di Siviglia, intento com'era a consolidare quello strumento straordinariamente duttile ed efficace al servizio dei cattolicissimi sovrani... e al suo.
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Fu lui a plasmare l'inquisizione spagnola rendendola un'istituzione fortemente centralizzata e fornendola di un primo codice procedurale. Ignorando che essa fu creata per un problema specifico, quellocostituito dai conversos giudaizzanti della diocesi di Siviglia, Torquemada estese la competenza del Sant'Uffizio a tutto il territorio della corona di Castiglia, istituendo tribunali permanenti nelle principali citt, dapprima in Andalusia, a Cordova e a Jan, quindi a nord della Sierra Morena.
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Apparve quanto meno evidente quanto fosse pretestuosa la scusa della religione e quanto la creazione di un falso problema celasse la reale intenzione di eliminare una minoranza etnica se non addirittura una classe sociale, quella dei marrani giudaizzanti. Sia essa scaturita dal desiderio di appropriarsi delle fortune dei
conversos condannati e di quelle degli ebrei costretti a togliersi dai piedi; sia essa determinata dalla pressione dei nobili, desiderosi di sbarazzarsi di una borghesia in ascesa, l'inquisizione fall negli intenti pretestuosi con i quali se ne giustific la creazione: la fine dell'antisemitismo.
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Al contrario essa si aliment proprio di tale sentimento disattendendo le ingenue ispirazioni e confermando le paure di tutti quei poveretti che ancora si rivolgevano speranzosi verso la regina Isabella, confidando nella sua buona fede. Questi non contestarono l'idea che in una societ cristiana si potessero punire gli eretici, ma rimproveravano agli inquisitori, e a Torquemada in primis, di applicare una discriminazione inammissibile che li portava a un feroce accanimento contro quelli di origine ebraica.
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Scegliendo di prendere di mira una sola categoria di eresia, il Sant'Uffizio andava contro i princpi di universalit del cattolicesimo, secondo i quali sarebbero dovuti esistere un unico gregge e un unico pastore, mentre quella discriminazione faceva affiorare un dubbio sulle intenzioni degli inquisitori: col pretesto di punire i giudaizzanti, si gettava il discredito su tutti i cristiani di origine ebraica, che giudaizzassero o meno; a partire dal momento in cui si scelse di prendere di mira quella sola categoria di eretici, si fece di ogni converso un criminale in potenza, un sospetto, un paria.
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E meno male! C'era voluta tutta la furia di Torquemada per far aprire gli occhi a quanti ancora illusoriamente credevano alla buona fede dei sovrani iberici o a quella dei chierici a loro sottoposti! Ma intanto il Grande Inquisitore procedeva implacabile: il 23 febbraio del 1484 trenta persone furono bruciate a Ciudad Real;
tra il 1485 e il 1501 duecentocinquanta arsero a Toledo; nel 1491 tre furono ridotte in cenere a Barcellona, mentre 220 furono condannate a morte in contumacia; nel 1492 a Valladolid ne furono giustiziate trentadue in un colpo solo.
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L'elenco delle atrocit potrebbe continuare per molte pagine, sino a colmare la stima secondo la quale l'inarrestabile Torquemada, durante i quindici anni di onorata carriera in cui tenne in pugno le redini del tribunale, istru 100.000 processi, con una media di diciotto al giorno, in cui emise circa 2.000 condanne a morte.
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Giusto per accontentare gli attenti estimatori delle cifre! Un orrore a cui si contrappose solo la fiera opposizione delle Cortes aragonesi, dei valenciani e soprattutto delle autorit di Barcellona e Saragozza. Qui l'arrivo nel maggio del 1484 dei diletti emissari di Torquemada, fra Gaspar Juglar e il canonico Pedro Arbus, due anime nere come la notte, fu salutato da una serie di incidenti gravissimi.
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Il primo gi spariva nel gennaio del 1485, alimentando voci incontrollate che accusarono i conversos di averlo avvelenato, senza che se ne trov mai la prova. Il secondo, la cui buona coscienza gli imponeva di indossare sempre una cotta di maglia e un elmetto di ferro nascosto sotto un cappello, non sfugg alla vendetta di coloro che perseguit con una ferocia senza pari. La notte tra il 14 e il 15 settembre 1485 il pugnale di un sicario lo colpiva al collo mentre era assorto in preghiera nella cattedrale di Saragozza.
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O almeno cos racconta la leggenda, che non tard a impossessarsi dei fatti, aggiungendo inoltre che la notte del delitto la campana di Velilla, una piccola borgata a una trentina di chilometri da Saragozza, si sarebbe messa a suonare da sola, come ogni volta che si verificava un evento straordinario, tanto che il nerbo di bue
che sosteneva il batacchio si ruppe.
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Se a ci si aggiunge che il sangue della vittima, sparso nella cattedrale, si liquefece due settimane dopo il delitto inducendo una moltitudine di fedeli a intridervi fazzoletti e scapolari, avendone riconosciuto prontamente le qualit taumaturgiche, appare pi che giustificata la decisione con cui il 29 giugno 1867 Pio Nono consegnava alle schiere dei santi il povero Pedro Arbus.
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Torquemada si accontent di molto meno: aveva il suo bravo martire per la fede con il quale ribaltare gli umori della popolazione e rinfocolare la sua azione persecutoria contro i conversos che vennero immantinente arrestati, condannati e ammazzati. Ma l'instancabile verve del Grande Inquisitore non poteva risolversi con l'istruzione dei processi ai nuovi cristiani. Egli viaggi costantemente, imponendo con la sua presenza un costante riferimento sul territorio che divenne uno dei capisaldi con cui l'inquisizione impresse la propria pedagogia della paura.
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E naturalmente dedic i suoi sforzi anche alle cause contro i moriscos, i musulmani convertiti al cattolicesimo, contraddicendo in parte le lagnanze con le quali i conversos deploravano la condizione di osservati speciali dell'implacabile occhio dell'inquisitore. N sfuggirono al suo vaglio i libri, il cui valore giudic sufficientemente congruo per alimentare i roghi con i quali illumin l'orizzonte spagnolo, nella vana speranza di raggiungere la fatidica soglia di 451 gradi Fahrenheit e assistere allo spettacolo dell'autocombustione della carta: un'apoteosi a cui si giunger solo qualche secolo pi tardi, nelle infiammate pagine del capolavoro bradburiano.
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Ovviamente, il suo cervello finemente razionale e affilato, intu quanto la neonata Inquisizione necessitasse di una regolamentazione normativa, di una codificazione e razionalizzazione scritta delle procedure che ne accentuasse l'efficienza, e garantisse al contempo la preminenza dell'ordine sul fanatismo. Almeno questo  il giudizio che i suoi estimatori trassero dalla lettura di quell'opera che redatta tra 1484 e il 1488, confer a Torquemada imperitura memoria: le Ordinanze o come sono altrimenti note le Istituzioni.
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Cos infatti si esprimeva Miguel de La pinta Llorente, una delle fonti citate nel discutibilissimo Elogio dell'inquisizione del francese Jean-Baptiste Guiraud: A lui si devono il coordinamento giuridico e l'ordinamento processuale che costituiscono la base della serie di disposizioni che convertono il decreto inquisitoriale in un monumento processuale. Un poderoso senso di realismo guidava il suo spirito: questo realismo si traduce vigorosamente nella compilazione legislativa che costituisce il codice legale dell'inquisizione, frutto della sua iniziativa e della sua intelligenza.
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Peccato che quel mastodontico lavoro che veniva inaspettatamente in soccorso di alcune delle categorie pi martoriate di quei decenni, condannando implicitamente i pogrom, limitando l'attivit persecutoria ai marrani, distinguendo il nuovo cristiano dall'eretico, stabilendo il principio della segretezza dei procedimenti - una formula consueta nei documenti dell'inquisizione recitava senza il rumore della litigiosit - vietando di accogliere denunce anonime e scoraggiando la partecipazione della gente ai processi, non fosse che un pallido palliativo rivolto ad arginare una situazione che fondava la sua esistenza su un principio profondamente iniquo e sostanzialmente antigiuridico per natura.
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Quei processi non avrebbero mai dovuto essere realizzati. Quelle persone non avrebbero mai dovuto essere condannate. Quel dio avrebbe dovuto scandalizzarsi di divenire il pretesto con il quale esercitare una violenza e un orrore cos contrario agli insegnamenti che gli vengono attribuiti, per i quali la Chiesa ha prosperato contraddicendoli pervicacemente e costantemente.
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Eppure il Grande Inquisitore non fu attraversato da nessun dubbio, continuando a esercitare un'ipertrofica giurisdizione fino al limitare dei suoi giorni. L'unico che seppe porre un freno fu quel papa che, guarda caso, appare tra i pi vituperati, spesso e volentieri anche dalla tradizione cattolica: Alessandro Sesto.
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Egli, con la bolla del 24 novembre del 1498 con la quale consegnava l'inquisizione al successore di Torquemada, Diego Deza, di fatto sconfessava l'operato del vecchio inquisitore. Stabil infatti che le cause relative ai vescovi sarebbero state, d'allora in poi, riservate alla giurisdizione papale. Decise, inoltre, che le rendite confiscate dall'inquisizione non sarebbero state assegnate all'organizzazione, ma versate nel tesoro regio, nel tentativo di impedire che un accanimento procedurale avesse come fine un arricchimento facile e immediato.
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Ma il Grande Inquisitore non ebbe la sventura di assaporare l'amaro calice della sconfitta: colui che fu lo spauracchio di un'intera nazione riposava gi da qualche mese il sonno dei giusti, dopo che il 16 novembre del 1498 una serena morte lo aveva strappato agli affanni di questa terra, cogliendolo in quel convento che, fondato anni addietro ad Avila, non aveva mai smesso di amare. Certo gli ultimi tempi erano scivolati senza clamori, quando tornato semplice frate, gli furono affiancati quattro coadiutori, nella persona di Martin Ponce de Leon, arcivescovo di Messina, Inigo Manrique, vescovo di Cordova, Francisco Sanchez de la Fuente, vescovo di Avila, e Alfonso Suarez de Fuentesalz, vescovo di Mondonedo: tutti pezzi grossi che di fatto ne limitavano l'autorit.
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L'introduzione del reato di omosessualit tra quelli spettanti al giudizio dell'inquisizione e il divieto di ritorno in Spagna per i conversos riparati a Roma costituirono il canto del cigno con il quale il vecchio Toms si accingeva ad abbandonare le scene. D'altronde il suo capolavoro era stato compiuto.
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L'insidioso pregiudizio della purezza del sangue per il quale tanto si era battuto per tutta la sua vita, aveva finito per avvelenare la coscienza di tutti gli spagnoli, mondando il suo peccato originale. Un lavacro al quale furono immolati tutti gli ebrei di Spagna quando il 31 marzo del 1492 vennero abbandonati alla diaspora in virt del famigerato decreto di espulsione noto come Editto di Granada.
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La vendetta contro i crocifissori di Cristo era stata compiuta e Torquemada, le cui insinuazioni avevano intossicato le regali volont di Isabella e Ferdinando spingendoli al grande passo, aveva l'indubbio merito di esserne il pi limpido ispiratore.
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Quale miglior passaporto per il Paradiso?
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FINE Parte 1.